
LIBRO DEL MESE "La passione di Torino"
L’odore delle banconote nuove di zecca era euforizzante. Le divise in due parti, infilò la più consistente nella tasca posteriore dei pantaloni e l’altra nel taschino della camicia, perché fosse più facilmente a portata di mano.
"Dove posso andare a spendere questo denaro così fresco e fragrante? Se uscissi fuori città? Potrei affittare una macchina, una bella macchinona. Non l’ho mai fatto."
In pochi minuti raggiunse Porta Nuova e si immerse nella folla brulicante sotto le volte altissime della stazione. Al fondo dell’atrio-partenze, negli uffici della Herz, noleggiò una Croma, pagando anticipatamente trecentoventicinquemila lire. Il comodo e lussuoso abitacolo odorava di pino silvestre.
Uscendo dal parcheggio constatò che da diversi mesi non guidava un’auto: aveva lasciato la sua vecchia 127 alla moglie quando si erano divisi. Su questo "gioiello della produzione automobilistica torinese" sentì emergere dal fondo del suo essere l’ingenuo selvaggio nascosto sotto la pelle di uno scettico snob.
"Ci vuole poco per cambiar fede!" pensò, provando i comandi e rendendosi conto della magnificenza del cruscotto. Aumentò la velocità. La macchina era silenziosissima e questo gli parve un miracolo, abituato com’era agli strepiti del suo vecchio catorcio.
"Allora esiste davvero il comfort, la guida sicura veloce e silenziosa come dicono le pubblicità. Ma allora fanno bene i proletari a non desiderare altro che l’auto nuova e di grossa cilindrata!"
Provò a partire sgommando ai semafori, si divertì in una serie di sorpassi disinvolti. Accese la radio e la sintonizzò sul terzo programma. Pavarotti cantava Che gelida manina.
"Cosa c’è di più delizioso che avanzare veloci nella pioggia, in questa pace meccanica, al canto stereofonico di una romanza. Non sapere dove andare, non avere niente da fare, correre verso chissà cosa, non ricordare nulla, non desiderare nulla..."
Seguì il tenore, cantando anche lui a squarciagola:
Chi son? Sono un poeta.
E cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
Accelerò ancora, contagiato dalla foga del canto. Non faceva caso alle indicazioni segnaletiche, seguiva l’estro del momento. Entrò e uscì da tangenziali e autostrade, lanciando la macchina a folle velocità, provando a superare chiunque, ridendo bambinescamente delle proprie bravate.
Dopo aver girato per alcune ore, zigzagando a capriccio nella rete viaria piemontese, si ritrovò nei pressi di Vinovo.
"Qua c’è l’ippodromo. Potrei andare a sputtanarmi un po’ di soldi. Oggi è mercoledì, dovrebbero esserci le corse."
Lasciò la Croma nell’ampio parcheggio ancora quasi deserto e si incamminò verso l’entrata. Davanti alla pista di allenamento vide passare un artiere trafelato:
– Scusi a che ora iniziano le corse?
– Otto e trenta – rispose l’uomo senza interrompere la sua andatura. Lo seguì. All’ingresso si era radunata una piccola folla di guardiani e dipendenti dell’ippodromo. L’artiere stava raccontando con grande eccitazione e dispendio di gesti una storia raccapricciante: aveva appena trovato dieci purosangue sfregiati:
– ...stavo iniziando la distribuzione della biada. Ho aperto il portellone del primo box e non vedo venir fuori la testa di Sir Joseph. Strano, dico, di solito si affaccia quando mi sente arrivare. Invece niente. Vedo che il cavallo se ne sta là in fondo al box, nervoso, come se avesse paura di me. Ehi, che ti prende? Non mi riconosci? Lo guardo meglio: ha tutto il muso sporco di sangue. Dio Cristo, che hai fatto? Mi avvicino e vedo tre o quattro tagli sul muso e sul naso. Intanto sento gli altri cavalli che scalpitano. Mi viene un dubbio: corro anche da loro. Tutti, tutti sfregiati! Bastardi, vigliacchi, fetenti! Li hanno sfregiati tutti e dieci!
La piccola folla corse verso la scuderia colpita dalla sciagura. Anche lui approfittando della confusione si accodò al gruppo dei curiosi. Alcuni animali avevano solo dei graffi superficiali, altri invece sanguinavano ancora copiosamente. Il veterinario arrivò quasi subito e cominciò a disinfettare le ferite e a praticare iniezioni calmanti.
– Li hanno colpiti con una lametta o con un rasoio perché i tagli sono finissimi. Guariranno presto. Bisognerà fare molta attenzione con i finimenti, finché le ferite non saranno comple-tamente rimarginate. Qualcuno di questi stasera doveva correre?
– Solo Marentino e Drissa.
– Naturalmente non correranno. Ma non vi siete accorti di niente? Non avete visto nessuno?
– No, niente di sospetto. In giro non si son visti estranei.
– Non è possibile! È già la seconda volta che capita. L’anno scorso quattro trottatori sono stati colpiti nello stesso modo... Cristo, se prendo quel bastardo, lo ammazzo con queste mani!
Arrivò il padrone della scuderia che si mise quasi a piangere alla vista dei suoi cavalli così barbaramente seviziati.
Rabbia, incredulità e propositi di vendetta spiccia si alternavano nei discorsi di tutti quanti.
Quell’ignobile episodio lo rituffò in uno stato di abbattimento, in netto contrasto con l’esaltazione in cui si era crogiolato per quasi tutto il pomeriggio. Si allontanò e andò verso le tribune che erano ancora vuote.
Volle scacciare la tristezza, dedicandosi a soddisfare l’appetito che aveva incominciato a farsi sentire. Ed entrò così nel ristorante dell’ippodromo.
Per la prima volta nella vita diede al cameriere la mancia in anticipo. Si ricordò di suo padre che gli raccontava sempre del viaggio di nozze nell’Italia in guerra. Nei ristoranti ufficialmente vigeva un regime di austerità: molti cibi erano banditi, ma bastava dare una buona mancia anticipata e, come per magia, sotto le foglie d’insalata spuntavano fette di salame e noci di burro.
– Da bere, signore?
– Champagne, naturalmente.
– Veuve Cliquot o Mumm?
– Il migliore. Avete del pane integrale?
Il cameriere non si lasciò stupire dalla richiesta e, porgendogli il menu e il programma delle corse, rispose:
– Vedo se posso accontentarla.
Scelse vitello tonnato, speck con melone, risotto ai porcini, involtini alla provenzale, sogliola alla mugnaia e fragole al limone. Il cameriere mantenne la promessa e arrivò con il pane integrale, quando lui aveva già quasi terminato l’antipasto.
– Mi scusi il ritardo.
Pensò: "La storia si ripete al contrario: quarantacinque anni fa se davi la mancia in anticipo ti facevano saltar fuori il salame e il pane bianco. Oggi ti procurano il pane nero."
La prima corsa si svolse tra il risotto e gli involtini. Il cameriere gli consigliò di puntare su Eraclito vincente, che in quel momento i bookmaker davano a 1,5. Lui gli diede due biglietti da centomila.
– Ci pensa lei?
Un quarto d’ora più tardi il cameriere, con aria complice, gli consegnò la vincita che aveva puntualmente confermato il pronostico.
– Glielo avevo detto eh!
Il conto fu il più alto che mai avesse pagato in un ristorante: centoventiseimila lire. Lasciò al cameriere il resto di due banconote da cento e fu gratificato da uno squillante:
– Buona fortuna, signore!
Puntò ancora nelle ultime corse in modo cervellotico, scegliendo cavalli assolutamente sfavoriti e accoppiate impossibili. Difatti non riuscì a vincere nulla, lasciando un milione e seicentomila lire nelle mani di quei sornioni professionisti della scommessa.
– Deo gratias, non avrei sopportato l’idea di essere nuovamente baciato dalla fortuna!