LIBRO DEL MESE "La passione di Torino"

Suor Iolanda stava finendo di farsi l’henné. Usava la marca Spiritual Sky, tipo renforcé, che dava una bella tonalità rosso veneziano ai suoi capelli folti e leggermente ondulati. Questo era l’unico cedimento alla vanità che la suora laica si concedeva.

Aveva trentasei anni, una laurea in magistero, una specializzazione in psicologia e una vocazione che durava da quasi un decennio. Più incline a un impegno nel mondo "per i fratelli in Cristo", che a una vita di preghiera e contemplazione, la sua era una spiritualità senza svolazzi mistici.

Orgogliosa e disinvolta, con notevoli capacità organizzative, sapeva essere comprensiva e materna con tutti quelli di cui si occupava. Dirigeva da cinque anni la comunità-alloggio di Via Rossini, per bambini abbandonati o con gravi problemi familiari.

Era una bella donna e sapeva di esserlo. Si era fatta suora a ventisette anni, dopo la tragica morte del fidanzato, un responsabile nazionale dello scoutismo cattolico, sfracellatosi sulle Grandes Jorasses.

Certo, Iolanda era ancora convinta delle proprie scelte esistenziali, ma da un po’ di tempo strane inquietudini facevano capolino nella sua coscienza.

Era il suo pomeriggio di libertà e aveva deciso di uscire a far compere in centro. Voleva andare a vedere alla libreria dei Remainder’s se era arrivato qualcosa di nuovo. Finì di asciugarsi i capelli, s’infilò un golfino perché la temperatura con quella pioggia insistente si era di molto abbassata, prese l’ombrello e uscì, dopo aver salutato i bambini che stavano facendo i compiti con una delle animatrici.

Attraversò il centro a piedi, guardando le vetrine. Notò che Torino si stava riempiendo di jeanserie e fast food, se ne dolse un po’ perché lei amava i vecchi negozi tradizionali, anche se aveva rinunciato da tanto tempo a frequentarli. Pensò che i prezzi avevano preso un’impennata da capogiro, ma il fenomeno non la riguardava poi molto: lei ormai si lasciava tentare soltanto dai libri e da qualche disco di musica classica.

Entrò nella libreria di Via Giolitti, specializzata in libri a metà prezzo e stette una buona mezz’ora a sfogliare i volumi sul bancone centrale, dove si trovavano le occasioni più ghiotte. Ne scelse uno riccamente illustrato sulla civiltà etrusca e Avere o essere di Erich Fromm, che aveva prestato tanto tempo prima e che non le era più stato restituito.

Si avvicinò alla cassa per pagare. La commessa batté la cifra e disse:

– Trentasette.

Lei aprì il portafoglio e dopo averci frugato un bel po’ arrossì e si scusò:

– Oh, ma che stupida, non ci arrivo mica. Credevo di avere cinquantamila lire, invece arrivo solo a... trentacinque, mi scusi. Ritornerò domani.

La giovane commessa, più imbarazzata ancora, balbettò:

– Ho già battuto lo scontrino. Adesso il principale non c’è. Non saprei come fare... Sa, sono nuova...

– Vuole che le lasci una caparra? Le lascio anche un libro, torno a ritirarlo domani.

Mentre la commessa, continuando a tergiversare, non si decideva a dare una risposta, uno sconosciuto, elegante e dall’aria mite, che si era avvicinato anche lui per pagare un grosso volume sulla storia dell’arte fiamminga, s’intromise nell’impacciato colloquio:

– Senza offendere, posso aiutarla a risolvere il problema?

Aveva in mano un biglietto da duemila lire e lo porgeva con discrezione, aggiungendo:

– Se vuole me li può restituire... non so... mandandomeli per posta – e intanto la guardava con un sorriso franco e rassicurante.

Fu un istante lunghissimo per Iolanda, dal momento in cui con reazione istintiva disse: – No, grazie, – fino a quando, dopo le garbate insistenze di lui, acconsentì a prendere i soldi.

Nel tragitto dalla cassa all’uscita una ridda di pensieri velocissimi la travolse:

"Che cosa mi succede? Accetto denaro da uno sconosciuto? Mi lascio subito incantare da uno che mi fa una gentilezza... Sto perdendo ogni ritegno... E ora bisognerà pur che gli dica qualcosa, non posso mica andarmene così. Ma non posso chiedergli l’indirizzo per restituirgli i soldi. Mio Dio, che devo fare? Magari questo qui vuole solo attaccare bottone. E se anche fosse?... Ha una faccia perbene, un’aria malinconica... In fin dei conti ha fatto solo un gesto di generosità... Ma non dovrei rispondere così al suo sorriso. Signore, sono troppo sensibile alle gentilezze degli uomini! Me ne sono già accorta da un po’ di tempo... Dio, aiutami a non fare sciocchezze."

La proposta di lui fu signorile e cameratesca insieme:

– Beh, per ricambiare, può lasciarsi offrire un caffè al bar qui di fronte. Non ha mica fretta?

– Sì... no, no... – E fu questa l’unica risposta che lei seppe partorire dal serrato travaglio di una coscienza allenata a ogni tipo di esame.

– Allora andiamo a prenderci un caffè. O preferisce un tè?