Percorrendo le stradine interpoderali che tagliano, come grossi solchi,
gli onnipresenti campi di mais della pianura pinerolese, dove non senza fatica
si possono scorgere radi filari di alberi che ne interrompono la monotonia, è
arduo immaginare come questa campagna potesse essere 50 anni fa. Di quel
paesaggio rurale è rimasto solo il ricordo negli occhi degli anziani che
l’hanno vissuto e, con la loro opera, trasformato.
La percezione del paesaggio inteso come il complesso di tutte le fattezze sensibili di una località, è, come ogni cosa che ha che fare con i sensi, strettamente individuale, determinata dalla sensibilità, storia, interesse di ciascuno di noi. Il paesaggio, di per sé, è però un dato di fatto, indipendente dalla capacità del singolo di coglierlo in tutta la sua complessità.
Ciò che vediamo
intorno e che chiamiamo paesaggio è un’entità dinamica che deriva da due
azioni: la prima quella naturale, lenta, lunghissima determinata principalmente
da fattori abiotici, il principale dei quali e da cui tutti gli altri derivano,
quello atmosferico ha dato origine agli aspetti geomorfologici del paesaggio.
La seconda rapidissima e relativamente breve nel tempo, quella antropica,
interagisce fortemente con la precedente con una velocità che negli ultimi anni
sta diventando esponenziale. (Aldo Molinengo)[1].
Questa velocità
di trasformazione segue l’immediatezza della necessità di adeguare il proprio
territorio alle richieste economiche dominanti, ma in questa corsa - e in questa
riflessione risiede uno dei motivi della scrittura di questo libro -, forse si
perde , sicuramente si spreca qualcosa che almeno in parte si sarebbe potuto
utilizzare diversamente. Scrive Paolo
De Bernardi:
I paesaggi rurali, concepiti come manifestazione culturale ed organizzativa delle comunità antropiche che li costituiscono e come conseguente manifestazione percettiva dei diversi agro-ecosistemi, sono la sintesi visualizzabile di aspetti culturali e di aspetti naturali. I paesaggi rurali sono l'espressione sedimentata e fortemente connotata delle comunità antropiche che in questi paesaggi hanno talvolta realizzato un felice connubio tra insediamenti, naturalità ed utilizzo del territorio. [2]
I paesaggi rurali tradizionali
costituiscono, nella loro identità e diversità, la trama e il tessuto vitale di
più estesi paesaggi storici[3]
Questo libro racconta di un
paesaggio, di uno spazio rurale che non esiste più. L’attività dell’uomo negli
ultimi 50 anni ha cancellato quello che in origine e per molti secoli è stato
un equilibrato intervento sulla natura dovuto ad una fortissima dipendenza
economica da quest’ultima. Dipendenza che è iniziata con la comparsa della
specie umana e che è, in questa forma, terminata con l’industrializzazione
delle campagne.
Per la vita e l’economia agricola del territorio del Pinerolese, come per maggior parte della pianura agricola del Nord Italia, il secondo dopoguerra ha coinciso con l’abbandono della tradizione.
La presenza sempre più rilevante dei mezzi agricoli meccanici in tutte le fasi di lavorazione, l’alternativa del lavoro in fabbrica al lavoro di agricoltore, l’introduzione di nuovi bisogni e modelli culturali hanno in parte spopolato le campagne e consegnato questo paesaggio rurale tradizionale alla memoria.
La campagna era velata da una
nebbia leggera in cui erravano dei grandi nuvoli di fumo sollevati da mucchi
accesi di gramigna. .... Erano gli ultimi giorni di ottobre quando la campagna
piemontese spiega in tutta la loro bellezza i colori pomposi e tristi dell’autunno:
Il treno correva in mezzo a vigneti color di porpora a macchie di pioppi e di
roveri svariati di giallo e di vermiglio, a boschi d’oro e a lunghe file di
gelsi color di zolfo e di terra di ocra, macchiate qua e la dalle chiome ancora
verdi di qualche albero ostinato a non invecchiare; e di la dagli alberi
fuggivano dalle due parti della via i prati vaporosi e i campi lavorati nei
quali spuntava il grano come una barbetta rada e fine d’adolescente.....[4]
Cento anni dopo queste notazioni di Edmondo De Amicis, Luigi Priotti passeggiando tra i campi di mais, ricorda il paesaggio della propria infanzia che in realtà è molto simile a quello descritto dal grande romanziere italiano ne Alle porte d’Italia:
Quaranta anni fa qui avremmo visto tutte vigne e
nessun campo di mais perché non c'era possibilità di irrigare. Questa zona era
chiamata "Povertà" [5]
perché
senza acqua, con terreni in forte pendenza e tanti sassi. In questo periodo,
dove c'è il mais, avremmo visto il grano quasi maturo, vigne, e, tra i filari
dell’uva, le patate, e magari qualche fila di mais, olrte a numerosi filari di
gelsi. Piante di noci: ecco lì ce n’è una isolata che è anche secca. Piante di noci ne avremmo viste
almeno venti o trenta, avremmo visto delle piante di mele e poi pioppi nati
spontaneamente e lasciati crescere. Lì nell'angolo c'era un roveto, lì c'era un
canale a cielo aperto che attraversava, lì, dove c’è la piazzola, lì c’era uno
slargo che serviva da abbeveraggio alle mucche ..., lì, dove ci sono i cartelli
stradali, lì c'era una pianta di noci enorme: avrà avuto cent'anni”.
Questo “paesaggio della giovinezza”, copre un arco temporale che lo stesso testimone definisce[6]
Per colture di ieri intendo, quale
epoca di riferimento, il periodo compreso tra la fine del Medioevo e i primi
decenni di questo secolo, anche se questo ultimo è già da considerarsi epoca
moderna. Pur tuttavia il mondo contadino del nostro periodo giovanile, per
sentito dire ma anche per testimonianza diretta, è da considerare forse più
vicino all’Alto Medioevo che non a questo secolo. Si pensi solo che non c'era
nè la luce elettrica nè i vaccini, inoltre era sconosciuta la trazione
meccanica: si faceva tutto con gli animali.
Montesquieu, nel 1728
in Viaggio in Italia, descrive la campagna tra Padova e Venezia come una
campagna ricca di alberi e coltivazioni diverse:
La strada da Padova fino a Venezia è bellissima. Nei
campi, ogni 50 passi, c'è un filare di alberi, una specie di aceri, ai quali la
vite si marita, e che ricopre interamente. In mezzo, cereali e miglio, come
saggina e grano turco. Intorno ai campi ci sono dei gelsi; e così uno stesso
campo vi dà grano, vino, seta, legna, senza contare gli alberi da frutto come
noci ecc.[7]
Probabilmente questa
campagna era molto simile a quella piemontese negli stessi anni, paesaggio che
è rimasto quasi immutato fino alla seconda guerra mondiale data in cui
l'introduzione della trazione meccanica ha cambiato il mondo.
Perché dunque scegliere di parlare
di Spazio Contadino intendendo con questo termine “uno spazio contadino”
al tempo in cui si sarebbe potuto parlare di paesaggio rurale tradizionale per
queste zone? Proprio perché questo spazio “archeologico” non esiste più se non
nella memoria ancora ben viva di chi l'ha vissuto e che ora ha voglia di raccontarcelo.
Partire dalla descrizione dello "spazio" è una delle modalità possibili di porre dei confini alle “fattezze sensibili” che caratterizzano una zona, facilitandone l'individuazione e la successiva descrizione. Questa modalità è apparsa inoltre adatta in quanto le azioni, i sentimenti non solo avvengono “in un tempo”, che qui, in più, pare immobile fino alla sua scomparsa, ma “in uno spazio fisico” che in questa campagna piemontese si presenta dinamico, frequentato, attraversato da tutti gli attori che con le loro azioni lo hanno nel tempo modificato adattandolo alla mutata realtà.
Il volume qui presentato è il secondo della collana “Lo spazio Contadino”, un progetto di ricerca legato da una parte alla archiviazione e raccolta di fonti orali, dall’altra alla ricerca e valorizzazione di fonti d’archivio.
Tema del progetto editoriale è la cultura della pianura pinerolese prima della seconda guerra mondiale. La struttura dell’opera si basa su una suddivisione in cinque cerchi figurativamente concentrici: la cascina, l’aia, i campi – prati e boschi, le strade, il paese. La collana ha portato alla realizzazione di due volumi aventi per tema il primo e il secondo cerchio rispettivamente “la cascina” e “l’aia, i campi e i boschi” nonché alla produzione di cinque video documentari : uno per ciascun cerchio.
Il progetto è iniziato nel 1995 con il gruppo di Ricerca di Piscina "L Rubat", attraverso una collaborazione terminata con la pubblicazione del primo volume Lo spazio Contadino – La cascina. [8]
Nel frattempo altre ricerche sono iniziate grazie alla disponibilità dei Comuni di Cavour, Carmagnola, Vigone, Scalenghe, Macello e Osasco, disponibilità che ha in qualche modo condizionato i confini territoriali di questa ricerca.
I testimoni, uomini e donne in quasi pari percentuale, sono stati scelti in base alle loro conoscenze dirette del mondo contadino precedente alla seconda guerra mondiale. Ricerca che è avvenuta seguendo una fitta rete di rapporti sociali dispiegati da validi mediatori senza perseguire l’intenzione di una significatività statistica del campione. Alcuni sono contadini, altri artigiani o professionisti che hanno svolto la loro attività in stretta relazione con il mondo agricolo del Pinerolese.
Tra i possibili testimoni individuati: uomini e donne nati tra il 1900 e il 1940, residenti sul territorio sono stati privilegiati coloro i quali si sono resi disponibili a concedere una intervista videoregistrata[9], questo elemento ha in parte limitato la disponibilità dei testimoni ma ci ha consentito di realizzare successivamente, come da progetto, un video documentario per ciascun cerchio.
Di tutte le interviste registrate nel corso di questi ultimi quattro anni di indagini, (1997\2001) circa un centinaio, nel volume qui presentato, per la parte etnografica, vengono riportate solo le testimonianze ritenute più significative al fine di descrivere gli "spazi" relativi all’aia, ai campi, prati e boschi.
Nel territorio indagato non vi è una omogeneità di dimensioni per quanto riguarda la proprietà dei terreni. Si va dal piccolo ciabòt[10] con poche giornate[11] di terra, non sufficienti al mantenimento della famiglia, alla cascine di medie dimensioni, fino alle grandi cascine con più di cento giornate di terreno. Al fine di circoscrivere l'indagine ad una unica realtà tipologicamente omogenea si è scelto di restringere l'ambito della ricerca alle cascine di media grandezza, aventi cioè a disposizione minimo 20 giornate di terreno, escludendo quindi i ciabòt, le cascine di piccole dimensioni, e le grandi cascine.
Ho accettato con piacere la proposta di Marta di affiancare al suo lavoro di ricerca dal sapore etnografico e antropologico una parte di ricostruzione storica. Mi sembra infatti che, al di là dei lavori del Gruppo di Ricerca di Piscina, si continui a scrivere poco sulla storia sociale di una zona su cui, da un lato, si stanno muovendo i riflettori del 2006 in vista di un possibile turismo ecocompatibile e, dall'altro, si registra una significativa crescita della domanda verso questi argomenti anche da parte di chi qui vive e lavora; si tratta, in altre parole, di un interesse finalizzato non solo a riscoprire le proprie radici, ma soprattutto a comprendere che tipo di rapporto i nostri anziani intrattenessero col territorio in cui vivevano: alludo, ad esempio, al tipo di agricoltura che essi praticavano - decisamente più segnata dalla biodiversità di quanto non lo sia oggi con la monocoltura del mais - ed ai paesaggi agrari che ne derivavano, oppure al rapporto con l'acqua che, in questa zona, continua ad essere una grande fonte di ricchezza, vista la sua abbondanza, ma anche di sempre maggiore preoccupazione, soprattutto dopo gli eventi del 15 ottobre 2000.
Ma c'è un altro aspetto della questione che mi interessa. Nella parte più antropologica di questo libro - come in altri di taglio etnografico - il tempo della campagna tende ad essere rappresentato come un tempo molto lungo, anzi lunghissimo e in effetti molti di noi, di fronte a un museo etnografico, hanno la sensazione di riconoscere oggetti che hanno usato i nostri nonni, quando magari si tratta di materiale proveniente dal XVIII secolo! Questa parte storica, costruita in modo complementare rispetto a quella etnografica che privilegia le permanenze, vorrebbe dunque cercare di mettere in evidenza i mutamenti che, seppur lenti, questo territorio ha subito nel corso dei secoli.
Uno dei tre capitoli tuttavia risponde anche a un'altra esigenza: quella di non incorrere mai in rappresentazioni troppo oleografiche del mondo contadino tali da produrre in noi quasi una nostalgia per il tempo perduto. Lo stato di miseria e di duro lavoro che ha segnato la vita delle popolazioni di questa regione - e direi, più in generale, di tutto il mondo agricolo italiano -, fino all'ultimo conflitto mondiale, deve essere sempre presente nel lettore che si accosti ad una qualsiasi ricostruzione sulla vita del mondo rurale nei secoli passati: ho voluto ricordare questo stato di quotidiana difficoltà attraverso un esame di alcuni comportamenti "devianti" e trasgressivi, derivanti dalla miseria e dall'ignoranza. Alla luce della documentazione esibita chi oggi guarda con preoccupazione all'insediamento nelle nostre campagne di popolazione proveniente da paesi extracomunitari e lo associa ad un aumento della criminalità dovrebbe almeno sentirsi rassicurato da quanto sia molto più "tranquillo" e "civile" il nostro territorio oggi, rispetto a cento, centocinquant'anni fa quando era abitato da soli piemontesi ma erano purtroppo i nostri vecchi a dover emigrare!
Si tratta dunque di tre capitoli molto diversi tra loro, che nascono in tempi diversi, da stimoli e domande diverse. Tuttavia un filo conduttore che li lega esiste, ed è infondo il comune denominatore di tutta la ricerca: uno spazio comune, appunto lo spazio contadino, più volte vissuto e riorganizzato (ristrutturato) in vista dei diversi bisogni del momento. Riscoprirlo può aiutarci a progettarne meglio anche il suo futuro.
Un altro denominatore comune è dato dal metodo di indagine, decisamente qualitativo: non ho infatti mai nutrito l'ambizione di tratteggiare una storia economica e sociale della regione - un lavoro peraltro, per quanto riguarda il primo aspetto, già parzialmente compiuto nel 1967 dal Laboratorio di Geografia Economia della Facoltà di Economia e Commercio di Torino - quanto piuttosto di raccogliere il maggior numero possibile di notizie documentarie sull'agricoltura e sulla vita nelle nostre campagne. Così, trattandosi spesso di documenti d'archivio, inediti o testi pubblicati ma non sempre facilmente reperibili, e fedele alla stessa tecnica con cui la mia collega fa parlare i suoi testimoni, ho preferito esibire il più possibile le mie fonti, con ampie citazioni, anche a costo di appesantire un po' la narrazione e ridurre il mio ruolo a quello di semplice "raccoglitore" di testi diversi. Di qui il senso del titolo che, vorrei fosse chiaro, non promette una ricostruzione in toto di uno spazio contadino, ma raccoglie una serie di materiali che si spera, stimolino ulteriori lavori di approfondimento.
Ho lavorato a questo progetto per alcuni anni e non è pertanto facile ricordare tutte le persone che lo hanno in qualche modo sostenuto. Vorrei ringraziare innanzitutto Giorgio Rimondi, con il quale, nel corso di un seminario in Trentino, ho avviato le prime ipotesi di ricerca sullo studio dei paesaggi agrari; Marco Fratini che coltiva da anni questo interesse per lo studio del paesaggio e, dopo aver letto il dattiloscritto, mi ha offerto preziosi suggerimenti; Luigi Priotti e Dario Martina, due amici che hanno rappresentato il mio costante riferimento di confronto con il mondo agricolo. Claudio Ruffino, Elio Accastello, Valerio Bertinetto, Sandra Delforno e Mario Davicino, studenti dell'Istituto Professionale Statale per l'Agricoltura e l'Ambiente di Osasco, che hanno raccolto le mie provocazioni di lavoro su questo territorio e discusso con me le loro ipotesi di ricerca in occasione della tesina di diploma: uno dei rari casi in cui la scuola non riproduce solo cultura, ma diventa essa stessa luogo di produzione di cultura in uno scambio fecondo tra docente e studente.
Infine tutti coloro che hanno in qualche modo agevolato l'accesso alla documentazione: Umberto Levra - che con i suoi corsi universitari ha anche in qualche modo "ispirato" il percorso sullo spazio trasgressivo - Elena Scalerandi, Franco Marocco, Ida Spegis, Paolo Groppo, Anselmo Forestiero, Andrea Priotti, Maria Teresa Manassero, Giovanni Senestro, Gianni Chiattone, Gemma Genta, Giuseppe Pipino, Mariagrazia Castagno, Mariella Tagliero, Agostino Magnano, Isa Demaria, Dario Castellano e tutto il personale della Biblioteca Civica "Alliaudi" di Pinerolo.
[1] Molinengo Aldo, Orto di casa, antico segno alpino della famiglia contadina – tra ortaggi, piante aromatiche ed ornamentali, Quaderni di cultura alpina , Ivrea, Priuli e Verlucca , 2000.
Per un approfondimento: E Strauss, Della differenza tra paesaggio e geografia come differenza tra il sentire e il percepire. (tr. it. A cura di M. Carbone) in S. Zecchi ( a cura di ) Estetica 1995. Le arti e le scienze, Bologna 1996
[2] De Bernardi Paolo, “Paesaggi rurali da salvare”, in: Paesaggio rurale tradizionale: perché, per chi? Come?, Castello di Moncucco Torinese (AT) 6 ottobre 2001.
[3] dalla Carta dei paesaggi rurali tradizionali si veda appendice n° 2
[4] De Amicis Edmondo, Alle porte d’Italia, Ed Albert Meynier, Sommaruga, 1892
[5] La Regione Povertà si trova sulla provinciale Macello – Buriasco, a destra, vicino alla cappella di San Grato. Anticamente questa regione era chiamata "Regione Ceresa", forse a causa dei molti alberi di ciliegio che lì si trovavano. Ora in questa Regione vi sono tre aziende agricole con circa cento capi di bestiame cadauna
[6] Priotti Luigi , “Macello e dintorni colture agricole di ieri, di oggi ... e di domani”, in Buriacello. Quaderno di cultura popolare, edito dai Consigli di Biblioteca dei Comuni di Buriasco e Macello, Dicembre 1997.
[7] Montesquieu, Viaggio in Italia, "Economica Laterza", Bari, Editori Laterza, 1995, trad. Massimo Colesanti, p.58
[8] Colangelo Marta, Lo spazio contadino. La cascina. Memorie di uomini e di donne della pianura pinerolese prima della seconda guerra mondiale, Pinerolo, Alzani, 1999.
[9] Le “testimonianze di vita” del nostro passato più recente, che noi riteniamo facciano parte dei "beni culturali" della nostra civiltà, non avrebbero potuto realizzarsi senza l'ausilio della video camera. Infatti, essendo il discorso orale solo per una parte testuale, ometterne le pause, i gesti, le espressioni significa travisare interamente il significato del testo. Senza contare che in questa ricerca si parla di "attività" che in alcuni casi abbiamo avuto l’occasione di riprendere nel loro svolgimento.
[10] Ciabòt: cfr. p.16
[11] Giornata: unità di misura di superficie piemontese pari a 3810 metri quadrati