CONCLUSIONE |
E' molto difficile unificare in un testo unico tutto il lavoro, le
letture, i filmati, le impressioni, le esperienze, le emozioni, le riflessioni che hanno
seguito questa attività triennale con la mia classe, la III A della Scuola Media di
Perosa Argentina.
In particolar modo lo è per un adulto che deve, o dovrebbe secondo la concezione comune,
avere una "visione d'insieme", chiara, o, almeno, accettabilmente lineare.
Ebbene, dopo tutto questo lavoro mi sono resa conto che non è possibile avere tale
oggettività d'analisi, tanto più per un adulto che, proprio perchè spazia nell'universo
storico , più di un ragazzo, non riuscirà mai ad avere la " Chiarezza" su
tanti perchè, concatenati gli uni agli altri, in una catena che sembra interminabile, e
che lo è, senza dubbio : questa è l'unica certezza che mi è rimasta dopo, e durante,(
perchè ormai non ha fine ma prosegue in una ricerca costante), questa attività.
"Ricerca costante" : è un bisogno intriseco di sapere, "più so e più so
di non sapere", rileggere, ritrovare passi importanti, penetrare nella e nelle
storie, come vedremo più avanti, con P.Levi, non è la storia di " un"
genocidio e basta, ma è la storia di tante vite, di tante persone, ed anche la storia di
" qualcuno" che più di altri fece per gli altri... "Non dimenticare
", dunque, una pagina di storia, ma anche le persone che la scrissero col loro
sacrificio, più o meno consapevolmente.
Per "riepilogare" tutto ciò che, fino ad ora, può sembrare riepilogabile,
dunque, userò per gran parte ed in forma sequenziale, la presentazione e la prefazione
del libro di P.Levi : "I sommersi e i salvati", che più di ogni altro mette a
fuoco , nel modo più oggettivo possibile, i problemi sorti ai ragazzi e a me stessa
durante lo svolgimento di questo programma. Mi limiterò solamente alla presentazione ed
alla prefazione proprio perchè ritengo che questa mia " conclusione" debba
essere per tutti noi, il primo, e non l'ultimo, passo per cercare di "capire".
Abbiamo diverse "schedature" complete, di libri, di film, di documentari, ma
anche tanti "perchè?" . Ed è con questi "perchè?" che intendo
chiudere e, nello stesso tempo "aprire" le riflessioni su queste pagine di
storia.
E' fondamentale una premessa : non tutti i libri segnati nella bibliografia sono stati
letti dai ragazzi, per alcuni è meglio rimandarne la lettura ad un'età più matura,
resta comunque il consiglio di leggerli, più avanti. Per gli adulti che non li avessero
letti, invece, consiglio la loro lettura, subito.
Dalla " PRESENTAZIONE" del libro, copio integralmente : " E'
avvenuto,quindi può accadere di nuovo : questo è il nocciolo di quanto abbiamo da
dire" .In otto, densi capitoli, Primo Levi torna sull'esperienza dei Lager nazisti
per leggerla non come un fatto conchiuso, un evento imprevedibile e circoscritto, insomma
un incidente della storia, ma come una vicenda esemplare attraverso cui è possibile
capire fin dove può giungere l'uomo nel ruolo del carnefice e in quello della vittima.
Le domande cui Levi risponde con l'equilibrio e la lucida fermezza che siamo soliti
riconoscere ai classici, investono frontalmente il nostro oggi e si propongono alle nuove
generazioni, per le quali la parabola nazista si va facendo sempre più lontana e sfumata.
Quali sono le strutture gerarchiche di un sistema autoritario , e quali le tecniche per
annientare la personalità di un individuo? Quali rapporti si creano tra oppressori e
oppressi? Chi sono gli esseri che abitano la "zona grigia"della collaborazione?
Come si costruisce un mostro? Era possibile capire dall'interno la logica della macchina
dello sterminio? Era possibile ribellarsi ad essa? E ancora : come funziona la memoria di
un'esperienza estrema? Che cosa sapevano, o volevano sapere, i tedeschi? Levi non si
limita a chiarire gli aspetti del fenomeno Lager che fino ad oggi restavano oscuri. Il suo
è anche un libro "militante" che si batte contro ogni falsificazione e
negazione della realtà, contro l'inquinamento del senso etico, e l'assuefazione a quella
degradazione dell'umano che riempie le cronache di questi decenni. (...)."
Sin dalla prima pagina della "Prefazione", Levi mette in luce uno dei primi
problemi che avevamo notato : l'essenzialità de" l'essere creduti" da parte dei
sopravvissuti ai campi d'annientamento: "... Erano notizie vaghe, ...delineavano una
strage di proporzioni così vaste , di una crudeltà così spinta, di motivazioni così
intricate, che il pubblico tendeva a rifiutarle per la loro stessa enormità."Questo
rifiuto, sottolinea l'autore, era stato già previsto dagli stessi nazisti : "
...militi delle S.S. si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri : in qualunque
modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l'abbiamo vinta noi; nessuno di voi
rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli
crederebbe. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno
certezze perchè noi distruggeremo le prove insieme con voi. (...) La gente dirà che sono
fatti troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda
alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei Lager, saremo
noi a dettarla."
E questo timore era vivo nei prigionieri che neppure avevano più la speranza di tornare a
casa ed essere creduti, potersi sfogare : " ...è importante sottolineare come
entrambe le parti, le vittime e gli oppressori, avessero viva la consapevolezza
dell'enormità, e quindi della non credibilità, di quanto avveniva nei lager : e,
possiamo aggiungere qui, non solo nei lager ma nei ghetti, nelle retrovie del fronte
orientale, nelle stazioni di polizia, negli asili per i minorati mentali.".
Fortunatamente anche "la più perfetta delle organizzazioni"presenta lacune e la
Germania di Hitler era lontana dall'essere una " macchina perfetta"; e, anche se
molte delle " prove materiali degli stermini di massa furono soppresse, per
esempio(...) nell'"autunno del '44 i nazisti fecero saltare le camere a gas e i
crematori di Auschwitz, le rovine ci sono ancora" ed è difficile giustificarne la
funzione ricorrendo a "ipotesi fantasiose".
I comandi delle " SS ed i servizi di sicurezza posero poi la massima cura affinchè
nessun testimone sopravvivesse. E' questo il senso ( difficilmente se ne potrebbe
escogitare un altro) dei trasferimenti micidiali, ed apparentemente folli, con cui si è
chiusa la storia dei campi nazisti nei primi mesi del 1945 : i superstiti di Majdanek ad
Auschwitz, quelli di Auschiwitz a Bukenwald ed a Mauthausen, quelli di Buchenwald a Bergen
Belsen, le donne di Ravensbruck verso Schwerin. Tutti, insomma dovevano essere sottratti
alla liberazione, rideportati verso il cuore della Germania invasa da est e da ovest, non
aveva importanza che morissero per via, importava che non
raccontassero."(
)" dopo aver funzionato come centri di terrore politico...
e successivamente (o contemporaneamente) come sterminato serbatoio di mano d'opera schiava
sempre rinnovata, i Lager erano diventati pericolosi per la Germania moribonda, perchè
contenevano il segreto dei lager stessi, il massimo crimine nella storia
dell'umanità". "L'esercito di larve che ancora vi vegetava era costituito da
...portatori di segreti, di cui era necessario liberarsi(...) si scelse la via di
trasferirli "verso il centro della Germania, la parte meno minacciata dai fronti che
avanzavano, e di sfruttarne le ultime capacità lavorative, sperando, nel contempo, di
eliminarne il più possibile. E così fu, ma qualcuno ha avuto la fortuna e la forza di
sopravvivere, ed " è rimasto per testimoniare".
"E' meno noto il fatto che molti portatori di segreti si trovavano anche dall'altra
parte", da quella degli oppressori, anche se pochi sapevano e non sempre tutto.
Edifficile immaginare quanti dell'apparato nazista "potessero non sapere",
delle spaventose atrocità che venivano commesse, quanti sapessero qualcosa, ma fingevano
d'ignorare",(...)."Comunque sia, poichè non si può supporre che la maggioranza
dei tedeschi accettasse a cuor leggero la strage, è certo che la mancata diffusione della
verità sui Lager costituisce una delle maggiori colpe collettive del popolo tedesco, e la
più aperta dimostrazione della viltà a cui il terrore hitleriano lo aveva ridotto; : una
viltà entrata nel costume, e così profonda da trattenere i mariti dal raccontare alle
mogli, i genitori ai figli; senza la quale , ai maggiori eccessi non si sarebbe giunti, e
l'Europa ed il mondo oggi sarebbero diversi."(...).
Levi aggiunge che anche coloro che tacevano non avevano vita sicura :" il caso di
Stangl e degli altri macellai di Treblinka, che, dopo l'insurrezione e smantellamento di
quel Lager furono trasferiti in una delle zone partigiane più pericolose".
L'ignoranza voluta e la paura hanno fatto tacere anche molti " potenziali testimoni
civili delle infamie dei Lager ...(...) i Lager costituivano un sistema esteso, complesso
e profondamente compenetrato con la vita quotidiana del paese... Società industriali
grandi e piccole, aziende agricole, fabbriche di armamenti, traevano profitto da mano
d'opera pressocchè gratuita fornita dai campi". Alcuni sfruttavano i prigionieri
fino allo stremo, convinti che un prigioniero ne valesse un altro, e se moriva veniva
subito sostituito, altri, ma pochi, cercavano di alleviarne le pene.
E' molto interessante notare come Levi metta a fuoco un ulteriore problema: le industrie
ricavavano profitti dai Lager stessi : forniture di legname, materiali per costruzione,
tessuti per le uniformi dei prigionieri, i vegetali per le zuppe..." gli stessi forni
crematori multipli erano stati progettati, costruiti, montati e collaudati da una ditta
tedesca, la Topf, di Wiesbaden, ( che era attiva fin verso il 1975: costruiva crematori
per uso civile...). E' difficile pensare che il personale di queste imprese non si
rendesse conto del significato espresso dalla qualità o dalla quantità delle merci e
degli impianti che venivano commissionati dai comandi SS." Lo stesso discorso vale
per la fornitura del veleno, che fu impiegato nelle camere a gas di Auschwitz, il prodotto
" essenzialmente acido cianidrico, era usato già da anni per la disinfestaziome
delle stive, ma il brusco aumento delle ordinazioni a partire dal 1942 non poteva passare
inosservato." Indubbiamente sorsero dubbi, ma subito nascosti dalla paura, dalla sete
di guadagno, dalla cecità e stupidità volontaria e, " in alcuni casi, (
probabilmente pochi) dalla fanatica obbedienza nazista."
E' ovvio comunque che il materiale più "consistente " per ricostruire la vita
nei campi sia la "memoria dei superstiti". E qui viene messo a fuoco un altro
dei tanti problemi che avevamo affrontato: queste testimonianze, al " di là della
pietà e dell'indignazione che suscitano, vanno lette con occhio critico".
Non sempre infatti i Lager erano un "osservatorio" oggettivo per chi vi era
rinchiuso, in particolar modo se non sapevano il tedesco. Accadeva pure che i prigionieri
non sapessero neppure in quale parte d'Europa si trovasse il loro Lager, così come erano
talmente spersonalizzati da non riuscire a valutare la "misura della strage" che
si svolgeva sotto i loro occhi. E che occhi, "occhi legati al suolo dal bisogno di
ogni minuto".
Difficilmente è sopravvissuto chi ,dal di dentro, ha potuto scandagliare il fondo del
proprio Lager: "chi lo ha fatto non è tornato, oppure la sua capacità di
osservazione era paralizzata dalla sofferenza e dall'incomprensione". Alcuni
testimoni " privilegiati", però, avevano la possibilità di
"osservare" da un ottica migliore, perchè erano " più in alto, e
dominavano un orizzonte più esteso". Sui "privilegi", Levi sottolinea che
c'è molto da dire, (...) " i migliori storici dei Lager sono dunque emersi fra i
pochissimi che hanno avuto l'abilità e la fortuna di raggiungere un osservatorio
privilegiato senza piegarsi a compromessi, e la capacità di raccontare quanto hanno
visto, sofferto, e fatto con l'umiltà di un buon cronista, ossia tenendo conto della
complessità del fenomeno Lager, e della varietà dei destini umani che vi si
svolgevano.Era nella logica delle cose che questi storici fossero quasi tutti prigionieri
politici : e ciò perchè i Lager erano un fenomeno politico; perchè i politici, molto
più degli ebrei, e dei criminali, ( le tre categorie principali di prigionieri), potevano
disporre di uno sfondo culturale che consentiva loro di interpretare i fatti a cui
assistevano". Del resto erano quasi tutti ex combattenti, combattenti antifascisti,
capivano che ogni testimonianza era un atto contro il fascismo.Oltre a questo erano in
grado di essere in contatto con membri di organizzazioni segrete di difesa. Durante gli
ultimi anni a loro fu possibile tenere appunti, cosa che per gli ebrei non era pensabile e
che i criminali non avevano interesse a fare.
In quasi tutti i libri e le testimonianze analizzate, emerge questo punto legato
all'obiettività, al ricordo esatto e non più romanzato o passato dalle tante altre
testimonianze da essere stato "trasformato". Le stesse riflessioni le porta
avanti Levi, analizzandole nel loro insieme: prima di tutto si pone la "
decantazione, processo normale, grazie al quale i fatti storici acquistano il loro
chiaroscuro e la loro prospettiva solo a qualche decennio dalla loro conclusione.".
Alla fine della seconda guerra mondiale non vi erano infatti dati quantitativi sulle
deportazioni e i massacri nazisti, è solo da poco tempo che si comprende quanto
"tremendamente esemplare" sia stata la strage.
Nello stesso tempo, però, il passare degli anni ha un risvolto negativo : " la
maggior parte dei testimoni di difesa e accusa, sono ormai scomparsi, e quelli che
rimangono, e che ancora ( superando i loro rimorsi o , rispettivamente, le loro ferite)
acconsentono a testimoniare, dispongono di ricordi sempre più sfuocati e
stilizzati"; spesso, riprende Levi, ," a loro insaputa, influenzati da notizie
che essi hanno appreso più avanti, da letture o da racconti altrui.". Sottolinea
però come i " non ricordo", i "non sapevo", detti oggi, scandalizzano
comunque meno che detti quando i fatti erano recenti.
Un'altra "stilizzazione" viene messa in luce, e di questa se ne fa carico Levi
stesso, con coloro che hanno accettato di vivere la " condizione di reduci nel modo
più semplice e meno critico" : la dose di retorica che generalmente segue cerimonie
e monumenti e bandiere. Certamente un po' di retorica è importante per "la
memoria" : " Che i Sepolcri, l'urne de' forti, accendano gli animi a egrege
cose, o almeno conservino memoria delle imprese compiute."Bisogna però stare in
guardia dalle esemplificazioni "eccessive". Levi sostiene che ogni vittima sia
da piangere ed ogni reduce da compiangere ( piangere con), ma non "tutti i loro
comportamenti sono da proporre ad esempio." C'è una "zona grigia"
all'interno dei Lager, che è la zona di chi collaborò, la zona " di prigionieri che
in qualche misura, magari a fin di bene,hanno collaborato con
l'autorità(...)"." Non c'è prigioniero che non lo ricordi, e che non ricordi
il suo stupore di allora : le prime minacce, i primi insulti, i primi colpi non venivano
dalle SS ma da altri prigionieri, da "colleghi" , da quei misteriosi personaggi
che pure vestivano la stessa tunica a zebra che loro, i nuovi arrivati, avevano appena
indossata."
Levi prosegue affermando l'importanza di chiarire alcuni aspetti del " fenomeno
Lager", proprio per la sua pecularietà , proponendosi a contribuire al rispondere
alla domanda più ricorrente : " (...) che cosa può fare ognuno di noi , perchè in
questo mondo gravido di minacce, almeno questa minaccia venga vanificata ? E
ancora afferma e conferma una riflessione già portata avanti da diversi deportati :
" ...nonostante l'orrore di Hiroshima e Nagasaki, la vergogna dei Gulag, l'inutile e
sanguinosa campagna del Vietnam, l'autogenocidio cambogiano, gli scomparsi in Argentina, e
le molte guerre atroci e stupide a cui abbiamo in seguito assistito, il sistema
concentrazionario nazista rimane tuttavia un unicum , sia come mole sia come
qualità. In nessun altro luogo e tempo si è assistito ad un fenomeno così imprevisto e
così complesso : mai tante vite umane sono state spente in così breve tempo, e con una
così lucida combinazione di ingegno tecnologico, di fanatismo, e di crudeltà. Nessuno
assolve i conquistadores spagnoli dei massacri da loro perpetrati in America per tutto il
sedicesimo secolo. Pare che abbiano provocato la morte di almeno 60 milioni di indios; ma
agivano in proprio, senza o contro le direttive del loro governo; e diluirono i loro
misfatti, in verità assai poco "pianificati", su un arco di più di cento anni
; e fuono aiutati dalle epidemie che involontariamente si portarono dietro. Ed ,infine,
non avevamo cercato di liberarcene, sentenziando che erano " cose di altri tempi ?
".
Prof. Simonetta Colucci