Presentazione
Negli anni del "boom economico" le regioni più direttamente interessate ai processi di grande trasformazione furono segnate da andamenti contradditori. In particolare nellarea piemontese la storia di quel periodo dovette fare i conti con due vistosi fenomeni, strettamente connessi tra loro: da un lato la crescita del capoluogo torinese, investito da forti processi di sviluppo e di immigrazione proveniente da ogni parte dItalia; dallaltro il declino economico di alcune zone prealpine, che, pur vantando una solida tradizione industriale, soprattutto nel ramo tessile, non seppero rispondere adeguatamente alle nuove esigenze dei mercati, soprattutto dopo lingresso dellItalia nel Mercato Comune Europeo. Tuttavia questo secondo aspetto non può, a mio parere, essere trattato superificialmente limitandosi a segnalare la progressiva emarginazione economica di questa o quellarea, ma merita di essere indagato con maggiore attenzione, cercando di comprendere se i cambiamenti intercorsi abbiano comportato soltanto un passivo economico oppure, al di là dei momenti iniziali di crisi, non abbiano inaugurato piuttosto un riassetto in senso più moderno delleconomia e della società.
Con il presente saggio mi propongo appunto di delineare brevemente limpatto che il processo di deindustrializzazione degli anni 60 del 900 ha prodotto in unarea prealpina a pochi chilometri da Torino, il bacino del Pellice, e formulare alcune ipotesi su come, in seguito, sia cambiato il rapporto della valle con la zona circostante e, in particolare, con la metropoli torinese allora in piena espansione. Prenderò in esame dapprima le vicende di una lunga vertenza contrattuale degli operai tessili della val Pellice allinizio degli anni Sessanta: un fatto contingente che però può anche essere considerato un segnale di crisi e, al tempo stesso, di grande novità in unarea, almeno dal punto di vista sindacale, tradizionalmente silenziosa. Successivamente ripercorrerò le tappe dellinsedimento dellindustria tessile in una zona che, negli anni Cinquanta, presentava una quota assai elevata di addetti allindustria: 3700 operai su un totale di quasi 20.000 abitanti, dei quali più di 2000 occupati nei due stabilimenti di proprietà della famiglia Mazzonis; essi rappresentavano più della metà della popolazione attiva, anche se le diverse fonti esaminate ci suggeriscono una certa cautela: infatti il predominio dellindustria sullagricoltura era allora solo apparente; esso nascondeva una lunga consuetudine al part-time.
Particolare attenzione dedicherò poi alle conseguenze immediate della chiusura del Cotonificio Mazzonis (1965) che rappresentò un vero e proprio trauma non solo per gli operai direttamente coinvolti ma per tutta la val Pellice. Sulla base di alcuni significativi indicatori economici e sociali cercherò infine di considerare levoluzione dellintera zona a cavallo tra gli anni Cinquanta e Settanta, mettendo in evidenza, oltre agli elementi di continuità anche le principali novità via via intervenute nelleconomia e nella vita degli abitanti della val Pellice, che hanno finito per rendere la zona sempre meno isolata e più permeabile alle sollecitazioni provenienti dallesterno.
Va segnalato infine che la scelta della Mazzonis e delle sue vicende come osservatorio particolare per studiare la storia industriale della val Pellice è stata determinata non solo dalle dimensioni dellazienda, ma anche dal suo consolidato radicamento nel tessuto valligiano; infatti il rapporto privilegiato tra quelllazienda e il contesto circostante durava da quasi un secolo ed ha profondamente segnato la memoria della gente del luogo: gli anziani ancora oggi ricordano che, durante loccupazione delle fabbriche nel 1920, furono gli operai dello stabilimento di Pralafera a issare per primi la bandiera rossa; che, durante gli scioperi del marzo 1943, furono ancora i tessili della Mazzonis a dare il via allagitazione che avrebbe ben presto bloccato lattività produttiva di tutti gli stabilimenti della zona e, infine, che nel 1965, quando lazienda stava per chiudere, tutta la val Pellice si strinse intorno agli operai che occupavano lo stabilimento di Pralafera, manifestando una solidarietà tanto più forte in quanto a dover essere difesi non erano solo una fabbrica e dei posti di lavoro, ma tutto un sistema di vita e un consolidato equilibrio sociale.
In questi anni ho avuto modo di discutere della mia ricerca con molte persone e ricevere da loro preziose indicazioni. Vorrei ringraziare innanzitutto Fabio Levi, col quale ho cominciato questa avventura nel 1985, per la sua preziosa collaborazione e pazienza! Gabriella Ballesio, Daniela Fantino e il personale dellanagrafe del Comune di Luserna San Giovanni che hanno agevolato le mie ricerche darchivio; Giorgio Tourn, Giorgio Peyrot, Bruna Peyrot, Mariella Tagliero, Marco Pasquet: i due anni trascorsi con loro alla "Società di Studi Valdesi" mi hanno permesso di addentrarmi, non solo nella storia economica e sociale di questa valle, ma anche un po in quella culturale e religiosa. Infine Mariena Galetti e gli ex-operai Mazzonis che mi hanno offerto il loro punto di vista sulla fabbrica: i loro nomi non compaiono qui per una scelta concordata con loro di apparire con uno pseudonimo.
Valter Careglio