Macello

la storia del paesaggio agrario

di Luigi Priotti

Cascine e ciabot

Sono racchiusi in queste due parole secoli di evoluzione abitativa circa l’insediamento permanente costituito dalle case sparse nella tipica forma a "macchia di leopardo" che chiunque può notare viaggiando nelle nostre campagne e che, unitamente alle coltivazioni, costituiscono il paesaggio agrario. Le cosiddette cascine sono tipiche delle zone fertili di pianura e con superfici di almeno una decina di ettari, mentre i "ciabot" si sono sviluppati soprattutto nelle zone più povere: terreni ingrati per composizione strutturale, livellamento, scarsità d’acqua per l’irrigazione, sulle colline, lungo i torrenti e quasi sempre con superfici di ridotte dimensioni. Non esiste una data precisa a cui fare riferimento per l’inizio degli insediamenti delle case sparse.

Cascina.jpg (48189 byte)Sappiamo che la fine del sistema "curtense" in uso nel Medioevo ha dato nuovo impulso, pur tra alterne vicende legate a guerre e invasioni, a questa forma di insediamenti sparsi o in piccoli gruppi tipo borgate: cascine e ciabot per noi; altrove, casali, masserie, casolari, mansi, grange, casone, caseforti, ecc..., così chiamati a seconda della destinazione e degli usi linguistici dialettali locali. Là dove la campagna è più fertile troviamo i caseggiati migliori, e architettonicamente, e per uso di materiali. Proprietà che affondano le radici nel sistema feudale, appartenute in origine a signorie locali o comunità religiose. La tipologia strutturale è prevalentemente a corte quadrata o rettangolare chiusa, o a manica lunga con la facciata dell’abitazione rivolta a sud nella maggioranza dei casi. Nonostante l’enorme distanza che ci separa, una tipologia abitativa rurale per certi versi simile alla nostra si può osservare nella Cina settentrionale con case a corte chiusa comprendente abitazione, stalle, tettoie e magazzini; o come nella regione dello Zhejiang, dove all’abitazione sono annessi sullo stesso fronte il ricovero animali, scorte e attrezzi.

Il termine "cassina" pare d’uso nella Toscana e nel vercellese già nel dodicesimo secolo e sta ad indicare un complesso edilizio rurale di struttura sia abitativa che di ricovero animali e magazzino per prodotti ed attrezzi.

Più avanti il termine "cassina" cambierà in "cascina". La parola "ciabot" è senz’altro la variante in piemontese di "chiabotto", termine con cui si indicava una piccola costruzione in materiali poveri e avente caratteristica di precarietà. Rinaldo Comba, nel capitolo "Le origini medioevali dell’assetto insediativo moderno nelle campagne italiane", spazio del volume dedicato agli Insediamenti e Territorio ( Storia d’Italia - annali 8 - ed. Einaudi ), scrive che tra il XII e il XIV secolo nell’appennino emiliano, sia in mezzo ai campi come nei castagneti e vigne, è abbastanza diffuso costruire capanni che i documenti d’epoca chiamano casoni, caselli o medali e la cui funzione consiste in ricovero per frutti e attrezzi, oltreché riparo per le persone colpite da intemperie.

Lo stesso autore prosegue: <<...approssimativamente negli stessi anni e con le stesse funzioni , appare diffuso nelle vigne e negli alteni del Pinerolese il "Chiabotto". Costruzioni sussidiarie di questo genere, chiamate nei documenti d’epoca "tegetes" o "casoni" erano abbastanza frequenti nelle campagne venete alla fine del Medioevo>>. In provincia di Cuneo tali costruzioni in medesima epoca erano chiamati "tecta", più avanti tetti o tettoia (in dialetto ancora oggi si sentono chiamare "teit" e sta ad indicare sia una singola tettoia come un generico riparo a diversi scopi adibito). Nelle vigne intorno a S.Secondo ho visto uno di questi "chiabotti" costruito in mattoni crudi con superficie di circa 25 metri quadri e senz’altro risalente al secolo scorso, mentre a Macello, nelle vigne del "Batur" ne troviamo uno più moderno costruito già all’inizio di questo secolo.

Erano e sono chiavi di lettura, anche se in parte scomparsi, o destinati a scomparire, vecchi caseggiati in pietrame e mattoni crudi, a volte filari di alberi, i fossi a cielo aperto per lo scolo delle acque nei piccoli centri rurali, i depositi di pietre lungo le strade vicinali, siepi o cespugli di acacie ai bordi dei campi meno fertili, attrezzi per il lavoro manuale, una data su un muro anteriore alla rivoluzione francese, muri di recinzione o di contenimento a secco in montagna e una infinità di altri particolari a volte insignificanti e che solo un occhio attento può cogliere, traccia importante del passato e della cultura contadina. D’altronde ogni epoca storica ha le sue rivoluzioni, violente o pacifiche ne lasciano i segni: positivi o negativi, duraturi o passeggeri che siano, ma non dimentichiamo che ciò costituisce documentazione storica e risorsa di ricchezza culturale. Oggi il subentrare di una moderna edilizia nelle nostre campagne, se da una parte ha permesso strutture abitative con annesse stalle e tettoie più funzionali sotto i diversi aspetti, ha d’altro canto e in certi contesti stravolto paesaggi d’antica origine. Ognuno può notare come in questi ultimi decenni stiano avvenendo cambiamenti che non si sono verificati in diversi secoli precedenti.

La creazione di nuovi posti di lavoro, il conseguire titoli di studio o l’intraprendere nuove professionalità, l’avvento di nuove tecnologie, l’uso massiccio di meccanica e chimica ha posto in crisi antiche certezze basate sul lavoro manuale e sulla disponibilità di terreni; ha spezzato quel filo di continuità specie nelle piccole aziende agricole non più sufficientemente redditizie per garantire condizioni economiche adeguate all’intera famiglia, se rapportate ad altre attività a volte meno impegnative. Per cui, oggi, se per molti ciabot non è ancora stato richiesto il cambio di destinazione d’uso, presto sarà fatto.

Anche molte cascine date in affitto potranno subire medesima sorte. La dicotomia fabbricati-terreno tende sempre più a disgiungersi perché se il terreno non invecchia i fabbricati al contrario richiedono manutenzione costante e conseguenti spese; dopotutto la resa in affitto del solo terreno è pressoché identica anche senza inclusione di fabbricati, perché detti terreni vengono affittati ad aziende in espansione e già dotate di proprie strutture fondiarie.

Il problema della manutenzione dei fabbricati rurali per le aziende date in affitto non è solo problema di oggi. In un verbale datato 11/11/1881dell’Amministrazione della Congregazione di Carità di Vigone, amministratrice del Regio Ospedale locale, si delibera di porre in vendita mediante pubblico incanto una cascina in territorio di Macello di cui è proprietario detto Regio Ospedale adducendo a motivo che la rendita in affitto annuo, dedotte imposte, assicurazione incendio e manutenzione varia, ammonta a sole lire 1183,44, mentre la somma d’estimo (lire 38000) ricavata da eventuale vendita e investita in rendita dello Stato Italiano avrebbe reso lire 1814,12. Detta cascina di giornate 39 circa venne poi venduta, fabbricati e terreni, il 2 febbraio 1882 al prezzo di lire 38200.

Nell’arco del prossimo decennio, salvo un’inversione di tendenza che oggi forse nessuno è in grado di prevedere, assisteremo ancora ad un calo della popolazione agricola. Diminuiranno ulteriormente, o spariranno del tutto i "ciabot" e le cascine ubicate nei centri abitati o immediata periferia per svariati motivi: igienici (allevamento di animali), di viabilità (aumento del traffico e nuove norme sulla circolazione di mezzi agricoli), terreni frazionati per successione ereditaria o inclusi nei piani regolatori comunali, intere famiglie contadine giunte all’età pensionabile e non più sostituite nell’attività dalle giovani leve, aumento dei costi e servizi legati alla produzione agricola oltre al calo dei prezzi dei prodotti ottenuti, in parte dovuto alla liberalizzazione dei mercati.

Diciamo pure che oggi una parte di agricoltura, specie quella di ridotte dimensioni, si mantiene in equilibrio economico grazie alle pensioni di anzianità ed ai contributi CEE (seminativi, vacche nutrici e vitelli, zone svantaggiate), e non dalla remuneratività del prodotto ottenuto. E’ tutto ciò un quadro pessimistico per il futuro? Speriamo di no, anche se è reale il pericolo che su certi terreni marginali venga praticata in futuro soltanto un’agricoltura di rapina; che prendano il sopravvento nuovi operatori, magari più preparati, ma anche più spregiudicati nell’adottare sistemi e tecnologie genetico-produttive in contrasto con ambiente e salute.

 

Macello e dintorni: culture agricole di ieri, oggi e di domani

Premetto che per colture di ieri intendo, quale epoca di riferimento, per sommi capi, il periodo compreso tra la fine del medioevo e i primi decenni di questo secolo, anche se quest’ultimo è già da considerarsi epoca moderna.

Paesa2.jpg (27135 byte)

Pur tuttavia il mondo contadino del nostro periodo giovanile, e per sentito dire, ma anche per testimonianze dirette, è da considerare, forse, più vicino all’alto medioevo che non a questo fine secolo. La trazione animale preponderante nella coltivazione delle terre, il lume a petrolio usato ancora in molte case sparse, i trasporti delle merci, eccetto le ferrovie, opera dei "carrettieri" equiparabili ai camionisti di oggi, il lavoro in prevalenza ancora manuale.

L’elenco dei confronti sarebbe infinito; lo stesso valore del denaro in certi frangenti era subalterno al valore delle cose, specie se queste cose in periodo di penuria si chiamavano pane e companatico. Questo per dire che la miseria la faceva da padrona nei periodi di "vacche magre" causa guerre, malattie, calamità naturali. Ci saranno stati senz’altro periodi di "vacche grasse", se rapportate al modo di intendere ogni singolarità epocale; e ne sono testimonianza le forme architettoniche di edifici storici oggi irripetibili.

La stessa strutturazione dell’agricoltura giunta sino a noi, nella suddivisione particellare dei singoli appezzamenti; gli insediamenti delle cosiddette "case sparse", le strade interpoderali, la canalizzazione primaria e secondaria ad uso irriguo e scolo delle acque. Analizzando i molti particolari legati all’attività agricola, percepibili per conoscenza e intuito, risulta evidente che la geografia è "madre della storia", nel senso che l’ambiente è condizionante nella storia dell’umanità, in quanto è incontestabile che la storicità delle singole zone è legata, è influenzata, si è evoluta e si evolve sotto la spinta di fattori legati alla collocazione geografica che si possono riassumere in omogeneità dei terreni, buon livellamento di questi, disponibilità di acqua e di vie di comunicazione, scarsità di fenomeni naturali dirompenti e buona adattabilità delle singole colture.

Le colture radicate nell’antichità e che gli storici ci hanno descritto vanno considerate per ordini di grandezza e configurate in cereali vari, la vite, essenze legnose e ortofrutticole, allevamento brado e non, pastorizia.

Ad epoche più recenti vanno ascritte le introduzioni nel nostro ambiente da parte di viaggiatori, esploratori, missionari, commercianti, di nuove varietà quali il mais, la patata, il gelso per l’allevamento del baco da seta, forse la canapa, i pomodori e chissà quant’altro.

Quindi possiamo supporre, e ne abbiamo traccia, che anche Macello è stato terreno fertile per le molteplici colture accennate. Il sistema di insediamento classico giunto sino a noi, e suddiviso principalmente in "cascine" e "ciabot", era basato, nella fattispecie, in proprietà, affitto, mezzadria ed altre forme minori, e con tipologia di conduzione familiare, integrata da salariati fissi e manovalanza stagionale. Le signorie locali e ordini religiosi vari ricorrevano di certo per la quasi totalità a manodopera esterna. I "ciabuté", a volte dotati sì e no di un paio di ettari e due mucche, erano sovente manovalanza stagionale per le aziende più consistenti. Perciò ci possono, sotto certi aspetti, apparire vicini ai "romulei" dell’antica Roma, i quali ricevevano dal Potere i due iugeri (mezzo ettaro) per la coltivazione ad uso familiare. Ciò per legarli ad una determinata zona, e, in quanto non bastante alla sopravvivenza, costringerli a prestare la loro opera su terre pubbliche e padronali. E’ una tesi a cui pare abbia dato il proprio avallo anche Max Weber.

In un’economia non ancora economia di mercato, ma economia familiare, autarchica, la sicurezza aziendale agricola era basata sull’autosufficienza. Ogni singola azienda anche qui a Macello, piccola o grande, disponeva della vigna, da quelle più pregiate del "Batur", ai due filari di "merica" o "clinto" verso Zucchea. La suddivisione colturale comprendeva una parte a prato stabile, laddove era possibile l’irrigazione; ben il 50% era riservato ai cereali maggiori: grano e segale seguiti in ordine decrescente da mais, avena, patate; ancora prati in rotazione triennale di leguminose. La canapa possiamo supporre abbia avuto nel periodo di massima espansione a livello locale, l’importanza che può avere oggi il mais in determinate aree. L’allevamento bovino ed ovino era subordinato alla disponibilità di foraggi; gli stessi foraggi subordinati alla possibilità di irrigazione. Solo dopo la metà di questo secolo la diffusione a largo raggio dei pozzi artesiani ha costituito garanzia di irrigazione per le annate particolarmente siccitose. L’allevamento del baco da seta, dopo un periodo di massima diffusione di più secoli, si è avviato rapidamente al declino negli anni che hanno preceduto la seconda guerra mondiale.

Ogni azienda disponeva anche, quale allevamento minore, di maiali, galline, conigli, tacchini, oche, anatre e piccioni.

Gli alberi fruttiferi erano ovunque: meli e peri sui bordi di canali e in mezzo ai prati; i peschi nelle vigne; ciliegi e susine attorno alle case; i noci in ordine sparso. Il territorio di Macello ne ospitava a migliaia. La fiera di ottobre a loro dedicata ne è testimonianza.

Il noce era importante per i tre usi cui si prestava: per la pregiata qualità del legno da mobili, per l’uso alimentare del frutto e per ricavarne da questo l’olio. L’uso dell’olio di noce è datato in epoca antichissima. Molti di noi ricordano nell’immediato dopoguerra il deposito di bellissimi tronchi di noce accatastati nella piazzetta a lato della Chiesa pronti per essere spediti alle segherie, e su cui noi bambini si giocava a rincorrersi e nascondersi.

Ogni bordo di canale o strada ospitava poi gran varietà di essenze legnose: querce, olmi, frassini, acacie, pioppi in genere, erano le maggiori. Le querce possiamo supporre fossero raggruppate anche, e soprattutto, in zone boscose marginali lungo i corsi d’acqua, o addirittura in aperta campagna in gran quantità. La grossa orditura dei tetti delle costruzioni di antica data era costituita totalmente da tronchi di codesta specie, oltre ai solai, pavimenti, botti e tini, mobili, pontili e antiche imbarcazioni, ecc... Le ghiande poi a volte sostituivano il mais nella razione dei suini.

Il legno di olmo, frassino ed acacia costituiva materia prima importante per la costruzione di attrezzi vari, e soprattutto carri agricoli per la trazione animale. I gelsi, essenza giunta a noi dalla Cina fin dal medioevo, erano qui e altrove ubicati in mezzo ai campi dei seminativi in gran quantità quando il valore della produzione di bozzoli del baco da seta era ai primi posti nella graduatoria dei valori aziendali.

Piante di gelso erano coltivate anche all’interno dei centri abitati lungo pubbliche vie, nei cortili. A Pinerolo, all’inizio degli anni sessanta, in fondo a Viale Savourgnan, dove attualmente esiste un condominio d’angolo, nel cortile dell’osteria denominata "La Biancheria" faceva bella mostra di sé un gelso centenario. Tra i rami appositamente allargati e modellati, un tavolo in grado di ospitare quattro giocatori di carte comodamente seduti e con l’immancabile contorno di bottiglie vuote.

Il legno di gelso era inoltre di largo uso nel riscaldamento delle case.

Ecco in breve e succinta sintesi l’importanza delle varie colture agrarie nella nostra zona. Sulla loro evoluzione attraverso i secoli avranno aleggiato di sicuro molte nubi: guerre, carestie, epidemie, miserie di ogni genere. La nostra pace sociale, le nostre "molte" disponibilità e comodità ci inducono a considerare tutto ciò quasi preistorico, arcaico, per alcuni inimmaginabile, dimenticando che la nostra sicurezza odierna è frutto di evoluzione giorno per giorno, gradino per gradino; di errori e di successi, ma anche dei grandi sacrifici di coloro che ci hanno preceduto.

Cosa ci resta delle colture di ieri; cosa abbiamo in più oggi?

Dei vigneti resta una percentuale quantificabile sotto il 10%. Di canapa e baco da seta è scomparsa ogni traccia da molti anni. Il grano si è ridotto approssimativamente a meno del 30% ; la segale e l’avena sono state sostituite dall’orzo. Il mais ha aumentato la superficie e le potenzialità produttive in modo vertiginoso colmando il vuoto lasciato da altre colture decadute. I prati stabili sono stati trasformati, parte in rotazione e parte in seminativi, in subordine all’indirizzo produttivo aziendale. Le stesse aziende diminuite in numero percentuale e in addetti, hanno tuttavia ampliato di molto funzionalità e produzione lorda vendibile, grazie a genetica, chimica e meccanica. Gli allevamenti bovini sotto un certo numero di capi sono scomparsi, mentre altri hanno acquisito spazi e aumentato i numeri specializzandosi nelle due branche principali: produzione di latte e ingrasso. Tra il tutto le essenze legnose, nonostante la loro varietà sono quelle ad aver subìto il maggior tracollo, fatta eccezione per i pioppi. Del gran numero e varietà dei fruttiferi sparsi qua e là si può a ragione sostenerne il quasi annientamento con perdita a volte definitiva di varietà locali o con un danno irreversibile sul piano delle biodiversità che oggi si tenta di salvaguardare. Gli allevamenti di bassa corte (suini e avicoli) sono oggi per la quasi totalità attività intensiva, equiparabile ad attività più industriale che di azienda agricola. A tal punto, quanto delle colture di oggi è proiettabile nell’avvenire?

Sul piano dell’allevamento bovino avrà il sopravvento l’attuale indirizzo basato su allevamento specializzato intensivo, o si dovrà fare un passo indietro a favore della qualità e non della quantità? E’ una domanda dalla problematica risposta in quanto molte concause interagiscono : riduzione dei costi, tendenze di mercato, gusti del consumatore, norme politiche e fiscal-burocratiche. L’indirizzo zootecnico condiziona quindi le superfici foraggiere e buona parte dei cereali: in espansione o in regresso. Tra le essenze legnose, in prospettiva di lungo termine, il pioppo e in minor misura il noce, potrebbero recuperare superfici qualora la coltura del mais avesse a ridimensionarsi a seguito di scarso reddito.

Gli ortofrutticoli sono relegati alle aree loro più confacenti e con possibilità di espansione ridotta, salvo nuovi sbocchi di mercato. Sul versante delle monocolture il mais, in particolare, ha rappresentato fino ad oggi una discreta alternativa ad altre produzioni anche per la ridotta manodopera richiesta. Il calo di prezzo attuale può ridimensionare il tutto.

Si prospetta per il futuro l’uso delle cosiddette "biomasse" per la produzione di carburanti ecologici. Si arriverà pertanto, attraverso manipolazioni e miglioramenti genetici ad avere super-mais, super-soia, super-colza, super-girasoli, od altre nuove essenze tra l’erbaceo ed il legnoso da raccogliere direttamente in campo con apposite macchine (già prove ed esperimenti sembrano in atto in tal senso) e avviare agli stabilimenti di lavorazione per detto tipo di carburante? E’ da tenere presente che quand’anche certi esperimenti volgessero al positivo si tratterebbe pur sempre di monocolture spinte alle massime produzioni per esigenze di mercato e competitività.

L’azienda agricola classica, familiare, con produzione diversificata e rotazione colturale appartiene già al passato? Se così fosse, a parer mio, lo considero un regresso.

MACELLO HOME-PAGE

CULTURA NEL PINEROLESE HOME-PAGE