I DEPORTATI

SPUNTA.WMF (886 byte)

TITOLO: Un partigiano a Mauthausen
AUTORE: Sergio Coalova
EDITRICE: l’Ariete
LUOGO E ANNO DI PUBBLICAZIONE: Cuneo, aprile 1985
GENERE LETTERARIO: Autobiografico-storico
BIOGRAFIA AUTORE: Sergio Coalova nacque a Pinerolo il 01/08/1923. Si diplomò geometra presso l’istituto "Buniva". Frequentò il 125° corso dell’Accademia di Artiglieria e Genio. Prese parte alla Resistenza armata, formatasi dopo l’8 settembre 43, in Val Pellice seguendo le formazioni G.L. che in seguito furono raggruppate nella "quinta divisione Sergio Toya". Durante un rastrellamento fu catturato e portato prima alle "Carceri Nuove" di Torino, poi nei campi di Fossoli e Bolzano e infine al famigerato campo di Mauthausen in Austria.

TRAMA: Sergio Coalova prese parte alla Resistenza Armata in Val Pellice aderendo alle Formazioni G.L.. Divenne clandestino con certi suoi amici perché decisero di non presentarsi ai comandi della Repubblica Sociale Italiana anche se erano soggetti ad obblighi di leva. Sergio Coalova e i suoi amici tra i quali Andrea, Franco e Bastian, formano una banda Partigiana nella quale entreranno poi altri ragazzi. Si rifugiarono agli Ivert, nella Valle di Luserna. Fecero molti attacchi alle varie caserme, tra le quali quella di Bobbio Pellice che era la sede dei reparti della Guardia di Finanza. Tra i partigiani s'instaurò un rapporto di amicizia che li teneva uniti.
Durante uno dei loro numerosi pattugliamenti che si spingevano fino a vedere il posto di blocco vicino, videro un gruppo di fascisti che facevano un’uscita nella parte bassa di Torre Pellice. Decisero così di intervenire dissuadendo il Comando Fascista del continuare quelle uscite. Dopo vari "incontri" con i tedeschi da parte di Coalova e del Capit. Preara, gli amici di Coalova e suoi compagni temettero che i Tedeschi stessero tendendo loro un tranello. Pochi giorni dopo, infatti, mentre Sergio Coalova era andato in paese dalla mamma di un suo amico partigiano, quando stava per tornare alla base venne arrestato. Subito dopo l’arresto, venne portato nella caserma Ribet di Torre Pellice e sbattuto in cella. Dopo un primo interrogatorio, venne portato di nuovo in cella: lì incontrò Jacopo Lombardini, predicatore di fede repubblicana e antifascista. Dopo 8 giorni Coalova venne portato alle carceri Nuove di Torino. Dopo tanti interrogatori e altrettante torture, durati una cinquantina di giorni, Coalova e molti altri prigionieri vennero fatti salire su un treno e mandati a Fossoli, nel tristemente famoso campo di concentramento. La vita nel campo non era facile anche se sarebbe stata molto più difficile a Gries. A Fossoli alcune volte i prigionieri potevano scrivere ai familiari e qualche volta Coalova vide sua sorella, attraverso la recinzione, che veniva a salutarlo.
Durante la lunga prigionia di Coalova a Fossoli, venne ucciso Poldo Gasparotto, che era un partigiano tenente in Artiglieria da Montagna. Un giorno vennero uccisi 70 prigionieri tra cui il n. di matricola prima di quello di Coalova. Terminata la prigionia a Fossoli, Coalova venne mandato verso Bolzano. Con lui c’erano due amici che si era fatto a Fossoli e dai quali si separerà poi a Mauthausen. Tutte le torture che ebbero subito fino a quel momento erano poche in confronto a quello che dovevano ancora subire. A Gries infatti, vennero trattati peggio trattati peggio delle "bestie". Vennero picchiati incessantemente. Dopo due lunghissime settimane, una colonna di 307 deportati lasciò il campo di Gries. Avevano tanto desiderato quel momento ma erano perplessi: sapevano cosa lasciavano, ma non sapevano quello che li attendeva. Dopo un giorno di viaggio arrivarono a Mauthausen, il tristemente famoso campo di concentramento. Dopo il loro arrivo al campo vennero rasati e sbarbati. Infine le SS tolsero loro anche l' "identità". In ogni lager l’ "identità" era la prima cosa di cui privavano. Se volevi mantenere viva la tua vera identità dovevi lottare moralmente contro l’oppressione nazista.
Coalova venne assegnato a diverse baracche. Nel campo tutto era studiato da menti cattive per portare gradualmente la persona alla distruzione della sua personalità, all’annientamento morale e spirituale dell’umano. Sergio Coalova cambiò molte volte il suo "lavoro" nel campo. Per un giorno dovette trasportare massi dalla "Cava" al campo. Una lunga scala conduce alla cava: è la famosissima scala della morte con 186 gradini.
Verso la fine della sua prigionia, Sergio Coalova lavorò un po’ con i tagliaboschi di Perg.
Andavano a tagliare legna lungo il Danubio e, siccome non erano in tanti, mangiavano di più. Molte volte capitava che dei trasporti partivano per i campi di lavoro di Gusen, un campo "dipendente" da Mauthausen, che era il campo dal quale non si ritornava. Poco prima della liberazione le SS fecero saltare in aria una baracca destinata agli ebrei: non potevano essere gli alleati perché non sapevano esattamente la disposizione delle baracche. Le SS tentavano in ogni modo di sterminare il maggior numero di deportati per non aver prove all’arrivo degli alleati. Molto spesso non li uccidevano sul posto ma più lontano in modo da non lasciare molte prove. I deportati stettero 3 lunghi giorni senza mangiare perché le SS avevano abbandonato il campo temendo una "stretta" tra Russi e Americani. Finalmente il 5 maggio 1945 arrivarono gli Americani.
Dopo circa tre settimane gli Americani organizzarono con la Croce Rossa un ospedale da campo. La Croce Rossa aveva dato la possibilità di scrivere dei messaggi ai familiari.
Verso la fine di maggio Sergio Coalova si ammalò di tifo petecchiale ma le efficienti cure degli americani lo salvarono. Il 25 giugno Sergio Coalova tornò a casa e lungo il viaggio incontrò moltissimi amici di cui aveva perso le notizie.

SCOPI PIÙ EVIDENTI DEL LIBRO: Molti ex deportati scrivono un libro per "sfogarsi" e "liberarsi" delle torture che hanno dovuto subire dai sadici tedeschi. Anche Sergio Coalova secondo me ha voluto "liberarsi" da queste torture che lo assillavano.
Non si può dire che si siano "liberati" di queste violenze perché ancora oggi i superstiti rivivono nelle loro menti quei brutti momenti.
Forse l’autore ha anche voluto scrivere questo libro perché tutti vengano a conoscenza di quello che loro hanno dovuto subire e perché questo non si ripeta più nel tempo.
Molti superstiti non sono riusciti a sopportare questi tormenti.
GIUDIZIO GENERALE: Questo libro mi è piaciuto molto anche perché quando l’autore descriveva il campo di Mauthausen mi ritornava in mente la visita che abbiamo fatto e quando descriveva certi posti io me li ricordavo.
Sergio Coalova ha scritto spesso di aver avuto molta fortuna che altre persone, a cui è successa la stessa cosa, non hanno avuto e io credo veramente che abbia ragione.
                                                                                                                                                    Ilenia Rostaing

wb01343_.gif (599 byte)                 TORNA ALLA MAPPA

VAI A: GLI EBREI                              wb01345_.gif (616 byte)