LA QUESTIONE FEMMINILE |
"Lo studio della partecipazione femminile alla Resistenza è quasi
tutto da fare. A trentanni dalla Liberazione, non si è proceduto ancora a
raccogliere i dati precisi riguardanti le donne partigiane, patriote o appartenenti ai
Gruppi di difesa. Lapporto femminile alla Resistenza viene in genere incluso nel
dato complessivo. Per il Piemonte, si hanno ancora le cifre presentate da Ada Gobetti nel
1953: 99 partigiane cadute, 185 deportate, 36 cadute civili. Questi dati vennero poi
inclusi dallANPI nella statistica regionale complessiva, secondo cui i caduti
partigiani sarebbero 5598 e i civili 600. Per quanto riguarda le donne, il calcolo è
sicuramente molto al di sotto della realtà: valga per tutti lesempio di Giovanna e
Marcella Prato di Mondovì, vittime che Rita Martini ricorda nel nostro libro ma che non
risultano nellelenco nominativo delle cadute ripubblicato nel 1974 tale e quale a
quello del 1953 a cura del Consiglio regionale del Piemonte.
La lotta partigiana vide le donne nei GAP, nelle SAP, nelle formazioni di pianura e di
montagna, nellorganizzazione di scioperi e agitazioni esclusivamente femminili (si
pensi alle grandi manifestazioni seguite a Torino alla morte delle sorelle Arduino) nelle
carceri, sotto la tortura ( e seppero non parlare!), nella diffusione della stampa
clandestina, nelle pericolosissime missioni di collegamento. Non solo come
"mamme" dei partigiani o vivandiere o infermiere di ribelli affamati o feriti,
anche se furono pure questo, e quando tutto ciò poteva significare larresto,
lincendio della casa , la fucilazione. Le donne furono le saldissime maglie della
rete, rischiando spesso più degli uomini perché, se catturate, il nemico riservava loro
violenze carnali che in genere ai maschi non toccavano.
Nel ridimensionamento, anzi nella polverizzazione che " il vento del Sud "
portò ai valori sociali della Resistenza in nome della continuità dello stato, le donne
partigiane furono doppiamente tradite: dalle forze politiche tradizionali e in molti casi,
più dolorosamente, dagli stessi compagni di lotta.
Dopo la Liberazione la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere
nuovamente in casa le donne. Il 6 maggio 1945 Tersilla Fenoglio non poté neppure
partecipare alla grande sfilata delle forze della Resistenza a Torino. "Ma tu sei una
donna!", si sente rispondere da un compagno di lotta nellestate del 1945 la
partigiana Maria Rovano, quando chiede spiegazione dei gradi riconosciuti soltanto ad
altri. E a Barge, il vicario riceve il brevetto partigiano prima di lei. E Nelia
Benissone? Dopo aver organizzato assalti ai docks, addestrato gappisti e sappisti,
lanciato bombe molotov contro convogli in partenza per la Germania, disarmato militari
fascisti per la strada, anche da sola, e dopo essere stata nel 1945 responsabile militare
del suo settore, non sarà forse riconosciuta dalla Commissione regionale come
"soldato semplice"?
In fondo anche per molti uomini di sinistra le partigiane combattenti avevano trasgredito
la vocazione domestica. Quindi essi preferivano pensare che le donne avessero agito più
per amor loro che per autonoma scelta politica. E certo comunque che gli uomini non
erano molto disposti a concedere alle donne riconoscimenti, cariche e poteri. In un
documento del Comando della I Divisione Garibaldi "Piemonte" del 16 settembre
1944, riguardante le direttive per la costituzione di organismi popolari, si legge, per
esempio: "nei limiti delle possibilità e sempre che vi siano i requisiti adatti, un
elemento femminile può essere ammesso a far parte di detto organismo".
Alla fine della lotta armata la stragrande maggioranza delle donne non si fece avanti per
ritirare medaglie e riconoscimenti. Molte, vedendo come avvenivano le assegnazioni, si
astennero deliberatamente dal chiederle per non confondersi con i partigiani del 26
aprile. Anche per questo, le statistiche che indicano la partecipazione femminile alla
Resistenza sono così poco attendibili.
Ma si può cogliere un altro movente di tale atteggiamento: chiamate dalla storia degli
uomini a combattere in prima persona in un mondo in sfacelo, le donne agirono per
risolvere i problemi di tutti, non per fare carriera e ottenere posizioni di comando, come
è fondamentale movente, a volte magari involontario e inconscio, dellattività
maschile. Esse, pur tenute fuori a lungo dalla storia, si esposero senza esitare ai rischi
della guerra partigiana, ma nella massima parte non vollero impugnare le armi, questo
simbolo di prepotere maschilista.
Del resto, indipendentemente dei mezzi usati nella lotta, si distinsero dagli uomini
soprattutto per i modi e la qualità della loro partecipazione. I valori e i caratteri del
mondo femminile, sviluppatisi durante la millenaria soggezione e in risposta a questa,
diedero alla Resistenza una ricchezza e una completezza che non avrebbe altrimenti
raggiunto. Fra questi caratteri, come si potrà notare leggendo le vite delle nostre
intervistate, risaltano la spontaneità, il rifiuto del calcolo, il senso di giustizia, la
capacità appassionata di amare e soffrire, il rispetto antiretorico della verità dei
fatti e dei sentimenti ("avevamo paura", dichiarano candidamente), la
generosità comunicativa, la modestia, la pietà. Esse sentivano, come tutti gli oppressi,
che non combattevano solo contro il fascismo, ma anche e soprattutto contro la
disuguaglianza e lingiustizia: tuttavia raramente trovarono compagni che parlassero
loro della specifica oppressione femminile. Non si dimentichi che anche i quadri più
preparati erano ligi ai dettami della Terza Internazionale che nel suo III Congresso, pur
richiedendo unintensa attività organizzativa tra le masse femminili, aveva negato
lesistenza di una "particolare questione femminile". Non si dimentichi che
nei suoi ultimi documenti la stessa Terza Internazionale aveva rimandato tale questione
alla presa del potere socialista, additando come modello la donna sovietica, sottoposta in
pratica al duplice lavoro, in casa e in fabbrica. Erano gli stessi uomini che nei gelidi
anni Trenta videro allontanare la Kollontaj, censurare la Zetkin (e non polemizzare con
lei, come invece aveva fatto Lenin), esaltare lo stakhanovismo. Se ancora oggi, tra certi
compagni di stretta ortodossia, la parola "femminismo" è pronunziata con
sospetto, se non con disprezzo, figuriamoci nel 1943-45!"
Da "La Resistenza taciuta", di A.M. Bruzzone e R. Farina, La Pietra, 1976.
Giordana e Ilenia