ANALISI DEI TESTI E DEI DOCUMENTARI

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TITOLO: Se questo è un uomo.
AUTORE: Primo Levi.
EDITORE: Einaudi.
LUOGO E ANNO DI PUBBLICAZIONE:Torino - 1956.
GENERE LETTERARIO:storico.

TRAMA: Siamo nei terribili anni della Seconda Guerra Mondiale. Primo Levi era un chimico di Torino di origini ebree e si alleò con i partigiani della Valle d'Aosta per combattere il fascismo di Mussolini; nel 1943 venne arrestato e condotto nel campo di concentramento di Fossoli, gestito dai tedeschi. Nel 1944 uomini, donne e bambini fecero un lungo viaggio nei vagoni merci ed arrivarono ad Auschwitz, un campo polacco. Iniziarono così gli anni più brutali della Storia: milioni di ebrei e non furono sterminate nei campi di concentramento. Primo Levi ed i nuovi arrivati non sapevano che avrebbero avuto davanti un anno tremendo. Appena arrivarono ad Auschwitz ci furono le divisioni tra uomini e donne e le selezioni: i deboli e i malati venivano subito uccisi nelle camere a gas ; "dobbiamo disinfestarvi e farvi la doccia" dicevano loro i nazisti e nessuno aveva il tempo di pensare. Quelli che erano appena arrivati chiedevano agli altri che erano nel Lager da tempo:" Quando ce ne andremo?", ma la risposta era sempre la stessa:"Da Auschwitz si esce solo per il camino". Ci furono le disinfestazioni e le docce vere per quelli sani, adatti cioè a lavorare; raparono loro le teste (anche alle donne), e li marchiarono come gli animali: ogni prigioniero aveva un numero sul braccio e doveva impararlo a memoria. ("...Senza capelli e senza nome...").Tutti i prigionieri dovevano sottostare a regole rigidissime imposte dai nazisti comandati da Hitler. Ogni mattina i Kapos tedeschi gridavano: "Wstawac" (alzarsi) alle persone ammassate nelle cuccette come bestie. Subito al lavoro, con pesantissimi carichi da trasportare, vestiti solo con una giacca e un paio di pantaloni a righe. A mezzogiorno suonava la sirena del pranzo e ttutti correvano a porgere le loro gamelle per avere la zuppa, un intruglio caldo senza sapore. All'una dovevano ricominciare il lavoro e andavano avanti fino all'ora di cena. Tutti i giorni i nazisti uccidevano qualcuno e si divertivano a fare "tiro al bersaglio" sui prigionieri che avevano solo "la colpa" di passare di lì.
Nel Lager c'era anche il Ka-be, l'infermeria; chi tendeva alla guarigione veniva curato, ma chi si aggravava veniva mandato nella camera a gas. Primo Levi ebbe la fortuna di poter essere un "privilegiato" quando, dopo aver affrontato un esame di chimica, entrò nel laboratorio chimico. Qui non dovette svolgere lavori pesanti di giorno, ma di sera ritornava un normale prigioniero. Venne poi ricoverato in Ka-be poichè si ammalò di scarlattina e proprio in quel periodo ci furono i primi bombardamenti sui campi. I tedeschi se ne andarono cancellando tutte le prove delle atrocità commesse e li lasciarono soli. Tutti i moribondi morirono nel giro di poco tempo. Levi ed altri ammalati riuscirono a sopravvivere perchè trovarono cibo e oggetti utili tra le macerie del campo e le scatole che i nazisti avevano lasciato. Nella loro baracca erano in 11 e proprio mentre Levi e Charles, un suo compagno, trasportavano il primo cadavere del gruppo videro arrivare a cavallo 4 russi, i loro liberatori.

LUOGO DOVE SI SVOLGONO I FATTI: campo di concentramento di Auschwitz, Polonia.
EPOCA IN CUI SI SVOLGONO: 1943-1945 (seconda Guerra Mondiale).
PERSONAGGI PRINCIPALI: Primo Levi, anche se era un prigioniero non volle mai essere un "numero". A volte pensò di uccidersi, ma riuscì a resistere; quando nel Laboratorio chimico gli diedero dei fogli per fare delle prove iniziò a scrivere qualche appunto sulla vita nel Lager; voleva portare la sua testimonianza e ci riuscì.
LINGUAGGIO USATO: facile comprensione, impatto molto forte, molto ben scritto.
SCOPI DEL LIBRO: informare le persone su quanto è accaduto nei Lager durante quel periodo e sulla totale indifferenza da parte del popolo tedesco che, come dice Levi, voleva non sapere.
TEMI DEL LIBRO: vita nel campo di concentramento, comportamenti dei prigionieri, violenze da parte dei nazisti, indifferenza.
GIUDIZIO GENERALE: ottimo. E' un libro reale,molto duro ma semplice, scritto bene, approfondito, interessantissimo dal punto di vista storico.
                                                                                                                                                        Giordana Merlo

TITOLO: Se questo è un uomo.
AUTORE: Primo Levi.
EDITORE: Einaudi.
LUOGO E ANNO DI PUBBLICAZIONE: Stampato presso G. Canale e C., S.p.a., Borgaro (Torino). Prima ed. 1958.
GENERE LETTERARIO: storico - autobiografico.

TRAMA: Primo Levi scrisse il libro "Se questo è un uomo" a Torino dopo essere tornato da Auschwitz.
Il testo inizia con una poesia che è dedicata a tutti noi che abbiamo tutto quello che desideriamo, che siamo nutriti con buon cibo, che viviamo in ospitevoli case e che siamo circondati da persone che ci vogliono bene, e ci obbliga a "RIFLETTERE" e "RAGIONARE" su ciò che è successo davvero, testimoniandolo sempre, ovunque.
L' autore ci vuole far riflettere sulle cattiverie dei tedeschi, descrivendo le sofferenze dei deportati,e meditare perchè non si ripetano i gravi errori del passato o la nostra casa venga distrutta, la malattia ci uccida e i nostri figli non ci accettino come genitori perché non abbiamo fatto il nostro dovere. Levi venne catturato dalla Milizia Fascista il 13 dicembre 1943. Aveva 24 anni, era ebreo e da 4 anni viveva soggetto alle leggi razziali tedesche. Come ebreo venne catturato e inviato a Fossoli, presso Modena, dove un vasto campo andava raccogliendo le persone non gradite al neo-governo fascista.
Quando arrivò, gli ebrei erano 150 circa, ma in poche settimane raggiunsero il numero di 600. Si trattava di intere famiglie giunte lì per diversi motivi: alcune erano state catturate dai tedeschi, altre si erano consegnate spontaneamente per non andare contro la legge, per non abbandonare amici... Il 20 febbraio alcune SS ispezionarono il campo e il giorno seguente Levi seppe che l'indomani tutti gli ebrei sarebbero partiti per Auschwitz: allora un nome privo di significato. Il viaggio fu lungo e molto faticoso, il treno viaggiava lentamente, con lunghe soste snervanti; tutti soffrirono la fame, la sete, l'insonnia e la fatica. Arrivati a destinazione scesero coi bagagli e dopo aver risposto ad alcune domande da parte dei tedeschi furono divisi: donne e uomini, vecchi e giovani, sani e malati, madri e figli. Levi venne assegnato al gruppo degli uomini validi per lavorare nel Reich e da quella notte non rivide più donne, bambini e anziani.
Dopo un po' di tempo venne trasferito in un posto nuovo sul cui ingresso si leggeva "il lavoro rende liberi".
Primo Levi ed alcuni compagni furono condotti in una camera vasta e umida, si dovettero spogliare, fare un fagotto con le loro vesti e donarle ad un SS; in seguito vennero rasati e dovettero indossare pantaloni e camicia a righe.
Ad un certo punto videro un deportato che parlava l'italiano, tutti gli fecero delle domande e lui spiegò loro che si trovavano a Monowitz, vicino ad Auschwitz, in un campo da lavoro in cui tutti i prigionieri lavoravano in una fabbrica di gomma chiamata Buna. Dopo aver fatto la doccia ed essere stati disinfestati vennero tatuati sul braccio sinistro con un numero personale. Levi era il 174517. Poco per volta l' autore capì di trovarsi in una specie d'inferno e scoprì che il campo era diviso in 60 baracche di legno chiamate Block di cui 10 in costruzione, in più in alcuni blocks erano riservati a scopi particolari, come le docce, l'infermeria, le cucine... I comuni blocks di abitazione erano divisi in due stanze: in una viveva il capo baracca e nell'altra c'era il dormitorio con 148 cuccette a tre piani divise da tre corridoi, queste erano composte da una tavola di legno, da un sacco di paglia e da due coperte ciascuna. Gli ospiti nel campo erano divisi in tre categorie: i criminali, che oltre al numero portavano un triangolo verde; i politici con un triangolino rosso e gli ebrei con la stella ebraica, rossa e gialla.
Levi imparò presto a sbrogliarsi e a cercare di ottenere il massimo da tutte le situazioni. Il lavoro era un insieme di leggi, problemi e difficoltà.
I prigionieri erano divisi in 200 Kommandos, ciascuno con un compito ben preciso. Il lavoro era molto duro, solitamente si trattava di trasportare materiali molto pesanti.
L' orario variava in base alle stagioni. La vita nel campo era dunque questa: uscire, rientrare, lavorare, dormire, mangiare, ammalarsi, guarire o morire. E tutto questo fino a quando? Questa era la domanda che si facevano tutti i poveri ebrei ed internati.
Dopo alcuni giorni di trasferimenti Levi venne assegnato al block numero 30; tutte le mattine si alzava, correva al lavatoio che era sempre molto affollato, mangiava la sua misera razione di pane e andava al lavoro.
Un pomeriggio, però, mentre trasportava un pezzo di ghisa ebbe un incidente e si tagliò il piede sinistro. La ferita non era grave, ma comunque andò in infermeria, ka-be; qui venne visitato numerose volte e dopo venti giorni circa fu dimesso.
Lui avrebbe preferito stare di più in ka-be perchè non si doveva lavorare, si mangiava abbastanza bene e non faceva freddo.
Fece molte conoscenze, l'autore racconta nel libro in particolare di quattro persone che, grazie alle loro capacità, riuscirono a scappare dalle atrocità tedesche. Il kommando 98 avrebbe dovuto essere un reparto per specialisti: chimici. Quando questo fu costruito e aperto una SS annunciò la mancanza di chimici ben preparati. Primo Levi era uno di questi quindi diede un esame per tentare di salvarsi diventando uno specialista.
Nell' ottobre 1944 ci furono le selezioni: i sani al lavoro e i deboli e malati nelle camere a gas; l' autore riuscì a salvarsi e, nel novembre con il suo amico Alberto ed altri 16, iniziarono a svolgere un nuovo lavoro con la finilbeta. Arrivarono tre addetti ai laboratori chimici, ed egli fu uno di questi. Il laboratorio era simile quello vecchio in cui aveva lavorato: pulito, riscaldato, comodo, con tre lunghi banconi e numerosi oggetti utili per gli esperimenti.
L' 11 gennaio 1945 lo scrittore si ammalò per scarlattina e fu ricoverato per la seconda volta in ka-be; i russi erano ormai vicini, il campo venne evacuato e il 18 gennaio 1945 i sani partirono in cerca della libertà.
Levi rimase a Monowitz ancora dieci giorni circa, poi il 25 gennaio 1945 giunsero al campo i Russi che segnarono la fine delle crudeltà tedesche nei confronti dei deportati.

LUOGO DOVE SI SVOLGONO I FATTI: Nel campo di lavoro di Monowitz, vicino ad Auschwitz.
EPOCA IN CUI SI SVOLGONO I FATTI: Nel periodo della II guerra mondiale: dal 1943 al 1945 circa.
SCOPI PIU' EVIDENTI DEL LIBRO: Meditare, far riflettere sulle atrocità dei tedeschi per non commettere nuovamente i gravi errori del passato e lottare perchè questo non avvenga più.
LINGUAGGIO USATO: E' abbastanza facile soprattutto la prima parte.
TEMI AFFRONTATI NEL LIBRO: La vita in un campo di concentramento, le grandi differenze tra ebrei e tedeschi, la struttura di un campo, le sofferenze e finalmente l'arrivo dei russi che segnano la fine di un brutto periodo.
GIUDIZIO: Molto interessante e facile. Ottimo.
                                                                                                                                            Elisabetta Daviè

TITOLO: La Tregua
AUTORE: Primo Levi
EDITORE: Einaudi
LUOGO E ANNO DI PUBBLICAZIONE:Stampato presso G. Canale e C., s.p.a., Borgaro Torino. 1 edizione 1958.
GENERE LETTERARIO: storico - autobiografico.

TRAMA: Il libro "La Tregua" è la continuazione di "Se Questo è un uomo" scritto da Primo Levi.
L' autore nel suo primo libro racconta la sua vita nel campo di lavoro di Monowitz, mentre in questo descrive il viaggio di ritorno in Italia. In seguito all'arrivo dei Russi al campo, Levi fu trasferito nel Campo Grande dove venne curato per la Scarlattina; dopo circa un mese di letto guarì e si mise in viaggio con un greco alla volta della sua desiderata patria. Il treno viaggiava lentamente, faceva molto freddo, soprattutto di notte, e per mangiare vi erano lunghe soste in luoghi deserti o distrutti dalla guerra. Alla periferia di Cracovia i binari si interruppero perché erano stati bombardati e Levi e il greco decisero di andare a piedi fino in città. Arrivarono nella notte, dormirono in una lettiera di paglia e al mattino iniziarono i loro scambi di vestiario al mercato.
Il greco era un commerciante, furbo e bravo nello svolgere il suo lavoro; l'autore, per mangiare, doveva portare a spalle la sacca del compagno e svolgere tutti i compiti che questi gli affidava.
Dopo una settimana di peregrinazioni Levi venne accolto nel campo di Katowice, qui dormì con un gruppo di italiani, lavorò nell' infermeria insieme ad una donna di nome Marja, in ambulatorio ed aiutò un amico nel controllo quotidiano dei pidocchi. La cucina non era scarsa, lo scrittore si trovava bene, ma ben presto dovette ripartire con alcuni compagni, tra cui Cesare. Quest'ultimo era un mercante e grazie a lui Levi riuscì sempre a cavarsela. Ben presto lo scrittore si ammalò, venne curato da un bravo medico, Gottlieb, guarì e si mise nuovamente in viaggio su un treno di italiani.
Attraversò la parte meriodionale dalla Polonia e a Proskurow si fermò, ebbe un' altra crisi di febbre, ma dopo aver sudato per tutta la notte ed aver bevuto mezzo litro di vodka guarì definitivamente.
La mattina ripartì e in poche ore giunse a Zmerinka, qui lui ed i compagni ebbero una grossa delusione perchè il treno non proseguiva a causa della devastazione dei bombardamenti e invece di essere dirottati verso sud andarono in Russia.
Passarono a Sluzk, Staryje Doroghi, Bobruisk, Ovruk e dopo tre mesi circa tornarono a Zmerinka.
Impiegarono molto tempo a fare il giro a Nord perchè a Staryje Doroghi si fermarono per due mesi; vennero ospitati in una casa, fecero nuove conoscenze, andarono ad un teatro, insomma, trascorsero uno dei periodi più belli di quella vicenda.
Da Staryje Doroghi a Iasi non si fermarono, arrivati ad destinazione scesero in Romania, attraversarono l'Ungheria e dopo 22 giorni si trovarono a Bratislava , passarono per Vienna , St. Valentin nel sud della Germania a Monaco e giunsero in Italia.
Levi arrivò a Torino il 19 ottobre 1945, dopo 10 mesi circa dalla liberazione di Auschwitz: la casa era in piedi, tutti i suoi familiari vivi, ma nessuno lo aspettava.
Era in pessime condizioni e subito non lo riconobbero.
Per molte notti ebbe incubi e inizialmente non riusciva ad accettare la realtà; ciò che gli rimase più impresso era il comando di alzarsi, tutte le mattine ad Auschwitz per iniziare una nuova dura giornata: "WSTAWAC".

LUOGO DOVE SI SVOLGONO I FATTI: E' la descrizione di un viaggio quindi in diversi luoghi distrutti dalla guerra.
Levi passò nella parte meridionale della Polonia, in Russia, attraversò la Romania, l' Ungheria, l' Austria, passò per Monaco nel sud-est della Germania e il 19 ottobre 1945 arrivò a Torino.
EPOCA IN CUI SI SVOLGONO I FATTI : Partì da Auschwitz alla fine di gennaio e giunse in Piemonte nella metà di ottobre.
SCOPI PIU' EVIDENTI DEL LIBRO: Informare sulle condizioni di vita di alcuni deportati durante il viaggio di ritorno, ognuno nella propria patria.
OSSERVAZIONI SUL LINGUAGGIO USATO: Facile da capire.
GIUDIZIO: Ottimo, molto interessante.
                                                                                                                                                    Giordana Merlo

TITOLO: La Tregua.
AUTORE: Primo Levi.
EDITORE: Einaudi.
LUOGO E ANNO DI PUBBLICAZIONE: Torino- 1956
GENERE LETTERARIO: storico.

TRAMA: "La Tregua" è la continuazione di "Se questo è un uomo" e racconta del lungo viaggio di ritorno in Italia di Primo Levi. I soldati russi tornarono nuovamente caricando i prigionieri rimasti per portarli al "Campo Grande", dove le infermiere li lavarono e li disinfettarono. Primo Levi era ancora malato e venne assegnato al "Reparto Infettivi". Dopo pochi giorni guarì e decise di andarsene. Il mattino seguente si imbattè in un trasporto russo verso un campo di sosta. Erano una decina e tra questi anche il greco, che si rivelò poi importante per il protagonista. Il treno era diretto a Cracovia e viaggiava lentamente; finalmente era arrivata la tanto attesa libertà, ma non li aveva portati alla Terra Promessa. Levi ed il greco strinsero amicizia e arrivati a Cracovia abbandonarono il convoglio. Era ormai notte e furono ospitati in una caserma di soldati italiani. Al greco non piaceva farsi mantenere e trascinò Levi al mercato, per guadagnare qualche soldo. Anche lui era stato nel Lager e, mentre Levi l'aveva percepito come uno stravolgimento, egli lo considerava come una cosa triste che tutti sapevano sarebbe venuta. Diceva molte volte: "Guerra è sempre".
Partirono poi per Katowice e il viaggio fu di gelo e di fame. Sostarono a Trzebinia, dove Levi venne circondato da una folla curiosa, perchè forse era il primo ad essere arrivato lì vestito a righe. Un avvocato che parlava in francese faceva da traduttore ma Levi si accorse che non era fedele alle sue parole; l'uomo allora gli disse:" E' meglio; la guerra non è finita." Le stesse parole che diceva il greco. Giunsero a Katowice, dove dovettero separarsi, ma non per sempre. Qui Primo Levi iniziò a lavorare nell'infermeria e ad aiutare Leonardo, il medico, per il controllo dei pidocchi. Proprio durante questo lavoro conobbe Ferrari, che faceva parte di un gruppo di criminali detenuti a San Vittore ed era stato ingannato: aveva scelto il "lavoro" ad Auschwitz invece di restare in carcere. Primo Levi ritrovò Cesare, che aveva conosciuto negli ultimi giorni di Lager, e divennero amici. Ripresero il treno ed andarono fino a Zmerinka, speranziosi che il viaggio li potesse portare in Italia. Incontrarono dei tedeschi, che chiesero loro del pane; molti rifiutarono ma uno, Daniele, non rifiutò. Volle però che strisciassero carponi fino a lui. Verso la fine di giugno partirono nuovamente ma il viaggio fu breve. Arrivarono in un luogo chiamato Sluzk dove Primo Levi rivide il greco in un folto prato circondato da varie ragazze. Dopo quella occasione non si incontrarono più. Ripartirono quasi subito per Staryje Doroghi; era un piccolo e vecchio villaggio, ma loro (italiani) erano ospitati in un edificio enorme, chiamato Casa Rossa. ogni mattina arrivavano donne e fanciulle a portare uova, formaggio, funghi e mirtilli ed in cambio accettavano pesce e pane. Alcuni provarono ad andarsene dalla Casa Rossa, ma quasi tutti ritornarono sia perchè non sapevano che farsene della libertà, sia perchè era quasi impossibile varcare i confini. Improvvisamente arrivò una notizia: il giorno dopo sarebbero partiti. Infatti dopo due mesi alla Casa Rossa, il 15 settembre partirono su un treno lungo più di mezzo chilometro e viaggiarono per molto tempo attraverso Romania, Ungheria e Austria, fino ad arrivare alla Linea, il confine. Il 17 ottobre Levi arrivò a Verona ed il 19 a Torino, dove i suoi parenti stentarono a riconoscerlo. Per lui fu un sogno e solo dopo alcuni mesi ritornò normale e si abituò alla sua nuova, ritrovata vita. Per molto tempo sentì ancora una parola breve e sommessa ma molto temuta:" Wstawac": alzarsi, in piedi.

LUOGO DOVE SI SVOLGONO I FATTI: Polonia, Urss, Romania, Ungheria, Austria e finalmente, Italia.
EPOCA IN CUI SI SVOLGONO: 1945.
LINGUAGGIO USATO: comprensione abbastanza facile, ben scritto.
SCOPI DEL LIBRO: la libertà era conquistata ma i prigionieri non sapevano quasi cosa farsene dopo il tempo passato nel Lager, sofferenza, speranza di poter ritornare nella propria casa.
GIUDIZIO GENERALE: molto carino, interessante ma meno bello di "Se questo è un uomo", forse perchè l'ho trovato più pesante.
                                                                                                                                                    Elisabetta Daviè

 

Analisi del libro "I SOMMERSI E I SALVATI"
AUTORE: Primo Levi (1919/1987), scrittore italiano la cui vita fu segnata per sempre dalla lunga prigionia nel campo di concentramento e di sterminio nazista di Auschwitz durante il periodo della seconda guerra mondiale, al quale riuscì a salvarsi grazie alla sua preparazione nel campo della chimica.
EDITORE: Einaudi.
LUOGO E ANNO DI PUBBLICAZIONE: stampato per conto della casa editrice Einaudi presso lo stabilimento G. Canale EC. s.p.a. Torino nel 1986.

TRAMA: Primo Levi torna sull’esperienza dei lager nazista per leggerla non come un fatto chiuso, un incidente della storia, ma come un grande esempio da seguire. Le prime notizie sui campi nazisti incominciarono a diffondersi verso il 1942. Erano notizie vaghe e molte persone si rifiutavano di prenderle in considerazione. Molti sopravvissuti ci ricordano che le SS si divertivano ammonendo i prigionieri e dicevano: "in qualunque modo termini questa guerra abbiamo vinto noi; nessuno di voi potrà portare testimonianza, ma se qualcuno scampasse e raccontasse tutto gli uomini non gli crederanno. E’ probabile che ci saranno sospetti, discussioni, ma non ci saranno certezze perché noi distruggeremo le prove e quando anche qualche prova dovesse rimanere la gente dirà che sono esagerazioni e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi."
Per fortuna non è andato così, infatti anche la più perfetta delle organizzazioni aveva delle lacune. Molte delle prove degli stermini di massa furono, o meglio si cercò, di sopprimerle: nel 1944 i nazisti fecero saltare le camere a gas ed i crematori di Auschwitz; il ghetto di Varsavia fu raso al suolo; tutti gli archivi del lager furono bruciati e questa è stata una grossa perdita perché non si sa la cifra esatta delle vittime, il dubbio è sul fatto che queste siano state 4 o 6 o 8 milioni. L’orrore è che si parla sempre di milioni. Prima di utilizzare i giganteschi crematori i cadaveri delle vittime, uccise dalla fame, dagli stenti e dalle malattie, potevano costituire una prova e dovevano essere fatte sparire in qualche modo. La prima soluzione era stata quella di accatastare i corpi in enormi fosse comuni, ma in seguito si pensò che cancellare tutto fosse migliore e i prigionieri stessi ebbero il compito di disseppellire i morti per poi bruciarli su roghi all’aperto come se un’operazione del genere potesse essere svolta senza passare inosservata. I comandi SS posero poi la massima cura affinchè nessun testimone sopravvivesse. In questo modo si spiegano i trasferimenti dei deportati da un campo all’altro.
I lager, dopo aver funzionato come centri di terrore, come fabbriche della morte e come serbatoio di manodopera erano diventati pericolosi per la Germania. Nessuno saprà mai quanti non potessero non sapere delle atrocità che venivano commesse e sicuramente coloro che sapevano la terribile verità avevano forti ragioni per tacere.
Società industriali, agricole, fabbriche di armamenti sfruttavano i prigionieri, facendoli lavorare gratuitamente, senza pietà ed è anche difficile pensare che il personale del imprese produttrici dei forni crematori e dei gas non si rendesse conto del significato espresso dalla quantità delle merci richiesta.
Per tutti questi motivi ed altri la verità sui lager è stata scoperta attraverso una lunga strada, c’è stata la decantazione: di fatti storici, grazie a questo processo acquistano il loro chiaroscuro solo a 10 anni circa dalla loro conclusione. Molti testimoni sono ormai scomparsi, ma i rimanenti acconsentono a testimoniare.
Levi, in questo libro, vuole chiarire alcuni aspetti del fenomeno lager nazionalsocialisti ancora oscuri. La memoria umana è meravigliosa. I nostri ricordi non sono incisi sulla pietra, non solo si cancellano, ma spesso si modificano, si accrescono incorporando lineamenti estranei. E’ vero che attraverso l’esercizio manteniamo i ricordi freschi e vivi, ma è anche giusto che se li evochiamo troppo spesso tendono a fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dall’esperienza che si installa al posto del ricordo greggio. In questo capitolo della memoria offesa, l’autore esamina i ricordi di esperienze estreme, di offese.
Ora ci troviamo davanti ad una somiglianza tra vittima ed oppressore. I due sono nella stessa trappola, ma è solo l’oppressore che l’ha fatta scattare e se ne soffre è giusto; ma è errato che soffra la vittima, come invece ne soffre. Molti ex deportati, talmente è forte il loro dolore, non riescono a rievocare nei momenti, altri, col cuore in mano, sì.
Sono numerose le ammissioni da parte degli oppressori e questo è molto importante, sono fondamentali anche le motivazioni e le giustificazioni: perché lo hai fatto? Ti rendevi conto di ciò che commettevi? Le risposte sono simili e le più comuni sono: perché mi è stato comandato; altri hanno commesso azioni più gravi di me; data l’educazione che ho ricevuta; non potevo fare altro…
In queste condizioni c’è chi mente falsificando la realtà stessa, cercando di dimenticare il passato e provando a ricostruirsi una nuova vita. E questo è grave perché è importante mantenere vivi i ricordi per non commettere gli errori passati.
Da un altro lato potrebbe essere vero perché i bambini nati in quell’epoca venivano educati rigidamente, veniva insegnata loro l’esistenza di un’unica e potente razza, quella ariana, e quindi a sterminare quelle di ostacolo all’affermazione di quella razza pura.
La rete dei rapporti umani non era semplice nel lager.
In chi legge (o scrive) un libro sui lager vi è la tendenza di dividere il bene dal male: da una parte i giusti, dall’altra gli oppressori.
Soprattutto i giovani fanno questa differenza e tra i nuovi arrivati in lager e quelli che avevano già passato un’esperienza simile. Accadeva raramente che il nuovo venuto fosse ben accolto e nella maggior parte dei casi gli anziani manifestavano ostilità nei suoi confronti perché sembrava che avesse ancora adesso l’odore della libertà, ed era una invidiata assurdità. Un altro caso è quello dei prigionieri privilegiati, nei lager in minoranza, mai in maggioranza fra i sopravvissuti; infatti anche se dovevano lavorare duramente, venivano picchiati, non erano riparati dal freddo ed erano a contatto con persone malate avevano un sovrappiù alimentare ottenuto grazie ad un privilegiato, grande o piccolo. L’esistenza dei privilegiati è angosciosa ma immancabile. Dove esiste un’oligarchia, governo di pochi, o una monarchia, dove il potere è esercitato da uno solo, il privilegio nasce ed è normale che il potere lo tolleri. La classe dei privilegiati funzionari forma l’ossatura del lager e una zona grigia che nasce da diverse radici. Prima di tutto l’area del potere nazista era ristretta e quindi erano utili ausiliari esterni come forze dell’ordine, amministratori, mano d’opera…
In secondo luogo più è dura l’oppressione più è difficile la disponibilità a collaborare al potere. La massima colpa pesa alla struttura stessa dello stato totalitario. Nei campi i controllori dei pidocchi come i lava marmitte, i portaordini, interpreti…e quindi i privilegiati erano poveri come gli altri, ma svolgevano qualche funzione terziaria, cioè dei servizi per un po’ di zuppa in più. Vi erano poi i kapos, i capibaracca, gli scritturali cioè i prigionieri che svolgevano attività nella sezione politica, del lager, nelle celle di punizione… che grazie alla loro abilità potevano sapere i segreti dei vari lager. Questi funzionari non erano dei collaboratori ma degli oppositori mimetizzati. Diventavano kapo coloro a cui veniva offerta la possibilità; i prigionieri che aspiravano al potere sportivamente come i sadici, non numerosi ma temuti perché infliggevano ai sottoposti umiliazioni e sofferenze; i frustati e gli oppressi. Un caso simile è rappresentato dai Sonder Kommandos; chi ne faceva parte mangiava abbastanza bene per qualche mese. Col nome Squadra-Speciale veniva indicato dalle SS il gruppo di prigionieri a cui era affidato il lavoro di gestione dei crematori. A loro spettava l’ordine tra i nuovi arrivati che dovevano essere introdotti nei gas, estrarre dalle camere a gas i cadaveri, togliere i denti d’oro dai deportati; tagliare i capelli femminili; smistare e classificare il contenuto dei bagagli; trasportare i corpi ai crematori ed estrarre le ceneri. In un primo tempo venivano scelti dalle SS, studiando la fisionomia e la robustezza fisica; raramente per punizione e più tardi si preferì prelevare i candidati sulla banchina ferroviaria. Queste squadre venivano tenute lontane dai prigionieri perché non rivelassero il segreto del loro lavoro. Avere organizzato le squadre è stato il più grave delitto del nazionalsocialismo. Nell’ottobre del 1944 l’ultima squadra si ribellò alle SS, fece saltare uno dei crematori, ma fu sterminata. I superstiti sono dunque stati pochissimi e nessuno ha voluto parlare. Ogni deportato ha vissuto il Lager a suo modo, sia oggettivamente che soggettivamente. Avevano vissuto a lungo nella sporcizia, nella fatica, nella fame, nella sete, al freddo e nella paura. Inoltre tutti avevano rubato. Avevano dimenticato la propria casa, la famiglia, il passato e non sapevano più il significato di libertà. A causa di tutto ciò sono avvenuti diversi suicidi dopo la liberazione. Secondo me non c’era motivo di suicidarsi perché il suicidio è un atto premeditato, se si voleva morire c’erano altre occasioni; in più non c’era tempo perché bisognava pensare a come soddisfare la fame, o sottrarsi alla fatica del duro lavoro, ed evitare i colpi. Inoltre i prigionieri non avevano nessuna colpa e non avevano di che vergognarsi, ma la vergogna restava sempre. Forse provavano vergogna perché pensavano di vivere al posto di un altro?
Non si può escludere che non abbiano rubato, picchiato…I salvati dopo erano i migliori, anzi, erano i collaboratori della zona grigia di cui ho parlato prima, le spie. Levi era innocente, ma tra i salvati, cercò una giustificazione e la trovò "Lo ripeto, non siamo noi… …l’eccezione" pag. 64. Nel capitolo "Violenza inutile" concordo con lo scrittore. In poche parole dice che la morte è una violenza tristemente utile: un mondo di immortali non sarebbe vivibile . Né è inutile l’assassinio. Tolti i casi di follia omicida, chi uccide sa perché commette questa terribile azione. Le guerre sono detestabili, ma non possono essere definite inutili: mirano ad uno scopo ben preciso, non sono gratuite e non si propongono di infliggere sofferenze che però esistono. Io, come Levi, credo che tutta la violenza che ha caratterizzato il periodo Hitleriano sia stata inutile. Quasi sempre, all’inizio della sequenza del ricordo, sta il treno, non solo perché ha segnato la partenza, ma anche per la crudeltà con cui venivano impiegati ad uno scopo inconsueto quei convogli di comuni carri merci. La crudeltà del pudore violato condizionava l’esistenza di tutti i Lager. Le donne di Birckenau raccontano che avevano una sola gamella destinata a tre usi diversi: riscuotere la razione giornaliera di zuppa; per evacuarvi di notte e per lavarsi quando non era possibile ai lavatoi.
Il regime alimentare dei campi comprendeva un litro di zuppa al giorno. Nel lager si entrava nudi. Questa era una violenza offensiva. Gli abiti a righe e le scarpacce dalla suola di legno che venivano distribuite erano una difesa tenue, ma indispensabile. Un dettaglio che può apparire marginale, ma non lo è, è la mancanza di un cucchiaio per consumare la zuppa.
In tutti i campi si procedeva una o due volte al giorno ad un appello. Non era un appello nominale, ma di matricola, infatti i prigionieri non venivano mai chiamati con il loro nome. A partire dal 1942 il numero di matricola non veniva più cucito solo sui vestiti, ma tatuato sull’avambraccio sinistro. L’operazione veniva eseguita con metodica rapidità da "scrivani" specializzati. Gli uomini venivano tatuati sull’esterno del braccio e le donne sull’interno.
Il numero degli zingari doveva essere preceduto da una Z e quello degli ebrei da una A inizialmente e poi da una B. Levi conclude il suo libro col dire che l’esperienza di cui i superstiti sono i portatori è estranea alle nuove generazioni dell’occidente, e sempre più estranea si va facendo col passare degli anni. Per i giovani del ’50 ’60 sono esperienze dei loro padri e per noi dei nostri nonni. E’ vero che a molti sembra estranea, ma questo non deve accadere; i ricordi di questo periodo devono essere vivi nella nostra società perché i gravi errori passati non siano ripetuti.
Questo libro mi è piaciuto abbastanza. Mi ha fatto riflettere su alcuni punti che non avevo ben chiari e mi ha insegnato, ancora una volta, quanto sia importante e significativa la memoria dei deportati nei lager nazisti. Mi ha molto colpita il problema dell’ "incomunicabilità" linguistica= era anche quello un mezzo per spersonalizzare i deportati di lingue diverse= "perciò chi non parlava né capiva tedesco era per definizione un barbaro" (pag. 71). Ed anche la figura del "muselmann", mussulmano, "attribuito al prigioniero irreversibilmente esausto, estenuato, prossimo alla morte…immondizia" (pag. 77) mi ha fatto pensare a un verso della poesia di "Se questo è un uomo: "vuoti gli occhi e freddo il grembo…".
                                                                                                                                                            Elisabetta Daviè

RELAZIONE SUL DOCUMENTARIO: "IL DOLORE E LA MEMORIA"E "BERGEN BELSEN"
 "Si poteva fare qualcosa per evitare l'olocausto?" Questa è la domanda che "apre" il documentario. Questo filmato è stato girato dai russi al loro arrivo nei campi di concentramento. Il filmato fu girato 50 anni fa come prova visiva per accusare i tedeschi delle stragi inumane che avevano fatto. Non solo il popolo tedesco deve rimpiangere cosa ha commesso ma tutto il mondo, perché nessuno ha fatto abbastanza. E’ il 24 aprile 1945. Un russo racconta che era impossibile distinguere i vivi dai morti. Il suo compagno dice di aver 18 anni e che deve fare la guardia ai prigionieri tedeschi. Bisogna filmare tutto perché il film è una prova schiacciante.
I deportati, all'arrivo dei russi, non mangiavano da sei giorni e non c'era più acqua. I deportati non erano più persone. Erano magri e smunti, non riuscivano più a togliersi i pidocchi e a mangiare. Non erano più abituati a mangiare. Intorno al campo c'erano molte fattorie. La gente, soprattutto i bambini, era serena e gli alberi erano in fiore. C'era l'allegria della primavera. Ma dentro il campo non era così. La primavera non c'era e l'allegria non esisteva. Era stata cancellata. Le uniche "persone" contente e felici, dentro il Lager, erano le SS. Erano contente perché stavano portando a termine il loro piano, cioè quello di sterminare gli ebrei e tutte le persone contrarie al nazismo.

BERGEN BELSEN
 Il lavoro di ripulire Bergen Belsen è interminabile. Dopo 7 giorni ci sono ancora funerali. Quello che c'era lì era un disonore per il popolo tedesco e quello che c'era a Bergen Belsen era niente in confronto a tutta l'Europa. All'arrivo dei russi l'acqua mancava da 6 ore e solo più tardi portarono un po' d'acqua per lavare e per curare il tifo togliendo i pidocchi. C'erano 200 bambini sotto i 12 anni; molti erano nati dietro il filo spinato.
Nel marzo 1933 molti tedeschi votarono Hitler e il partito nazionalsocialista perché facevano molte promesse. Poco dopo Hitler salì al potere e in seguito emanò le prime leggi razziali. Nel 1941 vennero istituiti 5 campi di sterminio e 5000 campi di concentramento. Gli ebrei che venivano arrestati e mandati nei campi di concentramento e di sterminio non avevano idea di dove stessero andando. Ad Auschwitz, come negli altri campi, la selezione iniziava sui binari.
Molte volte i prigionieri arrivavano sui carri merce e i tedeschi non avevano tempo per smistarli e farli scendere e tanti morivano lì. Un SS, all'arrivo, camminava avanti e indietro sui binari dicendo che aveva 18 anni e che aveva un "lavoro" in mano. 50 uomini furono scelti. Una decina di donne fu portata nelle camere a gas, "le docce". C'erano diversi modi di annientamento: ad Auschwitz e Birkenau c'erano 5 forni crematori. Certe volte, quando un SS vedeva un deportato che non gli piaceva, prendeva il fucile e se lo faceva oscillare sulla mano e poi lo dava in testa al deportato. Quando nascevano due gemelli, li usavano in laboratorio per sperimentare nuove tecniche mediche o scientifiche. Quando c'erano troppi deportati, le SS adottavano "la conta dei 10" cioè un deportato su 10 veniva fucilato.
I deportati potevano scrivere e ricevere cartoline. Ma a che cosa serviva scrivere se non avevano più nessuno? Una signora, allora bambina, aveva i genitori nel suo stesso Lager. Un giorno portarono via sua madre e suo padre. Solo dopo un po’ di tempo seppe che le SS li avevano portati su una collina dove avevano dovuto scavarsi la fossa, poi li avevano fucilati.
Verso la fine del 1944 la fama di Auschwitz contagiò gli altri campi. Una volta accadde che cinque prigionieri riuscirono a scappare da Auschwitz e diedero notizia dell’esistenza dei Lager ma erano consapevoli di essere ignorati, volutamente o no?
A Mauthausen i tedeschi, prima di andarsene, avevano bruciato quasi tutti i corpi: quando le truppe alleate arrivarono c’era ancora del fuoco. Quando i russi giravano il filmato, volevano mettere in evidenza i particolari personali delle singole persone perché così i tedeschi non avrebbero detto che il filmato era falso. L’autore, Bernstein, dopo aver girato il documentario, lo fece vedere ai tedeschi che vivevano intorno ai campi per capire se sapevano che esistevano, ma la risposta non è mai chiara.
Le città erano distrutte, erano molti i senzatetto; anche per questo motivo i deportati che erano stati liberati dai russi non poterono tornare subito a casa. Dopo la guerra la Germania fu divisa in due: est ed ovest. Anche per questo problema il filmato non poteva essere visto in Occidente e così rimase per quarant’anni negli archivi. La risposta di "chi sapeva?" era contenuta in una borsa nera. Il proprietario di quella borsa nera era Yan Karsky, era l’unico corriere che portava i messaggi e i documenti un po’ per mezzo mondo.
Tutti sapevano delle tragedie nei campi ma non reagivano. Dopo la guerra i colpevoli sarebbero stati puniti.
"Perché il popolo della terra non credette a cosa stava succedendo agli ebrei in Europa?". Nessuno credeva a queste tragedie e molti pensavano che si trattasse di bugie. Tutti parlavano dei campi di concentramento e di sterminio, ma nessuno interveniva o voleva intervenire. Se tutti avessero creduto a queste notizie e avessero preso provvedimenti sicuramente sarebbero state bombardate le ferrovie di Auschwitz.
Gli ebrei superstiti volevano chiedere questo all’opinione pubblica mondiale e soprattutto a quella tedesca ma non avevano più la forza: volevano dimenticare.
Molti documenti arrivarono in Vaticano da Vescovi e preti. La chiesa sapeva che c’era guerra, violenza e morte ma non interveniva. D'altronde nessuno prendeva posizioni politiche e sociali. Anche la Croce Rossa sapeva, ma non aveva dato peso alla situazione. Si decise che la Croce Rossa dovesse prendere provvedimenti ma non fece appello per sapere cosa succedeva nei Lager. Oggi tutti si confessano amici degli ebrei. L’umanità è imbarazzata.
6.000.000 di ebrei vennero uccisi e 3.000.000 di Polacchi.
Nessuno aveva fatto abbastanza. "Se tutti sapevano tutto, com’è potuto accadere ?!".
A noi spetta questo: occuparci dei sopravvissuti.
                                                                                                                                            Ilenia Rostaing

RELAZIONE SUL DOCUMENTARIO "MEMORIA"
Il documentario che abbiamo visto a scuola, "memoria" mi è piaciuto molto e mi ha portato nuove informazioni sulle deportazioni da parte dei tedeschi. Per la sua realizzazione sono stati intervistati 93 ex internati ebrei che sono sopravvissuti ai campi di sterminio. I tedeschi prelevavano le persone che passavano per la strada o entravano nelle case rubando tutto. Solitamente rastrellavano interi quartieri o vie. Per i deportati il viaggio era molto duro. Venivano caricati sul treno bestiame, tutti ammucchiati, e li portavano nei campi di smistamento. I tedeschi dicevano loro che avrebbero dovuto lavorare nei campi: e la gente era ignara della brutta fine che avrebbe fatto. Le SS ingannavano molte persone che erano nel carcere, promettendo loro un lavoro. I bambini avevano dei giocattoli e sorridevano, giocavano, erano del tutto ignari delle brutte sperienze che sarebbero loro toccate. Molte persone morivano durante il viaggio poichè non mangiavano, non bevevano, non dormivano e vivevano per parecchi giorni tra sporcizia e escrementi. Alcuni si rendevano conto fin dal viaggio che c'era qualcosa di strano, ma l'idea del lavoro li rendeva più sereni. Arrivati al campo di concentramento i deportati venivano divisi (uomini e donne) e fatti avviare, dopo l'appello nelle "stanze". Dormivano in 3 in un "letto", che assomigliavano di più a una tomba. Ogni mattina c'era l'appello; i tedeschi li chiamavano con i numeri; ogni deportato, infatti, veniva marchiato come fosse un animale e doveva imparare a memoria il suo numero in tedesco o avrebbe rischiato di venire ucciso. L'appello era una tortura: poteva durare da un'ora fino a un giorno e i prigionieri dovevano restare immobili fino al suo termine. Spesso gli anziani non resistevano e cadevano o dovevano defecare ed urinare lì, in piedi, così i soldati li portavano via o li uccidevano. Nei campi di concentramento i deportati erano trattati come oggetti; per avere qualcosa da mangiare dovevano rubare, venivano picchiati, torturati e uccisi, "vivevano" tutti ammassati. Se uno dei prigionieri faceva qualcosa di proibito, come leggere la Bibbia, metteva a repentaglio la sua vita e quella di tutti gli altri "compagni di stanza". Solitamente i soldati tedeschi vivevano in appartamenti provvisti di tutto, in pratica dei "paradisi". I campi avevano le docce, le saune e i forni crematori. Nella sauna i nazisti tagliavano i capelli e disinfestavano i deportati. Le docce non servivano per lavarsi, ma per morire. Infatti scendevano dei gas che uccidevano in pochi istanti. Le SS ingannavano le persone: prima di farle entrare nelle docce facevano appendere gli abiti in appositi ganci, dicendo di ricordarsi bene dove li avevano messi, molte volte donavano loro del sapone e una spugna. I primi che venivano diretti verso le docce non sapevano la loro fine, ma molti dopo si rendevano già conto di quello che sarebbe loro accaduto. Nel campo di Auschwitz i deportati non sapevano fino all'ultimo dove sarebbero andati; infatti c'era un incrocio: da una parte c'erano le saune, mentre dalla parte opposta le camere a gas. Quando morivano nelle docce c'erano degli addetti ( prigionieri ) che li raccoglievano e li portavano nei forni crematori. Alcune volte erano ancora vivi, ma dentro il forno non c'erano speranze. Sui bambini e su molti prigionieri sono stati compiuti esperimenti atroci: li immergevano nell'acqua gelida per vedere quanto resistevano, li appendevano, provavano la resistenza all'assenza di forza di gravità, li lasciavano senza cibo, levavano loro organi, li torturavano. I deportati che erano nei lager erano denutriti, scheletrici, ma anche morti dentro: non ricordavano, erano solo dei numeri ma non vere persone.
I campi di concentramento sono stati luoghi orribili di torture su persone innocenti, uomini, donne e bambini che non avevano mai fatto niente. "Memoria" è stato molto interessante e mi ha fatto provare le emozioni dei deportati. Il messaggio più importante che mi ha inviato è stato quello di Non Dimenticare. Quando si ricorda quei momenti si piange, si cerca di scacciare i brutti pensieri ma non bisogna Dimenticare. Ciò che è successo deve restare nella memoria di tutti. Come ha scritto Primo Levi "...Vi comando queste parole scolpitele nel vostro cuore...".
                                                                                                                                                Giordana Merlo

TITOLO: Mauthausen, cimitero senza croci
AUTORE: Terenzio Magliano.
EDITORE: Odip.
LUOGO DI PUBBLICAZIONE: Torino.
GENERE LETTERARIO: autobiografia storica, racconta la sua vita e le sue esperienze durante la seconda guerra mondiale.
PERSONAGGI PRINCIPALI: Terenzio Magliano è nato a Torino il 19 novembre 1912, figlio di un insegnante a Torino, si è laureato in Economia e Commercio, è un professionista iscritto all' Albo dei Dottori Commercialisti, era un capitano paracadutista che ha combattuto l' ultima guerra mondiale. Durante la seconda guerra mondiale era un Partigiano ispettore delle formazioni di Matteotti. Il 22 febbraio 1944 la "Sipo" di Torino lo arresta e viene portato al campo di lavoro di Mauthausen, al commando di Gusen 2.
LUOGHI DOVE SI SVOLGONO I FATTI: Terenzio Magliano viene arrestato a Torino e con molte altre persone viene mandato a Mauthausen, a GUSEN 2. Poi, il giorno in cui il campo venne liberato, su un grosso autocarro tutti i superstiti italiani vennero riportati a Torino.
EPOCA IN CUI SI SVOLGONO: Terenzio è nato a Torino il 19 novembre 1912. All' età di 32 anni, il 21 febbraio 1944 viene portato nel campo di concentramento di Mauthausen. Dopo, il 19 marzo, viene trasferito al commando di Gusen 2, fa parte dei triangoli rossi, cioè i detenuti politici. Trascorse 17 mesi nel campo.

TRAMA: Terenzio Magliano, venne catturato nel febbraio 1944 perchè era Partigiano in una banda. Venne portato nelle carceri delle SS. Da lì, dopo molti interrogatori senza risultato, venne portato a Mauthausen. Venne poi trasferito al commando di Gusen 2. Venne sbarbato, tosato e rasato e poi lavato e vestito come tutti gli altri deportati. Poi vennero tatuati. Nel campo non esistevano "perché". Le SS o i guardiani tormentavano, torturavano, colpivano e uccidevano senza nessun motivo. Molte volte le SS di notte costringevano tutti i deportati ad uscire nudi e sulla porta c'era una doccia fredda e il gelo che li bloccava o li uccideva.
Molte torture senza senso venivano compiute dai tedeschi. I detenuti del campo di concentramento si distinguevano a seconda se avevano o no la divisa a strisce. Lavoravano come delle macchine, o meglio, come disperati che sanno che non potranno vivere quando non lavoreranno più. All' infermeria c'erano i raggi per la radioscopia e la radiografia, ma gli strumenti scentifici servivano solo a distinguere quelli che erano irrimediabilmente malati da quelli che potevano ancora tirare avanti. Terrore e fatica: ogni giorno, ogni deportato doveva lavorare senza mai smettere, senò veniva ucciso. Così passavano i giorni a MAUTHAUSEN. La vita di ogni deportato dipendeva dalla decisione dell SS: ogni persona muore o vive "per un sì o per un no". Molte persone deportate hanno " visto" la camera a gas, e non sono morte, perchè solo dopo la liberazione gli americani li hanno lasciati girovagare per il campo per " visitarlo", vedere le macchine dello sterminio che pian piano stavano uccidendo tutti, hanno potuto" vedere" dove si trovavano. A Mauthausen, come negli altri campi di concentramento , i deportati facevano un "mercato nero" che dapprima i tedeschi sopprimevano ma che dopo era diventato un decreto ufficiale. Lì ogni prigioniero scambiava vestiti e scarpe, vendeva scope e utensili vari in cambio di una razione di pane o due sigarette o un litro di zuppa, a seconda del valore. A Mauthausen era impossibile fuggire. Molte persone pur di morire fuori del campo, in libertà, in cambio di due sigarette, si buttavano giù dal precipizio sotto lo sguardo divertito delle SS. Ma molti deportati non avevano la forza per fuggire.
Ormai si erano rassegnati. Negli ultimi mesi della liberazione, quando gli aerei angloamericani sorvolavano i campi per buttare giù delle bombe, scattava l' allarme. I rifugi antiaerei distavano un chilometro dal campo. Una volta suonò un allarme un po' strano. Quando i deportati arrivarono nei rifugi, non li divisero in 3 o 4 gruppi, ma li misero tutti 17 mila in un solo tunnel. Stettero lì un bel po' ma l' ossigeno iniziava a mancare. Poi ad un tratto le SS aprirono lo sportello. Si seppe dopo che i tedeschi avevano provato un maxi-sterminio. Avevano aperto i rubinetti del gas immettendolo nel tunnel, quando la macchina si ruppe. E così furono quasi tutti salvi. Poco dopo avvenne la liberazione.

SCOPI PIU' EVIDENTI DEL LIBRO: Secondo me il libro è stato scritto perchè non si dimentichi la vita nei campi di sterminio.
GIUDIZIO GENERALE: E' stato interessante leggere un libro di questo genere. Mi ha aiutato ad approfondire la mia conoscenza storica sullo sterminio nazista.
                                                                                                                                            Ilenia Rostaing

 

ANALISI DI UN LIBRO
"TU PASSERAI PER IL CAMINO"
VITA E MORTE A MAUTHAUSEN
Autore : Vincenzo Pappalettera
Partigiano nell'ultima guerra, fu deportato a Mauthausen. Sopravvissuto alle atrocità del lager, si è poi dedicato allo studio del fenomeno dei campi di concentramento nazisti, a cui ha dedicato le sue opere: "Ritorno alla vita","I sopravvissuti dei lager nel dopoguerra italiano", "Nei lager c'ero anch'io " e "La parola agli aguzzini".
Pappalettera in questo libro descrive i sei mesi che ha trascorso prigioniero: due ancora in Italia e quattro a Mauthausen, in Austria. Dopo gli innumerevoli interrogatori, lui e tutti quelli che avevano arrestato nella stessa retata furono inviati in Germania a lavorare. Egli partì l'8 Gennaio 1945 e la sua Odissea finirà il 5 Maggio dello stesso anno, con l'arrivo degli alleati. Sono quattro mesi terribili, ma il limite del tempo rese possibile la salvezza di quest'uomo. L'arrivo a Mauthausen è terrificante, guidati dai cani e minacciati coi mitra attraversano il paese e salgono una ripida strada che li porta su una collina su cui sorge una grande fortezza; depredati di tutto, dopo una doccia e una maldestra disinfestazione, attendono per ore prima di essere destinati a una baracca. I deportati politici, come Pappalettera, erano individuati da un triangolo rosso dove erano indicate anche la nazionalità e il numero di matricola, lui era il numero 115637. Gli ebrei avevano il triangolo giallo, gli zingari e altri "asociali" avevano il triangolo nero. Erano comandati tutti da delinquenti, rapinatori, assassini, contrassegnati dal triangolo verde; poichè la loro carriera dipendeva dalla capacità di svolgere il loro mandato, infierivano con crudeltà sui prigionieri ottenendo in poco tempo la loro spersonalizzazione. Nei vari capitoli di questo libro sono narrati vari episodi di vita quotidiana nel campo, alcuni molto tristi, deprimenti, meschini, come il breve tempo trascorso nel Revier (l'infermeria), la visione della morte di tanti compagni, la crudeltà dei kapò ecc... Si leggono dei bellissimi episodi di altruismo, amicizia: ..."Eravamo fuori all'aperto da ore per l'appello della sera, Eridano Bazzarelli, un ragazzo di Milano, sviene per l'intenso freddo. Il professor Purvar, insegnante di Inglese all'università di Mosca lo sostiene e lo copre con il suo giaccone pesante"... ..."Il vagoncino prende la rincorsa e tutta la terra si rovescia, l'unico binario ne è ostruito. Vi sono motivi più che sufficienti per giustificare la mia impiccagione per sabotage. I miei amici incitano tutti gli altri 15 a rimettere subito il vagoncino sui binari e a badilare lontano la terra che ingombra. Fanno talmente in fretta nella speranza di salvarmi che prima dell'arrivo delle SS tutta la squadra ha ripreso a lavorare...il badile che Max mi butta addosso significa che è avvenuto il miracolo"... ..." Bellina ha ricevuto da un suo compaesano un intero filone di pane... è un ragazzo generoso e buono... distribuisce un pezzo a testa vuol accontentare tutti... lo dona tutto...si guarda a lungo le mani vuote...per la sua fame non è rimasta nemmmeno una briciola..."
Poi ci sono degli episodi patetici: ..."Mi sento chiamare con un accento meridionale è Giuseppe Vitale, un napoletano che era con me a St Aegyd, -mi portano nelle camere a gas salutami gli amici -... Gli do una rapa, la morde e poi sputa i bocconi non ha più fame... Arretro ho sentito con terrore la possibilità che mi confondano un prigioniero destinato al gas... è stato un momento di paura ingiustificata...- Addio Vincenzo- - Addio Giuseppe -..."
Alla fine di Aprile, inizio di Maggio, le cose nel campo iniziano a cambiare: i forni crematori sono spenti, i kapò e le SS sono fuggite, gli alleati sono alle porte.
Nonostante si alternino numerosi personaggi in questo libro il principale è l'autore. Quando venne arrestato Vincenzo Pappalettera aveva 25 anni. Era poco più che un ragazzo, esile e pallido; aveva lascito in Brianza la giovanissima moglie e un figlio. I suoi compagni non avrebbero mai detto che sarebbe ritornato. Lui comunque si è rinserito nella vita di ogni giorno, ha riscavato nei ricordi perchè ha capito che era e che è importante ricordare per gli altri, per i molti che non sanno e per i troppi che non vogliono sapere. Pappalettera racconta l’esperienza senza astio, senza odio, semplicemente. In alcuni punti nel libro traspare l'angoscia tradotta dalle sue parole: ..."Vengo destinato al Revier. Gli amici nascondono le lacrime, vedo dai loro sguardi che sono condannato a morte, nei loro occhi leggo un addio definitivo"... ..."Per sottoporci a una doccia gelata, perchè, affermano i kapò, è la cura migliore per guarire più in fretta...- Uscendo dal camino del crematorio - aggiunge uno sogghignando..." ..."incontro lo sguardo di quella donna, mi fissa negli occhi per un attimo e poi distoglie lo sguardo , piange...guardo altre donne rivedo così sul lago di Garda, quando non ci pensavo più, ciò che lungo il Danubio ho cercato inutilmente: donne che si commuovono e piangono per degli sconosciuti in condizioni pietose! "
Da tutto questo si può capire che per resistere a questa situazione disperata serviva soprattutto molta fortuna unita a fatti che invece di svolgersi in una certa maniera si sono svolti diversamente a beneficio dell'interessato. Alla base della sopravvivenza credo che abbia anche contribuito un fattore psicologico e l'aiuto di tanti amici, come dice lo scrittore. Vincenzo Pappalettera scrive in modo semplice per cui ho capito bene quello che voleva trasmetttere, il suo libro mi ha interessato molto e ha arricchito le mie conoscenze sul tema della deportazione. Ho letto anche altre testimonianze tratte dal libro "La vita offesa" e le ho confrontate, hanno molte somiglianze tra di loro e in alcuni tratti sono simili. E' opinione di tutti che dopo aver combattuto e sofferto tanto speravano che in Italia le cose cambiassero molto, da come erano prima della guerra, invece passato il primo momento di euforia gli avvenimenti successivi hanno molto deluso. Da tutte le testimonianze, nei due libri, vi è anche l'amara constatazione che lo Stato ha fatto ben poco per tutti ma specialmente per quelli che sono ritornati minati nel fisico e nello spirito irrimediabilmente e che invece di potersi curare hanno dovuto riprendere subito a lavorare con mansioni non adatte a loro, mal sopportati nelle fabbriche e perfino in famiglia. Tutto questo mi pare uno "schiaffo in faccia" a questi uomini e donne che hanno dato tutto per la loro causa. Dal libro "Tu passerai per un camino" : ..."dopo alcuni mesi entrò in sanatorio. Da vent'anni gli specialisti tentano inutilmente di togliergli da addosso il catrame nazista".
... "Sento un tizio che racconta di camere a gas, di forni crematori. Attorno a lui alcuni uomini ridono ... - Non lo ascolti ... dice certe cose che non stanno nè in cielo nè in terra - . Tento inutilmente di spiegare che Olivio è in queste pietose condizioni soltanto perchè ha vissuto tutto quanto racconta. Olivio un giorno si è suicidato, forse era stanco di raccontare tragedie vissute che lo ossessionavano ancora, mentre negli altri provocavano solo incredulità e derisione."
                                                                                                                                                            Alessio Bruno

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