PREFAZIONE

La modernizzazione, che nelle campagne piemontesi si può dire sia arrivata soltanto nell’ultimo dopoguerra, ha determinato una rottura così drastica col passato, una cancellazione così sistematica della civiltà contadina quale era andata costituendosi nel corso dei millenni, da aprire nella coscienza collettiva una ferita che fa molta fatica a rimarginarsi. Non si tratta, com’è ovvio, di rimpiangere genericamente un passato che solo in quanto passato ci può apparire, erroneamente, più vero, più umano, più incontaminato. In qualunque epoca, in qualunque società gli uomini si sentono affacciati sull’ignoto, e favoleggiano del passato; la difficoltà del presente e la paura del futuro si sono sempre tradotte nel rimpianto di un’età d’oro che non è mai esistita. I contadini del Pinerolese, cinquant’anni fa, come all’inizio del Novecento, come al tempo di Napoleone o magari a quello di Carlo Magno, hanno sempre vissuto le loro vite in un mondo in trasformazione, con poche o nessuna certezza, affrontando con fatica le mille contraddizioni che la famiglia con le sue regole, il lavoro con le sue esigenze, il corpo con le sue voglie e i suoi misteri, il potere con le sue pretese, pongono sul cammino di chiunque. Ma quando i cambiamenti sono più rapidi e più profondi, la società ha la sensazione di ricevere una ferita nella sua carne viva; ed è quello che è accaduto nelle nostre campagne con l’avvento della modernità novecentesca. Il mutamento del modo di vita e dello stesso paesaggio sono apparsi così drastici, da indurre per contrasto a enfatizzare le continuità del passato, quasi che la storia umana potesse ridursi a un prima e a un dopo. Più di una volta abbiamo sentito persone che oggi hanno cinquanta o sessant’anni, se si tratta di persone avvezze a riflettere sulla storia, confessare quasi con incredulità: “io ho ancora veduto il Medioevo”.

Naturalmente non è proprio così. Il lavoro contadino, il paesaggio agrario, il linguaggio stesso che si parlava nelle campagne, hanno conosciuto una lunga evoluzione; il medievista sa che la pianura pinerolese era un ambiente umano ed economico ben diverso, poniamo, nel Cinquecento da quello che era stato nell’anno Mille. E’ dunque necessario che chi ama la nostra terra e si impegna a conservarne il ricordo sappia muoversi su entrambi questi fronti; che l’analisi, di cui oggi sentiamo dolorosamente il bisogno, del modo in cui una civiltà millenaria è stata demolita in appena mezzo secolo sia sempre accompagnata dalla lucida consapevolezza che quella civiltà non è nata e vissuta in uno spazio atemporale e immemoriale, ma è stata a sua volta un prodotto  delle condizioni storiche e dei loro mutamenti. Ecco perché mi pare particolarmente felice l’incontro, in questo libro di Marta Colangelo e Valter Careglio, di due percorsi e due metodologie di ricerca; in cui lo sguardo dell’antropologa, che attraverso una fitta serie di testimonianze orali ricostruisce il trauma della scomparsa d’un mondo ancora ben vivo nella memoria di tanti, si affianca a quello dello storico che servendosi d’una molteplicità di materiali documentari fa il punto su un’evoluzione secolare. La civiltà contadina da cui tutti discendiamo merita che ad essa ci si rivolga così, con lo sforzo di comprendere, piuttosto che di mitizzare, il passato.

Alessandro Barbero