LA DEPORTAZIONE

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Schedatura
"La vita offesa" di A. Bravo-D. Jallà
Franco Angeli ed., 1996
AUTORI: Anna Bravo insegna storia sociale all’università di Torino: si è occupata, tra l’altro, di Resistenza, di cultura di gruppi non omogenei e di storia orale, pubblicando diversi lavori su questi temi. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall’ANED del Piemonte. Daniele Jallà invece lavora presso la regione Piemonte, dove si occupa di storia e di culture locali. Ha svolto ricerche varie e pubblicato vari lavori di storia orale della cultura operaia.

TRAMA: questi storici hanno raccolto in questo libro le testimonianze di duecento sopravvissuti piemontesi dai campi di concentramento nazisti. E’ un accumulo enorme di notizie, episodi, giudizi, riflessioni ed emozioni. I protagonisti sono tanti e diversi: giovani partigiani e partigiane, intere famiglie ebree, antifascisti di vecchia data, militanti operai, soldati renitenti ai bandi, gente presa a caso nei rastrellamenti. Dalle loro voci si possono trarre moltissimi spunti per la conoscenza e lo studio dei campi di sterminio. All’inizio del libro vi è una prefazione di Primo Levi che con questi reduci ha avuto in comune l’esperienza del Lager, quindi rappresenta benissimo le loro esperienze e sofferenze. Egli scrive: "Per il reduce raccontare é impresa importante e complessa, allo stesso tempo è un obbligo morale e civile. Da questo impulso a vivere per raccontare molti hanno tratto la forza di resistere". Il libro si articola in alcune parti suddivise per vari argomenti: il periodo del fascismo, della Resistenza e dell’arresto. La deportazione, la vita nei campi, la sopravvivenza, la liberazione. Il ritorno, l’accoglienza di quelli che sono sopravvissuti, il dopo, la ripresa della vita. Mi pare alquanto significativo un capitolo che non è inserito con gli altri ma ricopre, almeno per me, moltissima importanza. E’ intitolato "Il prezzo della memoria". E’ opinione di molti che il sentir raccontare le loro esperienze non è cosa gradita, dà fastidio, non si è creduti, si pensa che i protagonisti esagerino, si mettono le proprie esperienze e sofferenze seppur lievi a confronto con le strazianti realtà dei campi di sterminio: "…raccontare poco non era giusto, raccontare il vero non si era creduti. Allora ho evitato di raccontare…" "…io dico: quel giorno potevo essere fucilato. Salta fuori un tizio e mi dice: ma noi a Torino avevamo la tessera per prendere il pane…" "… io ne parlavo con mia mamma, poi le mie sorelle mi hanno intimato, l’alt, la mamma non riusciva più a dormire, vuoi ucciderla? Devi tenere per te le tue cose… poi ne parlavo con mia moglie, poi lei aspettava la prima bambina, poi la seconda, poi allattava, si spaventava… non ne ho più parlato con nessuno" "… parlarne vuol dire ricordare, ricordare vuol dire avere gli incubi di notte, mia moglie ne sa qualcosa" "… è l’istinto: cerca di far dimenticare, anche se andiamo a far ricordare gli altri…".
Molti degli intervistati, siano uomini che donne, sono stati arrestati e rinchiusi nei campi di sterminio per motivi politici, naturalmente tutti gli oppositori del nazismo o fascismo. Loro raccontano la loro vita durante la dittatura, spiegano gli insegnamenti ricevuti a scuola, l’obbligo, seppur controvoglia, di aderire al partito fascista: "… bisognava pure dar da mangiare alla famiglia". Molti sono figli di antifascisti per cui hanno ricevuto in famiglia le prime idee di libertà e di repulsione verso il regime:… "mio padre non mi ha mai comprato una divisa da balilla, si è sempre rifiutato… non era iscritto al partito… non ha mai fatto carriera" "… non riuscivano a farmi andare nei balilla… per me era una cosa orrenda vedere quei mammalucchi con le mani alzate… e i piedi avanti" " avevo sei anni quando con una rivoltella puntata i militi fascisti invadevano l’edificio, cercavano mio padre per ucciderlo, mio padre era un attivo socialista. Non dimenticherò mai quella rivoltella…" " quando hanno ammazzato Matteotti mia mamma piangeva. Mi è rimasto impresso quel momento perché piangeva per una causa…" "… mio padre è stato 12 anni senza lavorare, non gli davano lavoro perché non era fascista. Io sono su con quella idea. Morirò con quella idea perché sono stato sempre contro l’ingiustizia".
Numerose sono le testimonianze di persone arrestate e internate in seguito a delazione, per pochi soldi vi erano delle persone disposte a vendere la vita di conoscenti e amici: " per ogni ebreo che facevano prendere i tedeschi davano tre mila lire…"
Dopo l’arresto in alcuni casi un interrogatorio, ma nella maggiore parte senza processo, venivano inviati nei campi di lavoro. La maggior parte delle persone non sapeva a cosa andava incontro, ma ben presto si rendeva conto che con il trattamento che si riceveva ben difficilmente si riusciva a sopravvivere: " c’era subito gente che si lasciava rattristare, sono stati i primi a morire, dalla fame, dai maltrattamenti, dalla degradazione, non reagivano più. In più quelli che mangiavano forte sono sfiancati subito, io forse ho resistito perché avevo già provato la fame…" "Molti sono usciti dalle baracche e si sono appesi ai fili elettrici dove passavano 500 watt. Preferivano morire" " a volte uno desiderava sdraiarsi, addormentarsi e non svegliarsi più. Così era finita "lì si viveva il minuto, perché adesso sei viva e magari dopo mezzora sarai morta… si pensava a vivere e basta".
La sopravvivenza era legata a molti fattori oltre alla fortuna: " sono tornato perché ero giovane, avevo fatto molto sport, correvo, giocavo al pallone, andavo in bicicletta" "facevo il boscaiolo ho fatto un’infanzia di miseria, ero già abituato ai patimenti" " ero in gamba a giocare a calcio, i kapo si divertivano a vedermi, mi regalavano qualcosa da mangiare così sono andato avanti" " avevo una bella voce, i capi mi facevano cantare quasi sempre" " mi portavano al crematorio, mi sono nascosto in un bidone… da quel giorno il mio numero non l’hanno più chiamato, per loro ero morta" " per sopravvivere bisognava far qualcosa che ti tenesse uomo… perché erano tante le cose che facevano che tu non lo fossi". Tra i molti capitoli vi è: "donne prigioniere" dove vi sono solo testimonianze di donne specialmente al campo di lavoro di Ravensbruck, ma anche di Auschwitz. In questi campi oltre al lavoro si "sperimentava" sui loro corpi. Naturalmente alla parola "donne" si associa in alcuni casi la parola "bambino", infatti alcune di queste hanno partorito dei figli nei campi e su questi episodi vi sono alcune testimonianze patetiche: " ho incontrato una francese, continuava a cercare delle erbe, delle radici… le mangiava… devo nutrirlo, dicono che la guerra finisca in due mesi, devo farlo sopravvivere per quando tornerò in Francia… e invece ne sono passati di mesi" " c’erano dei bambini, si attaccavano alla gonna della mamma piangevano. Ancora adesso sogno i campi di concentramento e i bambini che piangono, e mamme che non sanno più cosa fare" "c’era un bambino, non piangeva mai però era vivo… non era un bambino, era un ragno, tutto testa e tutto orecchie… prima che nascesse la madre aveva fatto la fame… una jugoslava mia amica aveva partorito lì una bambina, era felice, me l’ha fatta vedere: - guarda come è bella! –era una cosa spaventosa, credo che sia morta presto" . Molte delle donne intervistate hanno dato prova di grande coraggio, sia aiutando le loro compagne, rincuorandole, facendo loro coraggio semplicemente privandosi di un tocco di pane: "Era quella che si toglieva il pane dalla bocca per darlo a me, che ero la più giovane" "Avevo sempre freddo, lei mi scaldava le mani e mi faceva i massaggi".
Dopo tanti patimenti finalmente arriva la libertà e il ritorno a cosa. Le sofferenze non sono terminate anche se non quelle fisiche ci sono quelle psicologiche: "Quando arrivavano tante persone per chiedere dei loro parenti… mi sentivo a disagio ad essere lì… ti chiedevano – ma perché sei tornato tu e non…?-… avevo l’idea di essere di troppo, di aver fatto male a tornare indietro" "Per tanti anni ho vissuto con un senso di colpa per essere sopravvissuta, mi domandavo perché io sì e mio marito no. L’ho ancora aspettato per tanti anni… se no avrei fatto un infelice di lui e io sarei impazzita" " quando sono tornata volevo mettere a posto il mondo, mi pareva che tutti dovessero darsi da fare. Poi via via che il tempo passava ho provato una grande delusione, perché il mondo non era mai a posto… a che scopo tante vittime se si ritorna da capo… senza che i problemi fossero risolti" "… lavoravo alla Fiat… invece di trattarci bene perché partigiani o ci licenziavano o ci davano i lavori più umili" " sono scappato da un lager per venire in un altro ( la fabbrica ). Non posso dire le mie idee. A cosa è servito? Non ci si aspettava il tipo di democrazia che c’è oggi, noi abbiamo lottato per queste cose. Si sperava in un Italia diversa!".
Quest’ultima frase pronunciata da un sopravvissuto dai campi di concentramento riassume il pensiero e la amarezza di molti altri protagonisti di questo libro. La loro amarezza nei confronti dello Stato, ma anche dei conoscenti, amici, della loro stessa famiglia mi pare motivata e giusta. Tutti coloro che sono ritornati avrebbero meritato di più. Il loro sacrificio non ha prezzo, le loro sofferenze non potranno essere ripagate, la loro gioventù schiacciata e annientata non tornerà più, ma un po’ più di rispetto e comprensione avrebbero potuto ottenerlo! Dei circa 200 sopravvissuti piemontesi che hanno contributo alla stesura di questo libro, vi è anche Sergio Coalova di Pinerolo, questo signore ci ha accompagnati alla visita al campo di concentramento di Mauthausen, dove è rimasto internato dall’agosto ’44 fino alla liberazione del campo a (maggio-giugno 1945). La sua testimonianza è come quella di tutti gli altri, ha contribuito ad arricchire le mie conoscenze sul grave fenomeno della deportazione e farmi capire come era dura la vita in quei luoghi, e in quei tempi.
                                                                                                                                                            Alessio Bruno

 

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