LIBRO DEL MESE: "La passione di Torino"

La dottoressa Infante restò come inebetita per un lungo minuto, resistendo alla tentazione di abbandonare la saletta per chiedere scompostamente aiuto ai propri collaboratori.

– È successo! – si disse con realismo sabaudo.

Sì, quello che ogni direttore di museo paventa più di ogni altra calamità, era successo anche nella sua Galleria, da pochi mesi ristrutturata e dotata di un sistema antifurto tra i più sofisticati.

Si chiese se poteva rimproverarsi qualche omissione o negligenza, ma non trovò nessuna pecca nel proprio operato di conservatrice di pubblici tesori. Davanti al convulso inventario di doveri e responsabilità, norme e regolamenti, la sua coscienza continuava a ripeterle: "Tu sei a posto."

Restò a lungo a osservare i tre spazi vuoti sulla parete che fino a poche ore prima aveva ospitato le tavole trafugate. Rilesse i messaggi battuti a macchina sulle targhette lasciate provocatoriamente dal ladro:

Opera temporaneamente sequestrata

Per scopi umanitari.

La direttrice a questo punto cedette alla violenza del turbamento e scoppiò in lacrime, avviandosi quasi correndo al proprio ufficio.

Dopo neppure mezz’ora, il giudice Offidani, il capitano dei carabinieri Lauricella, del nucleo investigativo speciale per la tutela del patrimonio artistico, il giovane vice-commissario della Digos, Anzalone, il responsabile della vigilanza interna della Galleria, Menicazzi, procedevano nella saletta del furto a effettuare i primi rilievi e tentavano una sommaria ricostruzione dei fatti.

Il magistrato, malgrado il suo ruolo di coordinatore dell’indagine, era quello che parlava di meno e mostrava sul volto il più profondo sgomento. In vent’anni di carriera questo era per lui il primo caso di furto in un importante museo. Teneva tra le mani un volume che la dottoressa Infante aveva avuto cura di fornirgli: era il libro di Marziano Bernardi, La Galleria Sabauda di Torino, dove le tre tavole comparivano in belle riproduzioni a colori e descritte in modo da illuminare anche il profano sulla loro eccezionale importanza. Dell’opera del Van Eyck si diceva: "È la gemma della Galleria Sabauda, il suo dipinto più raro e prezioso." E anche a proposito della tavola del Memling si sosteneva che era: "una delle opere più celebri..."

– Ha preso proprio il meglio! – commentò il giudice, azzardando una battuta, anche per sollevare un po’ l’atmosfera lugubre che il primo sopralluogo aveva determinato.

L’indagine proseguì per almeno due ore, all’interno e all’esterno della Galleria. Ma alla fine gli investigatori poterono trarre ben scarne conclusioni: il furto era sicuramente opera di professionisti che dovevano aver agito su commissione. Forse qualcuno aveva dato assistenza dall’esterno, ma chi era penetrato nella galleria, oltre a doti acrobatiche doveva anche possedere una straordinaria competenza in fatto di sistemi di sicurezza elettronici.

L’esiguità degli indizi e l’eccessiva dose di mistero avevano fatto nascere in tutti un gran senso di impotenza. E si avvicinava di minuto in minuto la tremenda responsabilità di dare la notizia alla stampa.