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Il libro del mese Scarica il testo integrale di "Senza saper domani". E' un omaggio della redazione di "Cultura nel Pinerolese" e della casa Editrice L'Altromodo |
Senza saper domani Storia di contadini piemontesi al lavoro forzato in Germania (aprile 1944-aprile 1945) testo del memoriale di Serafino Guiot Chiquet a cura di Marisa Visintin prefazione di Daniele Jalla Edizioni L'Altro Modo Collana Memoria e Ricerca 96 pagine, £. 15.000 |
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Indice
1. Lo spunto 2. Che tipo di prigionia? 3. I documenti 4. Quattro storie parallele 5. Il rastrellamento del marzo 44 e la prigionia 6. Quello che resta
- Comincia lesilio e la fame e le tribolazioni - Seconda tappa - Terza tappa - Quarta tappa - Quinta tappa - Partenza |
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di Daniele Jalla
Un quaderno, qualche lettera, delle cartoline: questo il punto di partenza della ricerca di Marisa Visintin che, utilizzando anche alcune testimonianze orali, è riuscita a ricostruire attorno alla storia di Serafino Guiot le vicende di una ventina di giovani pragelatesi rastrellati e deportati in Germania come lavoratori coatti nella primavera del 1944.
Una storia del tempo della guerra e della Resistenza che ha il pregio di illuminare lo sfondo di entrambe, andando oltre lo scontro in primo piano per guardare oltre, ricomponendo il quadro di un conflitto che non risparmia davvero nessuno, che raggiunge ogni luogo e ogni persona.
Una storia come tante altre forse, ma proprio per questo significativa e importante, tanto più nella sua capacità di illustrare accanto ai fatti, i comportamenti, i pensieri, le emozioni dei suoi protagonisti.
Nel corso dellultimo decennio linteresse degli storici è andato sempre più allargando il suo sguardo verso una ricostruzione davvero globale della seconda guerra mondiale, coinvolgendo ambiti e aspetti che erano rimasti esclusi dalle prime indagini e non avevano trovato spazio neppure negli anni successivi, in un clima di dibattito fortemente contrapposto. Al suo centro, per lItalia tra il 1943-45, la Resistenza, i protagonisti di primo piano partigiani da un lato, nazi-fascisti dallaltro e le vicende complesse e articolate di uno scontro che coinvolgeva direttamente il presente. Le esclusioni, dal dibattito e dalla ricerca, sono state così molte: poco si è studiato e detto dei deportati nei Lager nazisti, degli internati militari, dei prigionieri di guerra, della popolazione civile, di tanti fronti e condizioni, fatti e realtà coinvolte più o meno attivamente nello stesso conflitto.
A torto: perché, da questi nuovi apporti, la comprensione stessa della Resistenza e della guerra si è allargata e approfondita, la visione della realtà si è fatta più complessa e articolata.
Cercare perché esistono le fonti di queste storie, interpretarle alla luce delle memorie fino a quando si può è un compito importante e urgente, se si vuole documentare le molte altre storie rimaste nellombra. È anche un compito realizzabile, come questa ricerca dimostra, innanzitutto attraverso la raccolta, lordinamento e linterpretazione di fonti solo apparentemente secondarie.
La pubblicazione di questo lavoro illumina daltra parte un passaggio delicato e decisivo: il rapporto essenziale fra limpegno individuale e lattenzione pubblica che enti diversi comunità locali, istituti e istituzioni pubbliche devono stabilire per consegnare al futuro i materiali su cui costruire nuove sintesi, nuove interpretazioni, necessarie non solo a comprendere il passato, ma a guardare al presente con diversa e maggior consapevolezza.
Daniele Jalla
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1. Lo spunto
Conosco da quasi trentanni Serafino Guiot Chiquet per i familiari Fino. È un cugino di mio marito, imparentato con lui in virtù di un intreccio di matrimoni così complicato che, persino quando ne parliamo con Fino e sua moglie, fatichiamo a ricostruirlo nei particolari. "Qui in alta valle siamo un po tutti parenti" si sentiva dire a casa loro ancora negli anni 50; e si elencavano a riprova i vari rami dei Guiot, contraddistinti dal cognome doppio (oltre ai Guiot Chiquet esistono anche i Guiot Pin, i Tounion, i Bourg, i Damond, i Rosa Plan).
Da quando è nato, nel 1921, Fino ha sempre abitato in Val Chisone; da giovane stava a Villardamond (una frazione di Pragelato a pochi chilometri dal Sestriere), ma poco dopo il matrimonio si stabilì nel luogo di origine della moglie, Villaretto, che si trova un po più in basso.
Villaretto è un paese tranquillo; solo nei week-end un serpente interminabile di traffico sfila lungo lo stradone, ma i rumori non arrivano alla casa di Fino, stretta fra le altre nel cuore della borgata, dove vicoli e slarghi in forte pendenza costringono gli automobilisti a manovre laboriose. La casa ha i muri spessi e le finestre piccole; linverno dura a lungo in valle, il monte Malvicino incombe con la sua ombra sul paese. Nellalloggio di Fino una vecchia foto è appesa in bella vista vicino allingresso: mostra una grande baita col balcone fiorito di gerani, la casa della giovinezza di Fino a Villardamond, non lontano da Villaretto ma ottocento metri più in alto; lui ci va ormai solo di rado, magari per una scampagnata con le nipoti nel giorno del santo patrono. E pensare che ancora quarantanni fa la gente ci viveva tutto lanno, era un posto pieno di bambini.
Oggi Fino fa la vita pacifica del pensionato, pur conservando il piglio vivace e nervoso che gli è caratteristico. Da quando è andato in pensione, nel 1981, ha preso a fare ogni tanto un viaggetto con la moglie, di quei viaggi in comitiva che nei paesi si organizzano apposta per gli anziani. È in buona salute, coltiva un po lorto, ma soprattutto legge. Ha la casa piena di libri, giornali, raccolte di riviste rilegate.
Un giorno che eravamo andati a trovarli, sarà stato nel 1990, mi disse: "Tu che insegni la storia a scuola, lo sai che durante la guerra mi avevano spedito a lavorare in Germania? Ho un quaderno dove ho scritto tutto. Vuoi vederlo?"
Con quel quaderno verde è cominciata la mia ricerca.
Questo racconto che la conclude intreccia vari tipi di testimonianze che ho potuto rintracciare nel corso di diversi anni di ricerca: alcune provengono dal periodo di lavoro in Germania (lettere e altri documenti conservati da Fino e da due suoi compagni), unaltra risale a cinque anni dopo la guerra (il quaderno di Fino che contiene il racconto sotto forma di diario), altre ancora sono state raccolte oggi (le testimonianze orali di quattro sopravvissuti). Devo queste notizie anzitutto a mio cugino Fino, e poi a tre testimoni: Guido Berton, Palmiro Bert e Cesare Guigas, che furono con lui in Germania e hanno accettato di farsi intervistare.
Le poche notizie che raccolsi sulle altre persone che vissero lesperienza insieme a Fino e ai suoi tre compagni sono di scarso interesse per la nostra storia; vorrei però ricordare tre nomi: quello di Angelo Jourdan perché mi aveva molto colpito la storia del paesano malato che al momento del ritorno non poteva camminare: allora i compagni lo avevano adagiato sul carretto che serviva a portare la provvista di patate per il viaggio e lo avevano trainato per tutti i chilometri di strade di montagna che avevano fatto a piedi. Ricordo ancora in particolare Mario Bertin, che sposò in seguito la sorella di Fino; e Siro Berger, cugino della moglie di Fino, la quale me ne parlò quasi per caso; fu lultimo nome ritrovato. Degli altri ho trovato traccia solo nelle lettere e nei ricordi personali dei testimoni:
Maggiorino Agù, Mario Allaix, Marco Barral, Ubaldo Bonin, Diego Bonin, Mario Faure, Silvio Friquet, Giorgio Gay, Delfino Guiot, Giuseppe Guiot, Desiderato Martin, Ermodio Martin, Serafino Passet, Secondo Pastre.
A tutti loro va il mio sincero ringraziamento.
2. Che tipo di prigionia?
Fin dalle prime righe del testo di Fino, ci troviamo davanti a un problema di linguaggio: in quale senso vanno intese le parole-chiave di questa storia? E in particolare la parola prigionia contenuta nel titolo?
Termini molto frequenti che incontriamo nel memoriale, ad esempio deportati e internati, sembrano essere stati pensati da Fino come equivalenti, e lo stesso vale per campo di concentramento e lager. È appunto luso di questultima parola a porre il problema più interessante da discutere.
In effetti Lager (tutti i nomi, anche quelli comuni di cosa, si scrivono in tedesco con liniziale maiuscola) significa propriamente campo, nel senso di accampamento, oppure anche magazzino, deposito; in questa accezione è un termine usato anche ai giorni nostri nei paesi di lingua tedesca, e sicuramente in tempo di guerra era inteso appunto con questo significato.
Perciò quando Fino usa il vocabolo lager è possibile che riprenda semplicemente la parola Arbeiterlager (campo per lavoratori) che non solo aveva sentito pronunciare in Germania, ma aveva anche scritto tante volte nelle lettere spedite a casa; le stesse lettere conservate da altri testimoni contengono nellindirizzo del mittente parole come Ausrüstungslager (=campo per produzione di armamenti) e Lager Ocsau (= campo nella località di Ocsau).
Ma a cinquantanni dallo sterminio nazista il termine Lager non può significare altro che campo di concentramento persino per i miei studenti di quindici anni, ed evoca unimmagine tragica e vaga allo stesso tempo, perché ciascuno ne ricostruisce solo alcuni tratti, a seconda delle letture fatte o dei film visti.
I detenuti nel Lager vi sono giunti dopo giorni (a volte settimane) di viaggio nei vagoni chiusi e strapieni, impossibilitati a uscirne, tormentati dalla fame e dalla sete. Allarrivo, sono stati gettati in un ingranaggio costruito apposta per cancellare lidentità individuale: al posto del nome hanno ricevuto un numero, e hanno dovuto imparare a rispondere prontamente tutte le volte che lo sentono pronunciare in tedesco o in polacco; sono stati abbandonati a un mondo straniero, di cui è estranea prima di tutto la lingua; un mondo organizzato gerarchicamente, che respinge i prigionieri al livello delle bestie e delle cose.
Hanno sceso un gradino dopo laltro lungo la scala dellannientamento: il triangolo colorato cucito sul vestito per contrassegnare il tipo di classificazione (detenuti politici, razziali, omosessuali, asociali), la rasatura totale del corpo, la violenza gratuita, la disciplina rigidissima e insensata, i lunghi appelli allaperto con qualunque tempo, lalimentazione calcolata per tenerli appena in vita, i lavori estenuanti e spesso senza scopo. Hanno dovuto lasciare i propri vestiti per indossare gli abiti a strisce, che non riparano dal freddo; camminano male con gli zoccoli di legno. La mortalità è altissima, per gli stenti, le malattie, le torture; visite mediche improvvise o decisioni arbitrarie dei comandanti del Lager separano chi può essere tenuto ancora in vita da chi va eliminato con mezzi sbrigativi: una pallottola alla nuca, uniniezione di fenolo, la camera a gas. Dallalta ciminiera del crematorio esce un fumo misto a cenere.
In questi campi di concentramento circa cinque milioni (ed è una cifra approssimata per difetto) di ebrei, membri di altre minoranze, oppositori politici del regime furono imprigionati negli anni fra il 1939 e il 1945. Appena il 10% di essi riuscì a sopravvivere.
Così la parola Lager è diventata il nome proprio che indica il luogo simbolico del male estremo: il luogo in cui degli uomini applicarono su altri uomini la propria capacità di fare il male non più solo come mezzo per imporre il potere, ma come fine a se stesso. Il regime hitleriano, sostenuto da un ampio consenso in tutta la società tedesca, costruì questo universo di sofferenze e di morte combinando la volontà di potenza con il pregiudizio razziale.
Anche il termine deportati ha assunto un significato molto forte legato allo stesso contesto e, nel linguaggio degli scritti di memoria, degli studiosi, dei mezzi di informazione più diffusi, significa ormai soltanto: detenuti nei campi di concentramento e sterminio.
Limmagine che sorge davanti agli occhi nel sentire la parola Lager è certamente corrispondente a quella realtà storica; però è importante sottolineare il fatto (non ancora abbastanza noto al grande pubblico) che la Germania hitleriana non realizzò solo quel tipo di Lager, ma molti altri, ben diversi fra loro anche se in un certo senso collegati, e talvolta persino interdipendenti. È questo che si intende con il termine sistema concentrazionario usato oggi dagli storici.
Quindi per chiarezza riserverò dora in poi la parola Lager (con la maiuscola) a significare il campo di concentramento e sterminio, e userò eventualmente quella con la minuscola (lager) per indicare altri tipi di insediamenti in baracche, organizzati dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale, e fra questi anche i campi per lavoratori (Arbeiterlager) dove abitarono Fino e i suoi compagni.
Nel quaderno Fino scrive anche "noi Internati". Ma la prigionia di quelli che Hitler stesso ordinò di denominare Internati Militari Italiani (I.M.I.) non è la stessa vissuta da Fino. Dopo larmistizio dell8 settembre 1943, circa un terzo dellesercito italiano venne disarmato con facilità, a causa della disorganizzazione degli alti comandi e dellefficienza tedesca. Più di 600.000 soldati e ufficiali che non avevano fatto in tempo a fuggire furono catturati: traditi dai loro superiori, disprezzati dai nazisti (gli ex-alleati, poi divenuti i veri padroni dellItalia settentrionale), dimenticati dal governo italiano del Sud, vennero avviati ai campi per prigionieri di guerra, dove soffrirono la fame, il freddo, le malattie, anche se non i tormenti più aspri inflitti ai deportati politici e razziali dei Lager. Potevano scrivere a casa e non dovevano indossare gli abiti a righe, ma conservavano le loro uniformi; proprio lindossare la divisa, e il trovarsi insieme ai commilitoni li incoraggiarono in molti casi a conservare la loro dignità di soldati; e quando i tedeschi offrirono loro di tornare liberi a condizione di arruolarsi nella Wehrmacht o nellesercito di Salò, quasi tutti rifiutarono. Fino alla fine della guerra furono costretti a lavorare molto duramente, impiegati in violazione della Convenzione di Ginevra anche in attività connesse alla produzione bellica. Per gli stenti ne morirono circa 45.000 dietro i reticolati, e altri ancora dopo il ritorno in patria.
Dalla lettura del racconto risulta che i giovani del gruppo di Fino Guiot hanno vissuto una storia diversa: sono stati portati a lavorare in Germania dopo essere stati presi in un rastrellamento nel paese natale; dunque non possono essere chiamati né internati né deportati. La più recente ricerca storica definisce la loro esperienza lavoro coatto o forzato, una forma di sfruttamento lavorativo che coinvolse circa 200.000 italiani negli ultimi venti mesi di guerra (e centinaia di migliaia di prigionieri rastrellati anche negli anni precedenti da altre nazioni) caratterizzata dalla privazione della libertà personale unita allobbligo di fornire lavoro.
Per questi motivi anche nel caso di Fino e dei suoi compagni si può parlare di prigionia, seppure di un tipo particolare, meno severa di quella dei deportati quanto a condizioni di vita e di lavoro, ma per certi versi più dura di quella degli I.M.I. specialmente sul piano psicologico: infatti in primo luogo non è originata da ragioni precise, ma dalla casualità del rastrellamento; inoltre tende a sottrarre ai singoli individui, confusi nel mare dei prigionieri di guerra, la coscienza della propria identità personale e nazionale; infine non concede quella possibilità di riscatto morale attraverso il rifiuto di arruolarsi, che dà invece ai militari italiani la forza di resistere fino alla fine della guerra.
Una prigionia che permette alle sue vittime di uscire dal campo la sera, andare a trovare i compagni nei campi di lavoro vicini, passeggiare per il paese, entrare in osteria o addirittura andare al cinema (questo è un ricordo di Cesare Guigas) potrebbe sembrare una prigionia allacqua di rose, una specie di vacanza obbligata. Ma uscire dal campo solo per fare quattro passi, salire sui treni, come normali passeggeri, soltanto per andare al lavoro, scambiare qualche parola con i contadini (certe sere che si dà una mano a tagliare il fieno, pare di essere a casa) ma con lincubo di finire in campo di punizione, se si è sospettati di tentare la fuga: questo non è in un certo senso peggio di una prigionia magari più rigorosa? È una parvenza di libertà seppur vigilata, che acuisce la nostalgia di casa.
In effetti per molti aspetti le circostanze materiali della prigionia di Fino e dei suoi amici sono più che sopportabili: fanno il viaggio in tradotta, con soste e distribuzione di rancio; usano i vestiti portati da casa (compresi gli indumenti di ricambio), possono scrivere alla famiglia, hanno un modesto salario, cè persino un medico, che li esenta dal lavoro in caso di malattia. A Natale ricevono un pacco-dono ("Un pacco ogni due persone, che conteneva mezzo litro di cognac, 200 grammi di gallette, 50 sigarette, 2 pezzi di sapone e qualche altro oggetto di poco valore" ); con i soldi della paga possono comprarsi ogni tanto una porzione di patate e un boccale di birra allosteria; gli è facile anche entrare in contatto con gli abitanti del posto per procurarsi dei lavoretti extra. Il lavoro è faticoso, però non mancano le soddisfazioni se accade, come càpita a loro, di poter imparare un nuovo mestiere; e la disciplina è dura, ma si può anche trovare un capo abbastanza buono. Negli ultimi mesi di guerra i bombardamenti sono piuttosto frequenti sulla loro zona, che si trova nella Germania meridionale, tra Svevia e Alta Baviera; questo è comunque lunico rischio davvero mortale.
A fronte degli elementi meno negativi dellesperienza di Fino, vanno ricordati quelli fisicamente più duri, tra cui due pene che li avvicinano agli Internati Militari: la fame e la fatica. La prima è un tormento continuo: il regime alimentare è decisamente insufficiente per dei giovani di ventanni costretti ai lavori pesanti; la fame non passa mai, il deperimento è costante, tanto che al ritorno tutti pesano una ventina di chili in meno. Non si pensa ad altro nei momenti di libertà, e si è disposti anche a rubare (violando listinto più profondo del contadino, il rispetto per i frutti della fatica propria e altrui) pur di mettere qualcosa sotto i denti.
Laltra pena è la fatica: si lavora in turni di dodici ore, sia di giorno sia di notte per tutti i giorni della settimana; solo una domenica su due è di riposo; spesso bisogna fare lunghi tratti di strada a piedi per arrivare sul posto. Si viene spostati qua e là nei cantieri della zona a cominciare imprese gigantesche presto interrotte. Certi lavori sono tremendamente pesanti: trasporto di materiali, scavo di fondamenta. Quando arriva linverno i vestiti ormai logori non bastano più a riparare dal freddo, e soprattutto mani e piedi patiscono molto.
Dei diversi tipi di prigionia il lavoro coatto, che fino a poco tempo fa era il meno studiato dagli storici, è probabilmente ancor oggi il meno noto al grande pubblico; forse però molti lettori di Se questo è un uomo ricorderanno la figura di Lorenzo, un muratore italiano (non un deportato) che lavorava ad Auschwitz e fu decisivo per la salvezza di Primo Levi: "mi portò un pezzo di pane e gli avanzi del suo rancio ogni giorno per sei mesi; mi donò una maglia piena di toppe; scrisse per me in Italia una cartolina, e mi fece avere la risposta". Questuomo era senza dubbio uno dei 200.000 italiani impiegati come lavoratori forzati in Germania.
Nelle parole di Primo Levi riconosciamo alcune caratteristiche del lavoro coatto di cui abbiamo già detto: la relativa libertà di movimento, luso degli indumenti personali, la possibilità di scrivere in Italia. Soprattutto esse testimoniano che il mondo della deportazione e quello del lavoro forzato hanno avuto alcuni punti di contatto; la storia di Fino e dei suoi compagni può offrirne una, seppur piccola, conferma.
3. I documenti Il memoriale è contenuto in un quaderno di piccolo formato con la copertina verde. Sulle pagine a quadretti le parole sono tracciate in bella scrittura, quasi in stampatello; i titoli delle varie sezioni (per esempio "Comincia lesilio e la fame e le tribolazioni") sono messi in evidenza con linchiostro rosso; la "E" della prima parola del testo ("Era il 28 marzo 1944") è ingrandita e ripassata con lo stesso colore, e anche la numerazione delle pagine è scritta in rosso. Lattuale stesura è evidentemente il prodotto di un lungo lavoro di rielaborazione, lo si capisce anche da un breve accenno interno al testo: "torniamo al nostro racconto, che oggi a leggerlo dopo tanti anni sembra una fiaba". Nellintervista Fino riferisce che durante la prigionia aveva cercato di appuntare le informazioni più importanti su ogni pezzo di carta che aveva potuto raccogliere: sacchi che avevano contenuto il cemento, foglietti di recupero, e così via; cinque anni dopo, aveva voluto trascrivere in un testo ordinato quei brandelli di annotazioni. Questo spiega la precisione con cui descrive luoghi e tempi, riportando persino le distanze in chilometri fra le città e indicando le ore e i minuti di certi avvenimenti. Ne è nato un racconto completo e coerente, dalla forma espressiva ben curata e talvolta stilisticamente elaborata; vi riecheggiano le letture fatte a scuola ("miei cari lettori") e, anche se certe locuzioni tradiscono gli influssi del dialetto locale e la grafia delle parole più difficili è spesso scorretta, la chiarezza del testo è innegabile: lautore è un uomo |
dallintelligenza viva e aperta, che pur avendo studiato solo fino alla II Avviamento (vale a dire fino ai dodici anni) ha sempre dedicato il tempo libero alla lettura di libri, riviste, enciclopedie.
Domina la narrazione un tono drammatico, che si attenua solo nelle parti dedicate al ritorno; specialmente le pagine iniziali (il rastrellamento, ladunata dei giovani per il controllo dei documenti, lattesa di una decisione sulla propria sorte e larrivo al primo lager) insistono sugli aspetti più negativi della situazione ("un Maresciallo delle SS ci squadrò dalla testa ai piedi e con un ghigno beffardo ci prese i documenti","i tedeschi, i quali avevano per noi Italiani nessun ritegno, ci trattavano come maiali" ,"anche i proprietari delle cascine erano cattivi e senza cuore") e contrappongono nettamente i cattivi agli innocenti ("noi poveri disgraziati", "i tedeschi e i fascistoni"). Col passare dei mesi, mentre i prigionieri si adattano alla vita del campo nonostante i frequenti spostamenti, il quadro si fa più mosso: Fino riconosce che gli abitanti dei paesi (specialmente le ragazze) sono quasi sempre gentili con gli italiani, e persino tra i sorveglianti non manca qualche brava persona. Anche il lavoro che si svolge "in una segheria, abbastanza un bel lavoro e pulito" diventa più sopportabile; poco dopo Fino aggiunge: "il nuovo lavoro non ci dispiaceva, perché era piuttosto ambulante, e il tempo passava abbastanza".
Il linguaggio delle lettere scritte in prigionia (ne ho raccolte quattordici da Cesare Guigas e Palmiro Bert) è molto meno pessimista; in apertura cè sempre una formula quasi rituale, di sapore vagamente scolastico: "Carissimi, eccomi nuovamente a voi per farvi sapere mie notizie, le quali sono sempre ottime, e così spero sia di voi" seguita da rassicurazioni sulla salute buona e sul lavoro che è sempre "allordinario, non abbiamo da lamentarci". Cesare Guigas spesso ripete: "Quanto a me, come già vi dissi su altre mie lettere, non avete da fastidiarvi, perché per i tempi che corrono sono molto bene", ed evita di lamentarsi per la lontananza (forse anche per timore della censura che controlla tutta la corrispondenza), ma la nostalgia traspare comunque da certe allusioni molto frequenti: "speriamo di presto rivederci in tempi migliori", "per il prossimo anno speriamo che i tempi cambino, e poterlo così trascorrere al nostro caro paese, al quale attendo con ansia di ritornare", "poi oramai siamo al mese di febbraio, per questinverno non mi fa più pena, e per il prossimo speriamo che i tempi cambino e poterlo trascorrere in altri luoghi", "prego Iddio che niente abbia da succedervi e così un giorno che speriamo non lontano potervi riabbracciare tutti in buona salute".
Possiamo immaginare quanto pesasse la lontananza specialmente leggendo i passi in cui Guigas ricostruisce con la fantasia il paesaggio e i lavori ben noti: "mi fa piacere sapere che siete molto avanzati nei lavori di campagna" e "penso che in questo momento avrete del gran lavoro per raccogliere il fieno" scrive nel luglio 44. Poi in ottobre: "spero che in questo momento anche voi abbiate finito i lavori della campagna"; e nei mesi freddi: "certamente al paese già sarete in pieno inverno", e con un tocco di poesia: "certamente al paese sarà ancora tuttora bianco, ma spero che il freddo che mi accennate sullultima vostra lettera sia anche quello finito".
In tre lettere si osserva lo stesso curioso dettaglio: le prime righe del testo (data, intestazione e frase di apertura) sono scritte in un inchiostro nettamente più sbiadito del resto. Si direbbe che Guigas in questi casi abbia preparato con qualche giorno di anticipo linizio di una lettera-tipo, per continuarla sul tono giusto secondo le notizie che sarebbero arrivate da casa; è un particolare commovente, che fa intuire, forse più di altri, con quanta ansia i prigionieri aspettassero le lettere dal paese lontano.
È certo che in quei dodici mesi di prigionia Cesare Guigas non spedì soltanto le dodici lettere conservate in casa sua; a quel tempo lui stesso si preoccupava di tenere il conto delle date in cui riceveva o spediva la posta, e specialmente negli ultimi mesi di guerra si lamentava con i familiari degli inevitabili ritardi e disguidi, ma sempre con accenni abbastanza velati per paura della censura: "Mi dispiace che non riceviate più sovente mie notizie, io scrivo molto sovente cartoline e lettere, e tutto questo ritardo non può attribuirsi ad altro che al difficile funzionamento del servizio postale".
Comunque questo gruppo di lettere è un prezioso aiuto per ricostruire, a confronto con molti passi del memoriale, un quadro attendibile della vita quotidiana nel lager.
Le due fonti sono sostanzialmente concordi nel descrivere le forme e gli orari dei lavori e gli spostamenti in diversi cantieri; per motivi facilmente intuibili, le lettere evitano di parlare dei rapporti con la popolazione, che invece sono ampiamente illustrati nel quaderno; e mentre Guigas riferisce spesso di lettere fra compaesani che si trovano in Germania e dei contatti con i parenti e gli amici al paese, Fino non parla quasi mai della posta, lunica allusione è del dicembre 1944: "i nostri cari lontani, senza avere quasi sue notizie, perché da un po di tempo causa i bombardamenti il servizio postale non era quasi più in condizioni di funzionare".
In nessuna lettera troviamo unesplicita descrizione del campo o delle baracche, comè invece nel testo di Fino. Guigas non usa neppure la parola lager ma la scrive a chiare lettere nel suo recapito e si limita a parlare genericamente del "posto dove stiamo adesso" e della "nostra stanza"; preferisce soffermarsi sulle condizioni atmosferiche, rassicurare la famiglia che non patisce il freddo e che i vestiti portati da casa lo riparano a sufficienza. Parla sempre molto a lungo dei suoi compagni di lavoro e anche di quelli che sono stati trasferiti, manda saluti e riferisce messaggi a nome di altri, insomma è una miniera di notizie personali.
Fra i documenti epistolari, colpisce per intensità la cartolina postale scritta collettivamente in una domenica dellagosto 1944 da tre compaesani che, lavorando in posti diversi e poco lontani, si sono ritrovati per trascorrere insieme il giorno di riposo a Buchloe
1.È una lettera breve e apparentemente allegra, si direbbe quasi spedita da una gita; se ci si ferma a una lettura superficiale, si notano solo le rassicurazioni di maniera (morale altissimo, salute ottima), ma in realtà, a leggere fra le righe, come sicuramente facevano i parenti al paese, balza allocchio il messaggio più struggente: "da voi ho nessune nuove da un mese e mezzo non ho più ricevuto aspetto tutti i giorni", subito corretto da un convenzionale "state allegri". Le firme sono di Palmiro Bert (che indirizza la cartolina ai genitori e alla sorella) e di Guido Berton, due intervistati; il terzo, Guiot Delfino, non è un parente di Serafino.
4. Quattro storie parallele
Nella giovinezza dei quattro testimoni fino al rastrellamento tedesco del marzo 44, solo la guerra provoca i pochi eventi di rilievo; per il resto le loro esistenze, in una valle appartata comera allora la Val Chisone, scorrono su binari di assoluta normalità.
Ancora negli anni Trenta i montanari di questa zona vivevano di allevamento del bestiame, di una modesta agricoltura e del lavoro nelle due miniere, la bianca (estrazione di talco) e la nera (grafite). In bassa valle erano stati costruiti lungo il Chisone alcuni stabilimenti tessili (seta e cotone). Il clima generale era di povertà dignitosa, lavoro duro e solidarietà. Molti, con lappoggio di parenti o amici che avevano fatto fortuna, emigravano nella vicinissima Francia: le donne trovavano lavoro come balie e cameriere, gli uomini si impiegavano nei grandi alberghi della Costa Azzurra. Spesso i maschi andati via da giovanissimi non tornavano al paese neppure per la visita di leva; per esempio, alla chiamata del 1940, che è la leva di Fino e di Cesare Guigas, ben due su sei giovani convocati vennero dichiarati renitenti perché erano rimasti a lavorare a Lione.
Fra il 1938 e il 1943 il movimento migratorio non solo dal Piemonte, ma da tutte le regioni dItalia colpite dalla disoccupazione cambiò direzione volgendosi verso la Germania: la nazione alleata aveva estremo bisogno di manodopera, dapprima per lagricoltura e ledilizia, ma dopo poco tempo soprattutto nel settore dellindustria degli armamenti. In quei cinque anni circa mezzo milione di italiani, fra uomini e donne, affluirono in Germania come lavoratori liberi, arruolati con un regolare contratto stagionale o annuale.
Nessuno dei nostri quattro testimoni fa questa esperienza prima di andare soldato; anzi dal 10 giugno 1940, data dellentrata in guerra dellItalia, il governo stabilisce che i maschi nati fra il 1910 e il 1924 vengano esclusi dallarruolamento per il lavoro in Germania, perché ancora soggetti agli obblighi di leva.
I quattro sono nati tra il 1918 e il 1921. Il primo a fare il soldato è Guido Berton, che parte nel 1938 e presta servizio per quattro anni di fila negli Alpini, finendo a combattere sul fronte russo; fa parte di un battaglione di sciatori che si guadagna il soprannome di Diavoli Bianchi. Berton è protagonista di un gesto eroico: durante uno scontro ripara col suo corpo un ufficiale, e riporta ferite gravissime, tanto che i medici disperano di salvarlo. Invece se la cava e negli ultimi giorni del 1942 torna in congedo alle Granges col fisico molto provato e una medaglia al valor militare. Sarà rastrellato con Fino quindici mesi dopo.
Il secondo a partire soldato è Palmiro Bert, che partecipa alla campagna di guerra in Montenegro dal 1941 al 1943; quando si ammala di pleurite, viene mandato anche lui in congedo al paese. È il febbraio 1943, manca un anno al rastrellamento.
Serafino Guiot passa la visita di leva tre mesi prima che lItalia entri in guerra; viene destinato a Lanslebourg, nella Francia occupata dalle armate italiane e tedesche, poi è spostato a Pinerolo; anche lui si ammala di pleurite e viene congedato per motivi di salute nel novembre del 1941; passerà più di due anni a casa, guarirà e darà una mano nei lavori dei campi, prima del rastrellamento.
Alla visita, i medici militari per due anni di seguito dichiarano Cesare Guigas rivedibile per deperimento organico; nel 1942 è trovato abile, e inquadrato nella Guardia alla Frontiera; ha la fortuna di venir destinato a Cesana, a pochi chilometri dal suo paese. Quando il Maresciallo dItalia Badoglio tratta larmistizio con gli anglo-americani, lui riesce a scappare a casa, e il segretario comunale di Susa gli prepara un falso documento di congedo dalle armi. Passa sei mesi tranquillo, poi viene preso.
5. Il rastrellamento del marzo 44 e la prigionia
Nellautunno del 43, immediatamente dopo larmistizio, il locale comando tedesco aveva effettuato le prime incursioni in valle, e per tutto linverno si erano susseguiti gli scontri e le violenze: nei paesi controllati dai nazi-fascisti la popolazione viveva sotto lincubo delle rappresaglie, che potevano andare dalla requisizione del bestiame allincendio delle case, arrivando fino alla fucilazione in caso di attacchi partigiani. Il podestà di ogni centro era obbligato a designare dieci civili alla settimana come ostaggi a disposizione dei tedeschi; lelenco dei loro nomi doveva venire affisso alla porta della chiesa.
Intanto il movimento partigiano locale (in particolare un gruppo di Autonomi al comando di Maggiorino Marcellin detto Bluter, campione di sci e sergente degli alpini) era riuscito a prendere il controllo dellalta Valle Chisone tra Perosa Argentina e il Sestriere, anche grazie alla configurazione della zona, scandita da strettoie facili da sorvegliare e collegata da valichi con le contigue valli francesi.
I nazi-fascisti, che inizialmente si erano limitati a brevi incursioni nellalta valle, sul finire dellinverno decisero azioni più energiche: alla metà del febbraio 44 arrestarono don Bernardino Trombotto, parroco di Sestriere Borgata, e Rosa Marcellin, sorella del comandante partigiano. In marzo diedero inizio a rastrellamenti metodici, impiegando un gran numero di soldati e di mezzi, e insistendo con azioni prolungate per più giorni; stabilirono un presidio fisso a Perosa, alla confluenza della Val Chisone con la più piccola Valle Germanasca, bloccando così il passo ai partigiani.
Il 10 marzo il gruppo di Bluter (forte ormai di più di cento uomini) attaccò con successo il contingente tedesco che occupava la fabbrica RIV di Villar Perosa, e riuscì a sabotare i macchinari; gli scontri si susseguirono fino al 23 marzo. Il giornale clandestino locale "Il Partigiano alpino" così riferiva i fatti: "Anche la Val Pellice è stata teatro nellultima decade di marzo di operazioni di rastrellamento condotte dalle SS con la solita schiacciante superiorità di numero e di mezzi e con i consueti metodi criminali. Le nostre formazioni opponevano unaccanita resistenza arrestando il nemico per tutta la giornata del 23 a valle di Villar Perosa e causandogli una quindicina di morti e un tal numero di feriti da rendere necessaria la requisizione delle scuole di Luserna per ricoverarli."
Appunto nellultima settimana di marzo i tedeschi e i fascisti stanziati nelle tre valli (la Val Pellice, la vicina Val Germanasca e la Val Chisone) organizzarono un imponente rastrellamento contro i ribelli e i renitenti alle armi; il paese di Luserna in Val Pellice fu il centro di raccolta per i prigionieri. Nel corso di queste operazioni furono catturati personaggi notissimi della Resistenza piemontese: Emanuele Artom, che individuato come ebreo e commissario politico delle formazioni Giustizia e Libertà fu torturato a morte; Jacopo Lombardini, altro commissario politico in Val Pellice, che fu deportato a Mauthausen dove morì il 25 aprile 1945; Sergio Coalova, anche lui finito a Mauthausen ma poi sopravvissuto; Francis Rostan e Silvio Rivoir, che fu mandato in campo di lavoro.
Questo rastrellamento è sicuramente lo stesso che apre il memoriale di Fino; lo confermano sia la data (28 marzo) sia i luoghi citati (le scuole di Luserna); e sono molto probabilmente proprio questi i partigiani di cui scrive Guiot quando racconta del trasferimento a Torino: "ci precedeva un camion di prigionieri partigiani catturati sulle montagne durante un rastrellamento"; il loro mezzo si diresse alle carceri, mentre lautobus su cui viaggiavano i civili andò alle Casermette di Borgo San Paolo, "campo di concentramento provvisorio fatto dai tedeschi per poter in seguito completare i convogli per la Germania".
A metà dellaprile 44 dalle Casermette di Torino ottocento prigionieri partirono per il lavoro coatto in Germania. Nei mesi successivi il gruppo di Fino venne spostato più volte in diversi campi di lavoro nella zona di Augsburg, Baviera. Un anno dopo, il 25 aprile 1945, prima ancora dellarrivo nel campo degli anglo-americani, Fino e un gruppetto di compagni lasciarono il lager, non più vigilato dai tedeschi, e cominciarono il ritorno a casa a piedi. Il 9 maggio Fino arrivò al paese.
6. Quello che resta
Sono passati cinquantanni dalla fine della seconda guerra mondiale, e i testimoni diretti, i sopravvissuti allo sterminio nazista stanno poco alla volta scomparendo. In certi casi gli ex-deportati riescono a trasmettere quel bagaglio di ricordi personali, spesso pesanti e dolorosi, a chi è loro vicino. Molta parte di quanto si sa oggi sui Lager ci è giunta dalle voci dei testimoni, e in questo modo ha preso forma, in larghi strati della società, quella che potremmo chiamare una memoria diffusa della tragedia dei campi di concentramento.
Mi accade spesso di trascorrere in Germania parte delle mie vacanze, e un pensiero talvolta mi attraversa la mente nellincrociare un anziano. Non posso fare a meno di chiedermi: dovera, che cosa faceva durante la guerra? che cosa ha visto? che cosa ha pensato? che cosa racconta ai suoi nipoti? Evidentemente ha anche lui (o lei) un suo passato, ma immagino che non ne parli volentieri. Comunque è confortante vedere che il ricordo dei campi di concentramento è considerato oggi da molti tedeschi con venerazione e rispetto; alcuni di questi luoghi, trasformati in monumenti alla sofferenza umana, sono onorati dalla pietà di migliaia di pellegrini da ogni parte del mondo.
Della storia dei lavoratori coatti invece non si trovano più tracce in terra tedesca: i lager di baracche sono stati demoliti da tempo, i cantieri dove essi faticavano sono stati smantellati; dove si era lasciata a metà la costruzione dei grandi bunker di cemento, ora sorgono nuovi quartieri di villette a schiera, e persino le enormi gallerie scavate nella collina di Überlingen, venuta meno la loro antica funzione, sono utilizzate come rimesse per i battelli del lago vicino.
Anche se le tracce materiali del lavoro coatto sono scomparse, esiste ancora una trama di rapporti umani che raccorda il nostro tempo con quel periodo. Credo che molte famiglie italiane (specialmente del settentrione) abbiano avuto un parente o un vicino di casa che durante lultima guerra "è stato in Germania"; così si è soliti dire, e lespressione, quanto mai pregnante, viene compresa senza che sia necessario aggiungervi altro. Probabilmente in Italia non cè uomo o donna, fra i settantenni di oggi, che non saprebbe citare il caso della deportazione o dellinternamento di qualcuno che ha conosciuto bene.
È pur vero che il lavoro dei coatti di Hitler (come si sarebbe potuto intitolare questo libro) fu unesperienza abbastanza ristretta, se calcoliamo solo i 200.000 italiani coinvolti, senza tener conto dei milioni di rastrellati da altri paesi occupati dalle truppe naziste; non fu tragica come quella del Lager, ma più comune e quotidiana, più anonima e quasi banale. È ugualmente vero che dentro il mondo del lavoro forzato la storia di Serafino Guiot e dei suoi compagni fu appena un frammento.
Ma una storia semplice come questa, che oggi riaffiora da un passato ancora vicino, può avere qualche valore: può ricordarci ancora e di nuovo che la tragedia dello sterminio non toccò soltanto una porzione di umanità, fatta dalle vittime, che più hanno sofferto, e dai carnefici, che più hanno infierito; la banalità del male si insinuò in ogni angolo della vita quotidiana, anche fra i civili, anche nei paesi annidati fra le montagne più appartate; può mostrarci che i coatti, al pari degli altri prigionieri di guerra, furono delle autentiche vittime del sistema di dominio e di sfruttamento esercitato sullEuropa dal regime nazista, benché le loro sofferenze non possano essere paragonate a quelle dei deportati. Essi vennero spinti fin sulla soglia del sistema concentrazionario, un mondo molto articolato, nel quale coesistevano diversi tipi di campi: quelli di annientamento, di concentramento, ma anche quelli di rieducazione, di punizione, di transito, di raccolta e infine, alla base della scala, i campi di lavoro.
La funzione principale dei milioni di lavoratori rastrellati nei paesi occupati fu di contribuire alleconomia del Reich, specialmente nel settore dellindustria bellica. Secondariamente, come abbiamo visto nel caso dei forzati provenienti dalla Val Chisone, fu di costruire le attrezzature indispensabili (le baracche e il loro sommario arredamento interno) ai tanti lager dove furono rinchiusi dal regime nazista milioni di prigionieri.
Il loro particolare destino di vittime (perseguitate in forma che non fu, fortunatamente, troppo grave) li rese anche testimoni, poiché assistettero da vicino a quanto accadeva ai deportati nei Lager e ne riportarono la notizia a casa. I loro personali ricordi sono un ulteriore tassello nella costruzione della memoria collettiva delloffesa, perché aiutano anche chi non ha visto a capire e a tener vivo il monito che nasce da quelloffesa.
Marisa Visintin
N.B. Nel diario di Fino, i nomi delle località della Val Chisone citati erano italianizzati, secondo luso imposto in epoca fascista. Sono stati modificati secondo la grafia corrente:
Grand Puy (Gran Puì), Pourrieres (Pouriere), Bourcet (Bourset), Souchères Basses (Soucheres Basses).
I nomi delle località tedesche sono stati riportati nella grafia corretta.
Parole tedesche citate:
lager = campo
Arbeit = lavoro
O.T. = Organisation Todt
los = via!, presto!
Lagerführer = capo-campo
Gasthaus = trattoria
Zimmerei = carpenteria
Bäckerei = panetteria
Einheit = unità, squadra
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"Io dico che dovremmo pensare un po di più a quelli di noi che son finiti in Germania. Ne hai mai sentito parlare una volta che è una? Mai uno che si ricordi di loro. Invece dovremmo, dico io, tenerli un po più presenti. Dovremmo schiacciare un po di più lacceleratore anche per loro. Ti pare? Si deve stare tremendamente male dietro un reticolato, si deve fare una fame caina, e cè da perdere la ragione. Anche un solo giorno può essere importante per loro, può essere decisivo. Se la facciamo durare un solo giorno di meno, qualcuno può non morire, qualcun altro può non finir pazzo. Bisogna farli tornare al più presto. E poi ci racconteremo tutto, noi e loro, e sarà già triste per loro poter raccontare solo di passività, e dover stare a sentire noi con la bocca piena di attività."
(Beppe Fenoglio, Una questione privata)
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della mia prigionia Germania 28 - 3 - 1944 / 9 - 5 - 1945 |
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Era il 28 marzo 1944, già da parecchi giorni la popolazione era in agitazione per le continue incursioni tedesche, che tra i mitragliamenti e i soprusi che effettuavano nella zona incutevano paura ovunque. Proprio quella mattina del 28 pervenne ad ogni borgata un avviso, dellarrivo di diversi nuclei di tedeschi che avendo causato lo sbandamento dei partigiani setacciavano le borgate in cerca di civili da reclutare nelle sue file.
In un batter docchio lasciammo labitato, specialmente i più giovani, portandoci negli abeti vicini per poter spiare con il binocolo il movimento dei tedeschi che salivano lungo la nazionale con le autoblinde. Verso le quattordici, credendo ormai tranquille le borgate disseminate lungo il pendio della valle del Chisone, tornammo alle nostre case.
Era appena mezzora del nostro rientro che arriva un messaggio tedesco (ossia un bando) che così diceva: tutti i giovani dalla classe 1925 alla classe 1914 compresa dovevano presentarsi al capoluogo del Comune muniti di tutti i loro documenti didentità, per la revisione di essi.
In caso contrario le borgate avrebbero avuto la peggio forse con lincendio e la razzia del bestiame gettando così nella più ancor nera miseria specialmente vecchi e bambini. Fu così che la forza ci obbligò a lasciare con infinita tristezza il nostro paesetto montano, tra il pianto e labbraccio dei famigliari, laddio dei parenti, amici, perché il nostro intuito ci diceva che non saremmo per il momento più tornati, ben conoscendo la crudeltà dei tedeschi, e infatti così fu anche per tanti altri dei paesetti vicini e lungo la valle del Chisone che si estende per ben quaranta chilometri.
Arrivati a Pragelato (Capoluogo) i tedeschi ci chiusero in una sala delle scuole comunali.
Un Maresciallo delle S.S. ci squadrò dalla testa ai piedi e con un ghigno beffardo ci prese i documenti e in presenza dellallora Podestà, fece finta di esaminarli, tanto per proforma. Arrivata così la notte, scortati da un gruppo di tedeschi armati ci fecero salire sopra un camion e, severamente accompagnati dalle armi, il camion lasciava Pragelato per destinazione ignota.
Quale era la nostra sorte? Nessuno di noi lo sapeva.
Gli ultimi addii ai pochi parenti rimasti, alla nostra bella valle alpina, alle nostre care montagne.
A tutti noi ci balenò nella mente. Chissà quando ritorneremo se ancora potremo?
Solo del Comune di Pragelato eravamo in ventidue.
Le venti erano suonate e il triste carico si allontanava abbastanza veloce nelloscurità.
Da Pragelato a Pinerolo, prima tappa, attraversammo almeno quindici posti di blocco tedeschi, viaggiavamo però sempre con la speranza di essere attaccati da qualche pattuglia partigiana, avendo così la misera speranza di poter evadere e darsi alla macchia, ma invano.
Attraversammo piana Regina Margherita imboccando via Saluzzo per Torre Pellice. Suonavano le ventidue, percorremmo quella valle ancora per un bel po di tempo e arrivammo a Luserna S. Giovanni verso le ventitré e trenta, ci fermarono anche lì davanti alle Scuole Comunali. Ci fecero scendere allineandoci nel corridoio di queste.
Una squadra di fascistoni spiavano il nostro arrivo e subito si fecero avanti per schernirci e perfino per maltrattarci, come se noi fossimo stati i più grandi malfattori del mondo.
Siamo rimasti così nel corridoio sullattenti per circa mezzora, indi ci portarono in una stanza del primo piano ove trovammo già degli altri disgraziati al par nostro che furono anchessi tratti come noi con linganno dei documenti.
In quella stanza che serviva da camerata era disseminato sul pavimento un po di paglia già tutta maciullata da quelli che ci hanno preceduti, cercammo di distenderci alla meglio se non per dormire almeno per riposare le nostre membra assai provate per quella prima giornata di prigionia.
Passammo così la prima notte in preda ad ansie terribili per la terribile sorte che ci attendeva. Il giorno seguente, niente colazione, a malapena ci portarono un po di rancio a mezzogiorno. Verso le due pomeridiane ci fecero scendere inquadrandoci nel piazzale delle Scuole. Arrivò un autobus, ci spinsero dentro come se fossimo bestie e dopo aver confabulato in lingua tedesca fra di loro per dieci minuti sale una guardia armata di cinque o sei tedeschi e si riparte unaltra volta per destinazione ignota.
Ci precedeva un camion di prigionieri partigiani catturati sulle montagne durante un rastrellamento, noi li seguivamo a breve distanza.
Arrivammo nuovamente a Pinerolo ma vana illusione è stata la nostra, quella di tornare a casa, fu invece direzione Torino.
Arrivati nella città di Torino il camion che ci precedeva si diresse alle carceri, il nostro invece cambia direzione e va alle Casermette Borgo S. Paolo campo di concentramento provvisorio, fatto dai tedeschi, per poter in seguito completare i convogli per la Germania.
In questo campo provvisorio ne trovammo già un grande numero di poveretti come noi e ne arrivarono ancora tanti altri nei giorni che seguirono. Finiti i vari rastrellamenti nelle valli alpine, il numero dei prigionieri arrivò circa a ottocento. Qual era la nostra sorte?
Il rancio giornaliero dato una volta al giorno era scarsissimo. Consisteva in quattro fagiuoli cotti nellacqua e una piccola razione di pane nero quasi immangiabile. I giorni passavano lentamente senza avere la minima idea del nostro domani che ci attendeva.
Parecchi hanno avuto la fortuna di poter avere in qualche modo lesonero dalla ditta in cui lavoravano, gli altri poveri disgraziati al mio pari, che in quel momento non erano assunti da alcuna ditta essendo al servizio militare hanno avuto la triste sorte che ora vi racconterò
2.Passammo pure in quei primi giorni la Pasqua in quel dannato campo, giornata ancora più triste delle altre, eppure bisognava pazientare e sopportare in pazienza.
Il 15 aprile e precisamente verso le otto del mattino, ecco arrivare come al solito la famosa macchina nera dove la gerarchia tedesca veniva a trovarci ogni mattina per mandarne qualcuno a casa con lesonero.
Ma! Ahime quella mattina era arrivato lesonero per tutti quelli che rimanevano al campo.
Era la spedizione totale per la Germania.
Ecco cosa ci aveva riservato il destino in quei venti giorni di trepidanti ansie.
Ci è stata passata una sommaria visita medica, ma pressoché tutti furono idonei per la Germania. Quattro dattilografe ci preparavano i documenti necessari, i quali consistevano in foglio di viaggio e foglio di ammissione al lavoro con sopra la qualifica che ognuno aveva manifestato, era il 13 aprile 1944
3.Ben presto lo seppero le nostre famiglie, che allora si prodigarono per farci avere un po di roba specialmente vestiario, che ci fu di grande conforto per linverno rigido che passammo in Germania.
Quante lacrime si versarono da ambo le parti in questi ultimi giorni prima della partenza, genitori ai suoi figli, spose ai loro mariti, sorelle ai loro fratelli, fidanzate ai fidanzati, e perfino figli ai loro padri. Abbondanti lacrime si versarono allentrata di quel maledetto campo di concentramento.
Il 19 aprile verso le 10 del mattino fecero ladunata nel cortile, versammo la nostra coperta che ci servì di riparo per la notte durante i primi venti giorni.
Fecero lappello, poi arrivata unautocolonna di camion, ci fecero salire, ammassandoci come bestie, erano ben 20 autocarri ognuno scortato da quattro carabinieri diretti a Portanuova.
Nuovamente scesi passammo uno ad uno in mezzo a due file di tedeschi armati salimmo sulla tradotta pure questa circondata dai tedeschi.
La stazione era gremita di gente per dare lultimo addio e saluto a noi poveri disgraziati che andavamo incontro ad un triste destino, e forse fatale perché poteva procurare a tanti di noi la morte in terra straniera, e come fu purtroppo per tanti.
Nessuno però di questi civili poté avvicinarsi alla tradotta.
Ancora lacrime, e imprecazioni contro i malvagi tedeschi.
Alluna del pomeriggio il treno partiva, ancora lultimo saluto alla nostra bella Torino.
Viaggiammo parte del pomeriggio, verso le cinque arrivammo a Milano, scendemmo sempre sotto scorta portandoci nei sotterranei della stazione, ci distribuirono un po di rancio. Alle sei ripartimmo viaggiando tutta la notte, allalba il treno si fermò. Ognuno si domandava: dove saremo? Al Brennero ci dissero i carabinieri che erano di guardia ai vagoni.
Rimanemmo in sosta circa mezzora poi piano piano la tradotta col suo triste carico ripartiva varcando il confine, iniziando la discesa che ci avrebbe portato a Innsbruck , eravamo così in terra tedesca, ogni speranza di evasione era ormai finita.
La discesa era ad una pendenza forte; attraversammo diverse gallerie, scendendo sempre più a valle fino alla prima cittadina già prima nominata.
Proseguimmo sempre nel fondo valle costeggiando il fiume Inn, immettendoci poi nella pianura. La prossima fermata fu Wörgl. Erano le undici del venti aprile, dallultimo rancio di Milano non avevamo più mangiato, ci venne distribuito un po di rancio il quale consisteva in crusca in acqua calda un pezzetto di pane nero un pezzo di salame fatto di tante qualità di erbe tritate assieme, esclusa però la carne, tutto ciò ci servì come pranzo.
Ripartimmo verso le dodici e viaggiammo per il resto della giornata, attraversando gran parte della Baviera, passammo nella città di Monaco e ad Augsburg (in italiano Augusta), a circa quaranta chilometri oltre la città, il treno si fermava unaltra volta, erano ormai ventiquattro ore che viaggiavamo eravamo tutti stanchi e sfiniti. Era una piccola stazione di campagna lungo il ciglio della ferrovia era una superba fila di pini che ombreggiava fino alla stazione a cinquecento metri era il paese, che portava il nome sia luno che laltro Oberottmarshausen. Un nome che resterà impresso nella mia mente anche se campassi cento anni.
Comincia lesilio e la fame e le tribolazioni.
Disceso che fui dal treno assieme a circa duecento italiani, severamente scortati per tutto il tragitto da ben trenta carabinieri comandati da un maresciallo della S.S. tedesca. I primi armati di moschetto laltro di un potente mitra, arrivammo al lager (ossia campo concentramento).
Questo campo tutto circondato da folte pinete che distava circa a tre chilometri dal paesetto prima indicato, era costituito non da case in muratura, ma da baracche in legno, ogni baracca divisa da quattro camerate da venti persone caduna.
Per fortuna noi tredici pragelatesi potemmo trovarci assieme allarrivo e alloggiare nella stessa camerata. Alloggiati che fummo ci consegnarono ad ognuno una coperta che serviva anche da lenzuolo con una branda ed un meschino pagliericcio. Mezzora dopo ci portarono una mezza scodella di brodaglia che servì da cena, e stanchi e sfiniti andammo a riposarci, cercando di poter dormire ma credo che ben pochi avranno dormito.
Sebbene la primavera fosse già avanzata in questo paese non si era ancora fatta sentire, cosicché la temperatura era ancora abbastanza fredda.
Ve lo potete immaginare cari lettori dormire con una sola coperta: cera da starsene allegri; sarà stato per farci labitudine del clima oppure per farci soffrire fin dalla prima sera col freddo?
La mattina seguente sveglia alle sette, come colazione caffè amaro o meglio acqua sporca, questa fu la colazione di tutte le altre mattine che seguirono.
Questa prima mezza giornata fu di riposo.
Uscimmo così dai nostri palazzi e demmo uno sguardo attorno per vedere un po il paesaggio perché la sera dellarrivo era già scuro.
Eravamo completamente in pianura però da quanto potei constatare era terreno poco fertile e molto ghiaioso. La sua coltura era in parte di patate, rape, orzo da birra e grandi praterie, pochissimo grano e come già vi dissi prima da folte e numerose pinete.
Le piante da frutta non si vedevano in questa regione. Eravamo a circa venti chilometri da Augsburg. Al pomeriggio si cominciò il lavoro, il lavoro consisteva nel costruire una fabbrica, ove avrebbe poi servito per il montaggio di aerei di ogni tipo. La fabbrica aveva una lunghezza di trecento metri circa unaltezza al centro interno di settanta metri, la struttura era semicircolare tutta in cemento armato con una base di fondamenta dello spessore di trenta metri, finendo al tetto con uno spessore di due metri; a fabbrica ultimata fu ricoperta da un certo spessore di terra, ove in seguito vennero piantati dei pini, di modo che vedendo dallalto sembrava una piccola collina; tutto questo per mascherare in caso di bombardamento aereo
4.Lasciamo stare i particolari, e torniamo al nostro racconto, che oggi a leggerlo dopo tanti anni sembra una fiaba.
Si cominciarono così a sentire le prime parole in tedesco. Arbeit, los. Erano queste le due parole che sentimmo per prime e assai sovente. Questa prima era "lavorare" laltra era "presto", con lassistenza dei capi tedeschi che comandavano le squadre, essendo il lavoro continuato 24 su 24. Sovente i capi squadra erano in possesso di un frustino, che a riceverlo sulla schiena mica era tanto piacevole.
Il vitto era molto scarso, il primo mese di lavoro fu durissimo perché non eravamo abituati a questa vitaccia da cani, tanti miei amici si presero qualche frustata io per fortuna arrivai ad evitarle. Le cucine erano formate pure da uomini tedeschi, i quali avevano per noi Italiani nessun ritegno ci trattavano come maiali.
Qualche cascina era sparsa nelle vicinanze del lager. Anche i proprietari delle cascine erano cattivi e senza cuore.
Soltanto una famiglia una sera mi accolse discretamente e dopo avermi a lungo interrogato mi diede pagando un po di roba da potermi levare di dosso un po di quella fame nera che tutti avevamo; con questa occasione potemmo acquistare ogni tanto patate, latte e qualche uovo.
Tutta questa roba che ogni tanto arrivava sembrava veramente un dono di Dio, perché aggiunto alla misera razione giornaliera ci permetteva di vivacchiare alla meglio questa triste vita da Internato.
Soltanto una domenica ogni quindici giorni ci lasciavano in riposo, allora ognuno andava al fiume che passava vicino al campo, di nome Lech e lavava la propria roba, cercando così di fare in modo se possibile evitare linvasione dei pidocchi.
Passato il primo mese di lavoro arriva un mattino lordine di sospendere il lavoro, vennero messi da parte un centinaio di operai e fu dato lordine di prepararsi per partire.
Seconda tappa.
Ripartimmo il 19 maggio 1944. Fatti altri 250 chilometri di treno, ci fecero scendere in una piccola stazione di nome Essendorf. Questa nuova stazione sembrava alquanto più simpatica e civile della prima.
Il paesetto ove ci condussero era anche questo a circa due chilometri dalla stazione, il suo nome era Ingoldingen. Bel paesetto a prima vista, erano disseminati intorno parecchi alberi fruttiferi specie meli e peri dato il clima molto più caldo di dove eravamo prima; era situato alquanto in collina e distava appena una sessantina di chilometri dal confine Svizzero.
Arrivati in paese la gente ci guardava, non con disprezzo come al paese del nostro arrivo ma con aria dolce e compassionevole. Ci alloggiarono provvisoriamente in una grangia di un contadino dato che ancora non esisteva il lager.
Questo paesetto aveva due piccole trattorie che in tedesco si dice Gasthaus. Erano pure abitate da persone assai gentili, si trovava però soltanto birra. Cerano pure due o tre commestibili che avevano però pochissima merce. Una panetteria, in tedesco Bäckerei.
Il lavoro nuovo da fare era a Schussenried , una stazione dopo Essendorf. Distava dal paesetto dove eravamo alloggiati circa 15 chilometri di strada campestre, la si faceva ogni mattina a mezzo camion.
Ogni giorno si scaricava dai carri merci pezzi di baracche, brande, tavole, ecc. per la costruzione del nuovo lager. Il nuovo lavoro che era molto meno faticoso del primo, essendo in pochi il vitto era più o meno sufficiente.
Dopo alcuni giorni facemmo conoscenza con i contadini del paese, e andavamo così a finire le nostre serate ad aiutare qualche famiglia per cattivarci la sua simpatia, e guadagnarci sempre qualcosa da mettere sotto i denti. Senza dimenticare però, che erano cristiani ferventi ed avevano appunto una bellissima chiesetta; perfino il parroco parlava discretamente litaliano. Assistemmo così sovente alla S. Messa.
In quel frattempo passammo le feste di Pentecoste e Corpus-Domine.
Eravamo ormai abituati al nuovo posto di lavoro e non ci lamentavamo. Ma ahimè il proverbio dice: il bel gioco dura poco. Infatti un mattino arrivò lordine di sospendere la fabbricazione del lager, perché la nuova fabbrica che doveva sorgere nei paraggi venne sospesa. Una prima squadra ripartì subito. Rimanemmo in trenta uomini per ricaricare il materiale che era già arrivato.
Otto giorni dopo si ripartiva; eravamo molto tristi perché veramente il posto ci piaceva, come erano pure buoni anche i contadini del posto.
Dove era il nuovo lavoro nulla si sapeva.
Terza tappa.
Fu così che alle nove del 16 giugno lasciavamo nuovamente quel bel paesetto, raggiungendo a piedi la stazione per prendere il treno delle dieci.
Quasi tutti i contadini ci salutarono e sembravano tristi per la nostra partenza.
Verso le due pomeridiane arrivammo alla città di Ulm ove restammo unora nella stazione aspettando la coincidenza per Augsburg. Potemmo così ammirare un poco la città, molto bella ma già assai martoriata dai bombardamenti, con danni rilevanti. Si ergeva però in mezzo ai palazzi semidistrutti la sua bella cattedrale, che come saprete è rinomata per il suo stile in tutto il mondo, era per il momento ancora intatta. Questa città è attraversata dal grande e lungo fiume Danubio.
Arrivati ad Augsburg cambiammo treno e proseguimmo per Kaufering verso le cinque di sera.
Il nostro nuovo lavoro era proprio a Kaufering, mentre il campo era nuovamente a Oberottmarshausen ove ritrovammo le nostre baracche di prima. Era ritornata così la vita da galeotto. Figuratevi! La sveglia al mattino era alle tre, e dopo aver preso un po di caffè amaro inquadrati con guardia armata facevamo tre chilometri a piedi per raggiungere la stazione. Dopo mezzora di treno si arrivava a Kaufering e si cominciava il lavoro.
Povero me! E poveri tutti! Bruttissimo lavoro era cominciato lo sbancamento per una nuova fabbrica e un campo daviazione. Il durissimo lavoro era nel trasportare tutto il giorno pezzi di binari per piccole ferrovie ad uso trasporto materiale. Si lavorava così alacremente fino alle dodici tra il rumore assordante di macchine dogni specie e il ruggito dei crudeli e barbari capi tedeschi.
Alle dodici ci aspettava come rancio mezzo mestolo di "pappetta" questo era semplicemente acqua crusca e orzo stritolato, potete dunque immaginare come un operaio potesse fare sì penoso lavoro con questo nutrimento.
Passata una mezzora si ricominciava il lavoro fino alle cinque, e poi si ritornava al campo.
Andavano pure al lavoro con noi circa mille operai della O.T. (Organisation Todt) vestivano una divisa color marrone chiaro con al braccio un bracciale con le lettere O.T. e insegna di bandiera tedesca. Cerano però pochi tedeschi, molti erano volontari stranieri Polacchi Ucraini Belgi Olandesi e perfino qualche Italiano.
Immaginatevi dunque che razza di pasticcio cera in questo campo di lavoro.
Io lavorai circa una settimana; un mattino feci per alzarmi ma un forte mal di schiena mi costrinse a letto, marcai visita medica e me ne stetti una settimana in baracca. In quei giorni precisamente ricorreva la festa patronale del mio paese, San Giovanni, 24 giugno 1944. Ecco il pensiero a casa! Ai miei cari! Le belle feste trascorse in armonia con amici e parenti. E questanno trovarmi molto lontano e in tristi condizioni. In un lampo mi passarono davanti tutti i divertimenti che si usavano in quelle ricorrenze.
Festeggiai questo giorno riposandomi in branda, e invece della solita pappetta mi mangiai un bel baracchino di patate, che cucinai nel bosco vicino trovandole molto squisite anche senza burro e sale.
Verso le tre della stessa giornata arrivò un camion e fortunatamente era carico di zoccoli per gli operai distribuendone un paio caduno ai presenti pagandoli al prezzo di 12 marchi pari a 120 lire italiane: era stato per noi un dono di Dio seppur pagandolo perché ne avevamo stretto bisogno.
Trascorsero ancora alcuni giorni ed ecco che arriva nuovamente lordine di sloggiare da questo campo per prendere posto alle nuove baracche e nuovo lager di Kaufering vicino al lavoro. Però prima di portarci in questo nuovo lager ci portarono a fare il bagno e disinfezione della roba. Anche questo fu per noi un gran sollievo specie per la pulizia della persona. In quel frattempo arrivò un ordine. Sentimmo il nostro capo gridare: Fuori venti persone per il bagno subito! La nostra idea fu spontanea, in un batter docchio fummo a sua disposizione dandosi la voce uscimmo dalle file quasi tutti paesani.
Quarta tappa.
Fatto il bagno ci fecero avvicinare ad un camion che già ci aspettava, caricati i nostri pochi stracci salimmo, salutando gli amici che rimanevano.
Dove era la nostra destinazione? Nessuno sapeva. Uno della O.T. ci accompagnava, era il 28-6-44.
Appena fuori di Kaufering, inforcammo una strada diritta a perdita di vista, dopo aver viaggiato circa mezzora il camion si fermò, avevamo appena attraversato un bel paese di nome Buchloe; cinquecento metri da questo era il nuovo lager dove ci condussero.
Avevamo percorso 30 chilometri.
Questo nuovo lager era un po poliglotta. Abitavano Russi Spagnoli Ungheresi Italiani Francesi, eravamo in circa 10.000. A trecento metri da noi era un altro lager dove cerano Ebrei. Essi erano circa in 50.000.
La nostra baracca era situata ai margini di un laghetto che abbelliva alquanto la nostra nuova abitazione.
Il giorno seguente si cominciò il lavoro: era in una segheria, abbastanza un bel lavoro e pulito; eravamo assieme a dieci tedeschi della O.T., si lavorava in serie baracche prefabbricate da inviare poi ai diversi lager sparsi nella Germania
5.La prima giornata di lavoro passò discretamente.
Nella nostra baracca erano con noi anche alcuni francesi, che erano addetti alla pulizia del lager. Il vitto era assai ridotto per i primi tempi, essendo in tanti e di diverse nazionalità.
La cucina distava circa dieci minuti dal lager, era questa posta sopra una collinetta vicino alla nazionale, che portava alla cittadina di Buchloe.
Passate tre o quattro giornate di lavoro, cominciammo ad orientarci un po della zona. Dato il nuovo accordo avvenuto in quei giorni fra Mussolini e Hitler eravamo alquanto liberi di uscire dal lager, [il riferimento non è chiaro, ma è possibile che Fino alluda allaccordo sugli I.M.I. per lapertura dei campi di concentramento e la trasformazione degli Internati in lavoratori civili] sempre però sotto sorveglianza: potemmo recarci al paese vicino di Buchloe, e ammazzare così un po del nostro tempo libero a passeggiare.
Almeno alla domenica che non si lavorava potevamo assistere alla S. Messa.
Il rancio domenicale era unico, solo a mezzogiorno e basta, alla sera dovevamo arrangiarsi come potevamo, si trovava alle volte in paese qualche patata e un boccale di birra. Questa era la cena della domenica.
Con landare del tempo facemmo pure amicizia con qualche ragazza del paese, le quali erano molto affezionate agli italiani, ma era severamente proibito da ambo le parti farsi vedere assieme, pena la galera e forse la morte per tutti e due.
Le ragazze erano però audaci e alle volte sfidavano lira dei suoi stessi poliziotti, pur di poterci vedere e fare di nascosto qualche passeggiata; erano, e lo sono tuttora, belle ragazze, quasi tutte di statura al disopra della media con un bel colorito roseo vellutato, col portamento fiero e coraggioso, vera razza nordica.
Questo serviva a tirarci su un poco il morale sebbene non fossimo al nostro paese.
Dimenticavo di dirvi che tante ragazze si levavano quasi il pane di bocca loro, per darlo a noi italiani, rischiando come già vi dissi di farsi prendere in flagrante dalla Polizia tedesca e finire in prigione
6.Passavano così i mesi, lestate si avanzava abbastanza calda. Il laghetto vicino alla baracca si faceva sempre più grande per lo scioglimento delle nevi che dalla montagna scendeva a valle, lacqua era piuttosto un po tiepida da poter ogni tanto prendere il bagno alla sera finito il lavoro e lavare i nostri soliti stracci che si facevano sempre più logori e usati.
Il lago a forza di ingrandirsi arrivò alle soglie della nostra baracca obbligandoci a sloggiare in un altra un po più scostata e più rialzata; caso volle che in quegli stessi giorni trasportarono la cucina nel lager stesso e proprio a cinquanta metri dalla nostra nuova abitazione, eravamo in pieno mese di agosto.
Il lavoro per il momento non aveva mutato, era sempre in segheria, imparando così un poco anche il lavoro del legno.
Passò così piano piano anche lestate. Durante le giornate estive gli allarmi aerei erano frequenti certe giornate anche quattro allarmi, e non parliamone di notte. Si vedevano nelle notti serene, o con la luna, grandi stormi di bombardieri inglesi o americani, alle volte fino a 500, dirigersi sulle vicine città di Monaco e Augsburg e sovente anche da noi. Però ringraziando Iddio il destino ci risparmiò sempre dal grave pericolo che ci minacciava di ora in ora, per noi della nostra valle del Chisone non ci furono morti, ma ne vidi morire non molto lontano da me tanti. In un solo mitragliamento notturno che ci arrivò di sorpresa senza allarme ne morirono una trentina quasi tutti della Val Sesia, senza contare gli stranieri.
Il nostro laghetto era sempre aumentato, ed era così che finì per occupare una discreta area di modo che in certi posti si sarebbe potuto andare in barca.
Arrivammo così a novembre. Sul finire del mese arrivò la prima nevicata di circa 15 centimetri portando con sé i primi freddi. La neve si tornava a sciogliere in pochi giorni ma il freddo non ci lasciò più, anzi aumentava di giorno in giorno. Arrivò dicembre; col freddo più intenso in breve tempo il laghetto gelava tanto da formare uno spessore di oltre 15 centimetri trasformandosi così in un grande campo di pattinaggio.
Passava così lentamente il freddo decembrino. Arrivavamo prossimi alle feste natalizie, grande tristezza per tutti noi doverci privare di tutto e di tutti i nostri cari lontani senza avere quasi neanche loro notizie, perché da un po di tempo, causa i bombardamenti, il servizio postale non era quasi più in condizioni di funzionare.
Ognuno di noi cercava in qualche modo di rassegnarsi al destino crudele che ci aveva perseguitati. E pensando a casa ci facevamo tra di noi certe domande! Chissà! Come sarà! Forse ammalati? Forse la rappresaglia tedesca incomberà su di loro e su tutto il nostro Pragelato e Valle del Chisone? Credetemi pure che tante volte avevo le lacrime che spuntavano, e non ero solo ma anche i miei compagni al par mio.
Arrivò Natale, finalmente una giornata di riposo. Dopo una abbondante colazione di caffè amaro, assieme ai miei amici mi preparai per la S. Messa unico conforto e segno di festa che era in noi. Entrato che fui in Chiesa mi venne unaltra idea in mente e pensavo, forse anche i miei parenti in questo momento stanno ascoltando la S. Messa, e questo pensiero bastò a darmi un po di pace e rassegnazione.
Uscimmo dalla Chiesa alquanto sollevati, incamminandoci piano piano per tornare al lager, per noi la festa era finita.
Consumato il misero rancio, ci venne distribuito un piccolo pacco natalizio. Un pacco ogni due persone, che conteneva mezzo litro di cognac, 200 grammi di gallette, 50 sigarette, 2 pezzi di sapone e qualche altro oggetto di poco valore. Anche questo pacco ci diede un po di sollievo, ma intanto eravamo seduti sulle nostre brande che ci guardavamo come cani bastonati.
Conclusi il resto della giornata con linoltrarmi nel paese dei sogni.
Si ricominciò il lavoro il giorno successivo ancora più tristi, il freddo era intenso e si soffriva molto.
Il 1944 stava per andarsene ma la pace tanto attesa non laveva portata. Chissà cosa ci avrebbe riservato il nuovo anno? La pace? Il ritorno in patria? Queste domande ce le facevamo lun altro ogni giorno, ogni ora. Era arrivato Capodanno, unaltra giornata di tristezza soli col nostro dolore isolati e lontani dal mondo civile.
Passammo quella giornata molto tristemente, cera però sempre un po di morale al quale uno si aggrappava disperatamente, come si aggrappa una persona sullorlo di un precipizio.
Il mese di gennaio era ancora più freddo, il termometro segnava nelle mattinate più fredde 25, 30 gradi [sotto zero]: era quasi impossibile fermarsi perché si sentivano i piedi che cominciavano a congelarsi, date anche le nostre misere calzature, non adeguate a quella temperatura.
Si riaccese in noi la speranza quando sentimmo lo scatenare delloffensiva Russa nel cuore della Germania.
E così anche gennaio lentamente se ne andava.
Quinta tappa.
Il 25 gennaio, verso le 9 del mattino, un nuovo ordine arrivò, e subito 10 operai dovevano raggiungere Landsberg una cittadina che si trovava a circa 13 chilometri da noi; il lavoro però era sempre in una segheria, e con la stessa ditta, e cinque giorni dopo vennero anche gli altri 10 rimasti a Buchloe. Cominciammo così il nuovo lavoro, non ci dispiaceva, perché era piuttosto ambulante e il tempo passava abbastanza; si trasportava tavoloni con carri a mano dalla vicina stazione di Kaufering alla segheria.
Questa segheria era dotata di un attrezzato macchinario per la lavorazione dei mobili. Il vitto era migliorato ed era questo il primo lager con la luce elettrica, cera pure una doccia comune che serviva alla nostra pulizia, le baracche erano pulite da donne ebree, essendo così per noi una fatica risparmiata.
Venne febbraio e con questo sembrava che il freddo si calmasse un poco, il lavoro sembrava dunque meno faticoso
7.Anche là non si lavorava tutte le domeniche, così ogni tanto si poteva fare una passeggiata alla piccola città di Landsberg ove vi erano diversi alberghi e trattorie. I magazzini erano abbondanti però molta figura in vetrina ma poca merce nellinterno e per entrarvi bisognava avere tessere su tessere, perfino spilli e bottoni erano tesserati, immaginatevi dunque come si poteva vivere.
Lentamente passavano i giorni tra il lavoro e i patimenti. Aspettavamo sempre quellatteso giorno della liberazione. Arrivò marzo: il cerchio si stringeva sempre di più per i tedeschi e a noi Internati dava coraggio.
La temperatura cominciava a farsi più mite, le giornate sembravano così meno lunghe. I bombardamenti si susseguivano sempre più. La contraerea tedesca era ormai inattiva, cosicché i bombardieri lavoravano indisturbati, passando a bassissima quota.
In quel frattempo ci portavano a lavorare in una zona tutta chiusa col reticolato e strettamente sorvegliata intorno da guardie armate. Tutte le entrate erano sorvegliate, non si poteva entrare senza avere un permesso speciale.
Questo famoso recinto era soprannominato la "foresta misteriosa", ove si poteva trovare un po di tutto. Grandiosi magazzini ricolmi di materiali e armi, attrezzi di lavoro di qualsiasi specie. Vi erano dentro novecento caseggiati, comunicanti fra loro con piccole strade asfaltate, era praticamente una città nascosta, tutta circondata da lunghissimi abeti.
Il 25 marzo, domenica delle palme ci stavamo nuovamente avvicinando a Pasqua. Arrivò il 28 marzo anniversario della nostra partenza da Pragelato. Pensavo a mia madre che mi abbracciava piangendo; cercai di far coraggio a mio padre lasciandolo con tutta la sua responsabilità, sorella e fratello ancor bambini.
Mercoledì Santo 28 marzo pioveva a dirotto, ero triste. La vita sempre più in pericolo causa i bombardamenti a ritmo serrato.
Venne Pasqua era la seconda che facevamo in prigionia. Lunica speranza che ancora ci sorreggeva era la fede. Ho assistito devotamente alla S. Messa pregando per la pace che tutti bramosamente aspettavamo.
Consumato il solito rancio passeggiammo un po per la città, tanto da aspettare la sera.
Aprile ci aveva portato il primo verde dei prati. Passavano lentamente i giorni e ognuno di noi aveva lidea fissa della prossima fine tedesca.
Nei tempi di sosta o fine giornata io assieme ad altri amici, improvvisammo parole di canzone da internato, adattandole poi sullaria di altre vecchie canzoni, di cui ne vedrete alcune in seguito.
[Sul motivo di Piemontesina]
Addio mia piccola addio
con grande tristezza ti debbo lasciar
i nostri due grandi cuori
che tanto si amavan
si debbon lasciar
La gioventù che se ne va
Chissà quando tornerà
Forse anche mai più si vedrà.
Ricordi quelle sere
che stavo al tuo fianco
e ti baciavo tanto
accarezzando i tuoi riccioli dor.
Tu allora mi dicevi
sei lunico mio amore
e senza del tuo cuore
sarebbe un continuo dolor
Ed ora che sono lontano
di certo il tuo cuore straziato sarà
ed io con grande sventura
sto allora pensando al mio triste destin
Allora con fervor
mi metto al lavor
e una letterina ti voglio tracciar
sperando di poterti il dolore calmar.
Ricordi quelle sere.....
[Sul motivo della Paloma]
Il dì che lasciai la mia terra
per andar lontan
Quel dì fu per me una giornata
di gran dolor
perché lasciai tutta la gioventù
e con questo venne la schiavitù.
O come fu triste dover partire
tutta la mia famiglia lasciar soffrire
ed anche la mia bella ho abbandonato
e lei col cuore in pianto mi ha lasciato
Come fu triste quel dì
che io partii
lasciando il paese amato
Chissà quando tornerò.
Ora che sono lontano ed internato
dal barbaro tedesco maltrattato
con un lavoro duro e vitto scarso
senza saper domani la nostra sorte
Povera gioventù
comè triste la vita
con la fame, miseria e paura
di una triste fin.
Ma se un dì a casa tornerò
ben presto la miseria scorderò
La mia famiglia allora abbraccerò
e la mia bella ritroverò
e come sarà bello poter tornare
al mio paesetto che tanto è caro
Come sarà bello quel dì
che io ritornerò
sarà per me una nuova vita
che mai non scorderò.
Si faceva questo tanto per ammazzare il tempo tra un sospiro e laltro. Era il 23 aprile 1945 precisamente un Lunedì: si ricominciò il lavoro come il solito. Arrivate le undici si apprese la bella notizia che gli americani avevano attraversato il Danubio, e un settore puntava su Augsburg e Landsberg.
Incominciò nel dopopranzo la prima disorganizzazione perché lavanzata alleata metteva la febbre alla popolazione.
Verso le 4 pomeridiane si cominciò a svaligiare i magazzini viveri della O.T. a Landsberg. Tutti accorsero e fra i quali con un po di ritardo, anche noi dopo un po di pena per la ressa che cera, qualche scatola di carne venne fatta fuori.
Passò così questa mezza giornata. Il giorno seguente si dormì fino alle dieci del mattino dato che la sera seguente si era bevuto un po di vino preso dal magazzino il giorno prima, anche il Lagerführer ossia Capocampo aveva bevuto con noi vedendo ormai avvicinarsi la prossima fine.
Dopo il pranzo del 24 ci obbligarono ancora a lavorare per labbattimento di un lager ebreo, per paura di essere i tedeschi ad andare a finirgli dentro rinchiusi allarrivo degli alleati.
Quella era per noi lultima notte che dormimmo nel lager, poco tranquilli però per i frequenti bombardamenti per lormai vicino fronte di guerra che sempre più si avvicinava
8.
Partenza.
Venne il 25 aprile, tutti decisi a partire. Si organizzano alla meglio in un carro a mano della ditta in cui si lavorava, una piccola riserva di patate. Eravamo in tredici paesani partimmo alle 19 e 45 della sera.
Si lasciava così il lavoro, il lager, le sofferenze, andando incontro però a un lungo, arduo e pericoloso viaggio: avevamo innanzi a noi circa mille chilometri che ci separavano da casa, e nel modo in cui si mettevano le faccende della guerra, cera da pensare di farli tutti a piedi, roba da impazzire solo a pensarci.
La prima sera ci facemmo già circa trenta chilometri facendo tappa alle cinque del mattino del ventisei aprile. Ci riposammo due ore un po nascosti nelle piante, perché i mitragliamenti erano continui per lavvicinarsi degli alleati. Passata un poco la stanchezza ripartimmo sgobbandoci altri quindici chilometri, arrivando verso le dodici al primo paese di nome Schongau, oltrepassato il paese ci fermammo. Cuocemmo in un secchio alla moda degli zingari un poco di patate, facendone poi la spartizione; patate e un po di sale, questo fu il nostro pranzo, indi ripartimmo camminando fino alle sette della sera, e finalmente dopo una giornata e una notte di marcia dovevamo fermarci per forza, perché le gambe cominciavano già a farci male.
Trovammo una misera baracca di campagna che serviva per mettere il fieno al riparo dellinverno per il nutrimento dei caprioli che in quella zona erano numerosi e quasi domestici perché non disturbati, essendo vietata la caccia.
Questo faticoso viaggio in terra tedesca durò fino al due maggio. Alle ore otto e trenta del due maggio si varcava la frontiera attraverso il Passo Resia.
Sebbene già stanchi, sembrava che nuove forze tornassero, a stimolarci e ad aiutarci a continuare il faticoso cammino. Purtroppo però non era finito il viaggio, avevamo ancora da attraversare tutta lItalia Settentrionale, avremmo dovuto attraversare il fronte di guerra; avevamo al nostro incontro gli ultimi residui tedeschi che scappavano che erano ormai decisi a tutto. Insomma i pericoli erano moltissimi e sempre in agguato.
Proseguimmo però sempre animati di buona volontà e guidati dalla mano invisibile del destino.
Il giorno due maggio camminammo fino alle sedici circa arrivando al primo paese italiano di nome Males, ove un binario ferroviario faceva capolinea. Ci riposammo il resto della giornata. In quel paese una piccola organizzazione della Croce Rossa, ci diede qualche po da mangiare e ci avvertì che lindomani, tre maggio, alle quattro del mattino, partiva un treno apposta per gli internati diretto a Merano.
Passeggiammo un po per il paese; molti specialmente i vecchi parlavano ancora tedesco essendo paese di frontiera.
Verso le ventuno arrivò il treno, scesero i viaggiatori, e si rimise in partenza per lindomani, per paura di non trovare più posto al mattino, e non sapendo dove andare a dormire, prendemmo posto nei vagoni, trovandoci così già almeno al riparo per la lunga notte che a quellepoca essendo in montagna fa ancora freddo.
Invece delle quattro partimmo alle cinque. Costeggiavamo il fiume Adige, dopo aver viaggiato circa unora arrivando a fondo valle cominciò lallargarsi della pianura veneta adornata di tantissimi alberi fruttiferi in preferenza meli e peri. Arrivammo a Merano verso le dieci. Bella città, essendo stata dichiarata dai Tedeschi città ospedaliera era stata risparmiata dai bombardamenti. La tradotta si fermò unora, poi ripartì sempre costeggiando lAdige.
Si fermò nuovamente a quindici chilometri prima di arrivare a Bolzano, aspettando un bel po nella campagna, perché nella città stavano dissipandosi gli ultimi scontri, tra tedeschi e partigiani. Quando seppero che gli ultimi residui tedeschi furono in fuga, ripartimmo. Arrivati a Bolzano i nostri occhi non videro una bella città come Merano, ma un mucchio di rovine, ben poche erano le case che non avevano subìto lo sfacelo.
In seguito il treno proseguì ancora per circa venti chilometri oltre Bolzano e poi si fermò perché la ferrovia era completamente impraticabile. Una linea provvisoria era stata tracciata attraverso i vigneti e portava a venti chilometri da Trento, ma nessuno osò adoperarla perché troppo pericolosa. Sulla tradotta vi erano circa settecento persone tutti ex Internati.
Però pur essendo pericolosa quella nuova linea nei vigneti, un coraggioso macchinista disse, se mi date una mano, cerco di farvi risparmiare quel pezzo di strada a piedi che ne dite? Dobbiamo provare? Domandò lui! Tutti gridarono di sì. Non siamo morti in Germania, non moriremo neppure qua, Dio ci aiuterà gridammo in coro. Due un po in gamba aiutarono il coraggioso macchinista.
La tradotta si mosse piano piano, la sua velocità era di circa dieci, venti chilometri lora, in tanti punti i binari affondavano per il peso dei vagoni carichi.
Incolumi arrivammo fin dove era la provvisoria linea. Ringraziato il macchinista ci incamminammo a piedi, erano le diciassette, col nostro sacco a spalla ove erano i nostri pochi bagagli, facendo circa dieci chilometri arrivando ad un paese di nome Ala di Trento. Trovammo in quel paesetto buona ospitalità, una organizzazione dei paesani per gli ex internati detto così col nome di Posto di Ristoro Per Internati.
Mangiammo discretamente poi trovammo ospitalità per dormire in una casa di contadini, ove i padroni di casa vollero offrirci la polenta, e in seguito dormimmo nella stalla al caldo. Ripartimmo il mattino seguente, quattro maggio; alle undici circa eravamo a Trento. Un altro posto di ristoro ci diede viveri e ospitalità.
In quel mentre si sparse la voce che alle quindici sarebbero entrati gli americani nella città di Trento! Aspettammo! Precisamente alle quindici i primi carri armati attraversavano la via principale della città, tra gli applausi della folla che inneggiava ai liberatori, tra la folla erano pure tantissimi ex internati che stavano rientrando.
Il passaggio durò più di unora. Alle sedici e trenta ripartimmo, lasciammo la città ormai contenti di essere ormai liberi dalla barbarie tedesca.
Attraversammo lAdige, salimmo la collina in faccia e puntammo verso Riva di Trento sul lago di Garda.
Ci fermammo alle diciannove in un paesetto ove passammo la notte. Ripartimmo il cinque maggio sempre camminando a piedi, che purtroppo già ci facevano male e incominciavano a sanguinare. Verso le dodici arrivammo in un altro paesetto ove ci accolsero i partigiani, dopo averci rifocillati, e poi presisi a compassione del nostro stato e stanchezza, ci portarono con un camion fino a Riva, lasciandoci davanti allentrata del Posto di Ristoro, salutandoci.
Alle diciotto, assieme ad altri quattrocento circa che già erano giunti prima e dopo di noi, gli americani ci fecero salire sopra un loro mezzo anfibio e un battello portandoci quaranta chilometri più avanti, sbarcandoci a Malcesine.
Dopo circa mezzora del nostro sbarco, due camion americani di passaggio caricarono una quarantina di ex Internati fra i quali vi eravamo anche noi la nostra squadra; ci portarono sempre costeggiando il lago altri quaranta chilometri più avanti ad un paese di nome Garda ove passammo la notte.
Il sei maggio, sempre a piedi, fino a Peschiera arrivammo alle dieci del mattino.
Ad un Posto di Ristoro mangiammo aspettando un camion che ci doveva portare a Brescia.
Passò però tutta la giornata senza alcuna partenza.
La nostra squadra in quel giorno si divise, perché alcuni già poterono arrampicarsi su qualche camion di passaggio. Io e alcuni compagni passammo ancora la notte a Peschiera, però sopra un camion allaperto, che partì appena fu chiaro perché senza fari, così allalba del 7 maggio proseguimmo per Brescia. Ritrovammo in questa città gli amici partiti il giorno prima, erano però già in lista per la partenza per Milano sui camion che arrivavano fra poco.
Noi allora proseguimmo fino fuori della città al posto di blocco.
In meno di mezzora arrivò un camion, in un attimo vi fummo sopra, e volendo o dolendo dovette portarci fino a Chiari sotto il comando dei partigiani; lautista mangiò alla svelta ove pure a noi ci venne distribuito un poco di risotto mangiando così diritti sul camion senza scendere.
Caso volle che proprio lì per lì riconoscessi nel capo dei partigiani del luogo un sergente della GAF, che era nel 1941 di stanza al mio paese, ossia alla Borgata Sestriere, eravamo in quei tempi molto amici, finché la guerra poi ci divise.
Fu così che fece ripartire lautista per Cassano dAdda ove un trenino ci avrebbe portato a Milano.
Arrivammo nella metropoli verso le diciotto.
Cercammo alloggio per passarvi la notte, ci accompagnarono alle scuole Galvani vicino alla stazione centrale.
Al mattino dellotto maggio con un tram attraversammo la città portandoci al posto di blocco allimbocco dellautostrada Milano-Torino. Passarono dopo qualtempo due camion diretti a Vercelli: in un attimo fummo a bordo, e via a tutta velocità sulla diritta autostrada.
Arrivati a Vercelli nuovamente ci levammo la fame in un convitto di suore. Riposatisi fuori città al posto di blocco, passava un camion con rimorchio diretto a Torre Pellice per caricare salme di partigiani morti sulle nostre montagne.
Vi ci salimmo e andammo così diretti fino a Pinerolo.
Finalmente! Eravamo praticamente a casa. Alle sedici scendevamo in Piazza Cavour.
Cercammo di ripulirci un poco alla meglio, eravamo sporchi pieni di polvere, con la barba lunga. Il nostro viaggio di ritorno era durato quasi quindici giorni, una continua maratona di fatiche.
Ci riposammo fino al giorno seguente. La mattina del nove maggio ripartimmo per lultima tappa. Alle sei prendemmo il trenino per Perosa Argentina. Arrivati a Perosa aspettammo circa unora larrivo di qualche mezzo per proseguire, perché le corriere non funzionavano ancora tra Perosa e Sestriere.
Ed ecco arrivare una macchina guidata da un nostro paesano partigiano che faceva lautista per il comandante Marcellin. La nostra squadra si era, strada facendo, sgretolata di modo che a Perosa arrivai io ed un mio amico, i due primi su tredici che partimmo assieme. Arrivammo così molto contenti ma anche un po stupiti per il forte cambiamento che ci fu dalla nostra partenza quattordici mesi prima.
Ci fermammo ancora a Granges di Pragelato, ove era sede del comando Partigiani Val Chisone. Là ritrovammo e abbracciammo tanti dei nostri amici che militavano nei partigiani.
In un baleno si sparse la voce del nostro arrivo e uno stuolo di persone arrivò per salutarci e cercando di sapere novità dei suoi cari specialmente madri in ansia per i loro figli.
I partigiani ci costrinsero a mangiare con loro.
Ripartimmo verso le quattordici tutti e due, questa volta veramente per lultima tappa.
Alle quindici del nove maggio arrivavamo per primi al nostro bel paesetto montano Villardamond che quattordici mesi prima avevamo lasciato tra il pianto e laddio di tutti.
La mia vita era così salva dopo tanti e tanti scampati pericoli
9.
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1. - 20/8/44 -
Carissimi Genitori e Valentina,
Eccomi in compagnia con Guido e Delfino, che sono venuti a trovarmi, così vi mandiamo questa che vi assicura la nostra ottima salute, e il morale altissimo. Vi speriamo sempre bene; da voi ho nessune nuove, da un mese e mezzo non ho più ricevuto, aspetto tutti i giorni. State allegri e vi giungano tanti affettuosi e cari saluti e baci.
Un abbraccio
vostro Palmiro
Unisco a questo scritto i miei più cari e affettuosi
saluti e abbracci a tutti
Guido B.
Saluti
Guiot Delfino
2. Dei giorni del rastrellamento anche Zelma, la moglie di Fino (la quale a quei tempi non si chiamava ancora Guiot, ma Berger e abitava a Villaretto, nella stessa casa dove oggi sta con Fino), conserva un vivo ricordo personale. Insieme a tanti giovani del paese, vennero portati via anche suo fratello più grande, Fulvio, e un cugino, Siro. I parenti angosciati capivano che era urgente far pressione sui nazisti affinché almeno quelli che avevano lesonero per lavoro (perché erano occupati in industrie riconosciute essenziali allo sforzo bellico) fossero rimandati a casa. Si trattava di andare al più presto a trattare col comando tedesco di Luserna, a trenta chilometri di distanza.
Subito un gruppetto dei più determinati (e Zelma era tra questi) corse in bicicletta fino a Luserna, ma i camion con i rastrellati erano già partiti per Torino. Zelma, che non voleva darsi per vinta, decise di andare alle Casermette di Borgo San Paolo e di farsi ricevere dai tedeschi. Ma non osava entrare perché non aveva il lasciapassare, allora un compaesano che era pratico del posto la prese sotto braccio dicendole: "Se ti domandano qualcosa, di che sei mia moglie". E così Zelma, una montagnina di ventanni, trovò il coraggio di presentarsi al comandante delle Casermette, e di spiegare che suo fratello e altri dieci come lui avevano un lavoro e non potevano essere mandati in Germania; ottenne che tornassero tutti a casa.
Ma cera uno del paese che non lavorava in fabbrica, ed era il cugino Siro; dovette restare nel campo e poi fu mandato in Germania con lo stesso convoglio di Fino.
Appena tornato a casa, il fratello di Zelma si preparò un nascondiglio nella cantina di una baita bene in alto sulla montagna; si era organizzato insieme ad altri giovani della borgata, scampati a quel primo arresto, per stare di sentinella a turno. Giù in paese anche le donne vigilavano, e quando vedevano arrivare alla prima curva dello stradone le autocolonne dei tedeschi, uscivano a stendere un gran bucato di lenzuola e con quelle bandiere casalinghe segnalavano di lontano il pericolo. In questo modo Fulvio scampò alla prigionia.
3. Fino è riuscito a riportare a casa alcuni certificati originali della prigionia. Tra questi, un documento bilingue intestato Ricevuta dingaggio per lavoratori agricoli e rilasciato il 15 aprile 1944 dallufficio tedesco del G.B.A. (lAlto Commissariato per limpiego della manodopera), firma illeggibile; il certificato attesta che il medico lo ha trovato tauglich ovvero idoneo e che dovrà partire il 19 aprile con la qualifica di Bauer cioè contadino. Al fondo cè la firma di Fino. Particolare trascurabile, la data del 13 aprile indicata nel testo è leggermente diversa da quella sul certificato.
Si tratta evidentemente del vecchio modulo già usato dagli uffici del G.B.A. per assumere i lavoratori che negli anni precedenti andavano in Germania volontariamente (e bisogna dire che i disoccupati ci andavano ben volentieri, almeno negli anni fra il 38 e il 41) con contratti a termine; infatti sul retro del foglio troviamo un lungo elenco in due colonne parallele (tedesco-italiano) con le condizioni dellingaggio: obblighi lavorativi e minuziose norme di comportamento quotidiano si alternano a promesse di trattamento salariale più che soddisfacente, come ad esempio: "Il lavoratore italiano dellagricoltura riceverà la stessa paga e le stesse maggiorazioni del lavoratore germanico della stessa categoria"; si garantisce inoltre che "dopo il regolare adempimento del rapporto di lavoro i lavoratori hanno diritto ad un biglietto ferroviario gratuito fino alla prima stazione del confine italiano". Condizioni che furono senza dubbio rispettate nei primi anni di collaborazione fra i governi alleati di Hitler e Mussolini, ma che dopo l8 settembre non potevano essere intese se non come una presa in giro, una parodia della legalità.
Del resto, date le circostanze dellarresto di Fino, lintera cerimonia dellingaggio non era che una formalità. Ciò che contava era il timbro a caratteri di scatola, messo un po di sbieco proprio sotto lintestazione, che dice in tedesco, questa volta senza la traduzione: "DIENSTVERPFLICHTET" (ovvero "OBBLIGATO A PRESTARE SERVIZIO").
In cima al certificato è scritto a mano un numero, il 744, seguito da segno come per spuntarlo da un elenco. Se questo è, come probabile, un numero dordine, allora si può calcolare che il trasporto di Fino arrivava più o meno a ottocento coatti, cifra confermata anche da una frase del memoriale: ci vollero venti camion per trasportare i prigionieri dalle Casermette al treno.
4. A questo punto può essere interessante riferire brevemente un articolo della storica tedesca Edith Raim (Unternehmen Ringeltaube in "Dachauer Hefte", n° 5, nov. 1989, pp.193-213); alcune sue osservazioni coincidono quasi alla lettera con la descrizione del lavoro fatta da Fino:
Allorché nel febbraio 44 laviazione anglo-americana cominciò a bombardare la Germania meridionale, il governo tedesco progettò di collocare gli impianti di interesse militare in luoghi segreti, che fossero il più possibile protetti dagli attacchi aerei. Fu dato il via allOperazione denominata in codice Ringeltaube (= operazione colombo selvatico) che avrebbe dovuto realizzare nella zona intorno a Landsberg (Baviera meridionale) sei enormi ripari a difesa degli stabilimenti per la produzione di cacciabombardieri. Ognuna delle gallerie di cemento armato avrebbe avuto queste dimensioni: lunghezza di 240 metri, altezza interna della volta di più di 80 metri, con pareti spesse 5 metri, poi ridotte a soli 3 metri a causa della scarsità dei materiali da costruzione. In ogni cantiere si prevedeva di usare circa 20 locomotive per trasportare tutti i materiali e i macchinari necessari alla costruzione dellenorme bunker. Dellesecuzione dei lavori furono incaricate parecchie ditte locali, mentre la O.T. (Organisation Todt) avrebbe mantenuto la supervisione delle operazioni e la sorveglianza sugli operai; la Todt era lente che, nato nel 1938 come struttura del genio militare tedesco annessa alla Wehrmacht, dopo il 1940 si occupò di coordinare il lavoro dei civili nelle industrie belliche, specialmente nel settore delle costruzioni. La manodopera impiegata era costituita in piccola parte da lavoratori stranieri coatti, e per la maggioranza da deportati provenienti dal Lager di Kaufering, un Außenlager (cioè un Lager esterno) dipendente dal grande campo di concentramento di Dachau.
Fra le ditte interessate, la studiosa elenca la ditta Moll (il primo nome tedesco che sentii pronunciare da Guido Berton allinizio dellintervista) e le due ditte Karl Stöhr e Held und Francke, scritte nel recapito di due lettere spedite nel giugno 1944 (il giorno 6 da Palmiro Bert e il 12 da Cesare Guigas) quando i pragelatesi si trovavano a Ingoldingen.
Quattro dei sei edifici progettati furono iniziati, ma ben presto il lavoro venne interrotto per difficoltà connesse allandamento delle operazioni belliche; solo per uno si raggiunse, alla fine della guerra, il 70% della costruzione prevista.
Fin qui le notizie tratte dagli studi di Edith Raim. Vale la pena di sottolineare ancora unaltra analogia: poco lontano dai luoghi della prigionia di Fino, e precisamente sulle rive del Lago di Costanza, e nello stesso anno 1944, tre grandi ditte tedesche (Dornier, ZF e Maybach) intrapresero il gigantesco scavo delle gallerie di Überlingen, dove si sarebbe dovuta trasferire tra le altre la produzione della bomba V2; gli scavi effettuati nel fianco di una collina accanto alla strada ferrata ricavarono una rete di corridoi lunga più di cinque chilometri e sovrastata da uno spessore di sessanta metri di roccia; la manodopera impiegata era composta da lavoratori coatti, I.M.I. e deportati provenienti da Dachau e mandati colà in punizione. Le condizioni di lavoro e di vita erano terribili, la mortalità altissima.
Neanche questi ripari furono usati per lo scopo per cui erano stati costruiti; prima della fine della guerra la ditta Dornier riuscì a installarvi alcuni macchinari, ma la produzione non ebbe inizio. Oggi lenorme complesso delle gallerie di Überlingen giace in stato di abbandono quasi totale: solo pochi tratti più vicini alle uscite fungono da deposito per imbarcazioni, mentre il resto del labirinto appare ai visitatori come un alto tunnel grigio, vuoto e interminabile.
5. Il secondo documento conservato da Fino è un certificato in lingua tedesca emesso il 25 ottobre 1944 dallufficio del lavoro di Kempten, cittadina a sud-ovest di Monaco.
Il foglio attesta che Guiot Chiquet Serafino, nato il 7.3.1921 a Pragelato, maschio, celibe, di nazionalità italiana, in Germania dal maggio 1944, è stato assunto in qualità di lavorante in legno (qualifica 23 A 12) dalla ditta Schaare di Braunschweig; il suo libretto di lavoro ha il numero A 298/Ka/11834 e il luogo dove è occupato dal 28 giugno 1944 è la segheria di Buchloe (nel circondario di Kaufbeuren).
Il nome della ditta Karl Schaare (e il nome del lager di Ocsau a Buchloe, da solo o insieme a quello dellimpresa) è riportato su tutte le buste delle lettere spedite a casa da fine giugno 1944 agli ultimi giorni di prigionia. In molti casi questo indirizzo è affiancato dalla sigla O.T. cioè Organisation Todt.
Le altre imprese edili che avevano impiegato i pragelatesi nei periodi precedenti erano state:
a Ingoldingen (giugno 1944): Karl Stöhr e Held und Franke
a Kaufering (solo per Berton): Leonhard Moll.
La ditta Karl Schaare esiste ancor oggi: quando ne ho cercato lindirizzo, non ho avuto difficoltà a trovarlo, perché è lo stesso di cinquantanni fa. Anche se nutrivo poche speranze di successo, ho scritto a Braunschweig, con lassistenza dellIstituto per la storia contemporanea di Monaco, e ho chiesto notizie del tempo di guerra, citando il nome di Serafino Guiot Chiquet. Non mi ha stupito la loro risposta sollecita e cortese ma negativa: non esistono documenti a questo nome.
Sono rarissime infatti le imprese tedesche attive dal tempo di guerra che aprano i loro archivi a questo tipo di ricerche: i documenti non ci sono, - si dice - non ci sono mai stati, se ci fossero stati sarebbero stati senza dubbio dispersi dagli eventi bellici. Eppure la Arbeitskarte di un lavorante in legno, numero A 298 / Ka / 11834 esiste ancora, e porta ben chiaro il gran timbro rotondo con aquila dellUfficio del Lavoro di Kempten. E sul retro del certificato, un timbro della ditta Karl Schaare (lavori stradali e escavazioni - Braunschweig, Saarbrückener Strasse, 50) accompagna unannotazione scritta a mano che conferma: impiegato nella segheria di Buchloe - 28.7.44.
In sintesi: il gruppo degli italiani fu impiegato per un breve periodo in lavori pesanti di manovalanza, come scavo di terra o trasporto di materiali, e venne trasferito di frequente. Alla fine del giugno 1944 una parte del gruppo (che rimase sempre unita) venne destinata a lavori di falegnameria, precisamente alla costruzione di baracche per lager; per sei mesi restò alloggiata sempre nello stesso campo di Buchloe, e poi venne spostata nelle vicinanze di Landsberg, restando con la stessa impresa.
Anche nella falegnameria lorario di lavoro era pesante, il vitto scarso, ma dalle lettere, dalle interviste, dalle stesse pagine del memoriale si ricava unimpressione sorprendentemente positiva: quei giovani lavorando in segheria sentivano la soddisfazione di costruire qualcosa, di migliorare le proprie capacità, insomma di imparare un mestiere. Persino in prigionia si poteva ritrovare, almeno in una certa misura, il gusto per il lavoro fatto come si deve.
6. In base alle parole di Fino possiamo ricostruire la giornata dei prigionieri: in genere la sveglia è alle tre o alle quattro del mattino; se il campo è fuori mano bisogna fare qualche chilometro a piedi fino al treno, poi cè il tempo del viaggio; si lavora per dieci e anche dodici ore, con mezzora di pausa per il pranzo; a fine giornata si torna al lager in treno, e poi di nuovo a piedi; per la cena del giorno di riposo, bisogna addirittura arrangiarsi con quel poco che si trova in osteria.
E tutto il giorno, tutti i giorni, una fame nera: per colazione "caffè amaro o meglio acqua sporca"; il rancio di mezzogiorno è "mezzo mestolo di pappetta fatta con acqua, crusca e orzo stritolato". In trattoria, anche pagando, non si trova altro che patate bollite e crauti, e da bere solo birra, mai un bicchiere di vino. "Coi soldi ci compravamo il pane" - ricorda un intervistato - "altro non si poteva". A casa quei giovanotti non avevano mai fatto veramente la fame, neppure in tempo di guerra; e adesso gli toccava tirar la cinghia.
A proposito della fame, due o tre episodi tragicomici tornarono in mente a Cesare Guigas durante lintervista, a mano a mano che riaffioravano i nomi dei compagni; a raccontarli, gli veniva da ridere, ma certamente in quei momenti non cera tanto da scherzare. Se li sorprendevano a rubare, finivano in campo di punizione, poco ma sicuro.
La storia delluovo, per esempio: oltre una staccionata, la gallina ha appena fatto luovo; basta un salto, e luovo cambia padrone. E la storia delle mele mature: pendono tentatrici dagli alberi in un frutteto che è cintato da ben tre steccati. Col favore delle tenebre, uno degli italiani osa la spedizione, bene attento a non farsi vedere da nessuno, nemmeno dai compagni. È appena arrivato sul posto con mille cautele, quando un fruscio vicino lo fa tornare di gran carriera fino alla baracca: qui si scontra con un altro italiano, che proviene dalla stessa direzione e si rivela per un paesano che aveva avuto la stessa pensata, si era spaventato anche lui per un fruscio nel frutteto, ed era fuggito a gambe levate. Per quella notte bastò ad entrambi lo spavento, e rimase la solita fame.
La storia delle patate: nei campi incolti gli italiani avevano notato, dinverno, dei mucchietti di terra ben pressati e lisci, regolari, come delle tombe, che li incuriosivano alquanto. Uno dei più intraprendenti (era quasi sempre Palmiro Bert ad avere queste iniziative), fatte delle ricerche per suo conto, a un certo punto riferì ai compagni che un contadino gli aveva venduto un quintale di patate e bisognava andarle a prendere, ma di notte e di nascosto, per carità. Uscirono in cinque o sei italiani, armati di borse e zaini, tutti daccordo anche se con un po di apprensione. Solo quando furono per strada, Bert spiegò che non andavano proprio a comprare le patate, ma a rubarle: quei tumuli erano mucchi di patate riparate dal freddo con paglia e terriccio e si poteva farci un buchino e portarle via, pian piano. Poco convinti, gli amici cominciarono a scavare, ma al primo rumore scapparono: fra tutti, avevano preso sì e no tre chili di patate.
Lunico del gruppo che si tolse veramente la fame, da un certo momento in poi, fu Guido Berton. Era ancora convalescente delle ferite riportate in Russia e ottenne dopo molte insistenze di essere adibito a lavori più leggeri. In ottobre fu spostato in un piccolo lager presso un campo daviazione di fortuna, e lì la cuoca (anche lei una coatta, russa o polacca) lo prese a benvolere: il primo giorno, memorabile, gli diede ben due piatti di gnocchi, e birra a volontà. Da allora, non soffrì più la fame.
7. In una lettera di Cesare Guigas troviamo un accenno, piuttosto velato per timore della censura, a un certo tragico evento accaduto in paese durante linverno (probabilmente nel gennaio 45) e collegato alla presenza dei tedeschi e dei partigiani in Val Chisone. Interrogato da me in proposito, Guigas ricorda vagamente che si trattò di un omicidio, ma non è in grado di precisare a opera di chi; a suo parere, la vittima potrebbe essere stata forse il gestore di una tabaccheria in paese, o un albergatore del Sestriere. La breve allusione a "la triste novità che successe a Pragelato" è uno dei pochi accenni a fatti reali contenuto nelle lettere dal lager. Naturalmente tutti si tormentavano per la forzata lontananza e la mancanza di notizie sicure, ma nelle lettere i riferimenti a ciò che veramente accadeva in patria erano rarissimi; i pochi commenti di attualità si limitavano a considerazioni banali a proposito dei lavori stagionali e delle condizioni atmosferiche. Guigas, come si può leggere in tutti i messaggi dellinverno 44 -45, allude ripetutamente alla "tranquillità" che spera per i parenti e il paese, però non osa dire di più.
Che cosa accade dunque al paese, mentre Guigas, Fino e gli altri sono a lavorare in Germania? Nel pieno dellestate del 44 altri rastrellamenti sono organizzati dai tedeschi nelle valli del Chisone e del Pellice, e altri arrestati vengono spediti a lavorare in Germania (i più intraprendenti si scrivono da un lager di lavoro allaltro, come si legge anche nelle lettere di Guigas). Con la liberazione di Roma (giugno 1944) e gli sbarchi alleati sulle coste francesi, in tutti i territori occupati dai tedeschi si diffonde la speranza di una prossima fine della guerra. In Val Chisone a settembre i comandanti partigiani riescono a mettersi in contatto con i Comandi Alleati nelle contigue valli savoiarde, e ne ottengono lappoggio in armi, munizioni, viveri e altri materiali.
Intanto dai Lager filtrano in Italia notizie ben più dettagliate che le lettere dei nostri ai parenti; si veda ad esempio questo bollettino dinformazione per i comandanti partigiani diffuso dal CLN di zona il 9 novembre 1944: "È in formazione un nuovo convoglio di detenuti che verranno prelevati dalle carceri di Torino e avviati in Germania nei tre diversi campi di concentramento: nel primo si vive discretamente, nel secondo si soffre, nel terzo si è destinati alla morte." Le speranze di una pace imminente tramontano allorché nel novembre 1944 il generale Alexander (comandante delle truppe alleate) invita i partigiani combattenti a smobilitarsi in attesa di nuove istruzioni.
Verso la fine del 44 il clima in valle si fa ancor più pesante: i documenti partigiani denunciano la presenza di spie o presunte spie, parlano di sospetti reciproci, di tradimenti, di partigiani che forse fanno il doppio gioco o si fingono patrioti solo per realizzare imprese da delinquenti comuni; raccontano di episodi punitivi contro le ragazze amiche dei tedeschi, che vengono rapate, e di esecuzioni sommarie di fascisti. Di fronte al crescere delle atrocità e delle violenze, gli abitanti della valle decidono di abbandonare le loro case nelle frazioni più esposte lungo la strada di fondo valle, e si rifugiano presso parenti e amici che già vivono nelle baite a quote più alte.
8. I nostri trascorrono questo 24 aprile immersi in una specie di stordimento davanti alla nuova disponibilità di cibo: le prime scatolette di carne, il primo vino dopo più di un anno. Al tempo stesso sono improvvisamente consapevoli del fatto che, nel clima di generale confusione, il ritorno a casa può essere progettato, organizzato e intrapreso senza indugi. Mentre sono dibattuti fra le due opposte tensioni, proprio nelle ultime ore di lager, vengono obbligati a eseguire un ultimo lavoro, durante il quale vivono un episodio tra i più drammatici di tutta la prigionia, ossia "labbattimento di un lager ebreo, per paura di essere i tedeschi ad andare a finirgli dentro".
Fino non scrive altro a questo proposito sul suo diario, forse perché gli interessa soprattutto fissare il ricordo delleccitazione che in quel momento gli urgeva dentro; però Guigas nellintervista ricostruisce la scena della distruzione del campo, e traccia un quadro ben diverso e veramente tragico: tra i reticolati contorti e ammucchiati contro le baracche, in mezzo alle fiamme e al fumo, gli italiani fecero un incontro inaspettato e impressionante; quando uno di loro (Guigas è quasi sicuro che fosse proprio Fino Guiot) si avvicinò a una baracca per appiccare il fuoco, dovette fermarsi di colpo, perché aveva visto subito oltre la soglia un groviglio di corpi immobili: sette uomini, magri da far pietà, giacevano lì morti; non di morte violenta ma semplicemente di stenti. Che fare? I pragelatesi, consultatisi brevemente, decisero per la scelta che parve più giusta e pietosa e bruciarono i cadaveri insieme alla baracca.
Non ci possono essere molti dubbi sullesistenza di quel Lager ebreo, anche senza fondarsi soltanto sulle parole di Fino. Loperazione segreta Ringeltaube per la costruzione di grandi bunker in cemento armato a protezione di industrie belliche la stessa a cui lavorarono i pragelatesi appena giunti in Germania usò circa 30.000 deportati ebrei, oltre a prigionieri politici e a criminali comuni (le relative notizie sono tratte dallo studio della tedesca Edith Raim già citato nella nota n. 4). Nelle intenzioni dei progettisti avrebbe impiegarne tre volte tanto. Molti fra gli ebrei, che provenivano soprattutto dallUngheria, erano sopravvissuti alle selezioni ad Auschwitz prima di essere spediti al complesso dei Lager di Kaufering. Le condizioni di vita in questi Lager più piccoli non erano migliori di quelle dei grandi campi di concentramento e sterminio, anzi erano forse peggiori e la mortalità fu alta (il 60%, secondo un calcolo degli Alleati alla fine della guerra); tifo e tubercolosi decimarono i deportati.
Intorno al 20 aprile 1945 i tedeschi, sotto la pressione degli Alleati ormai vicini, ordinarono di cominciare a evacuare i Lager: i deportati in grado di camminare furono trasferiti a Dachau, i più deboli rimasero nelle baracche e queste furono incendiate. Una settimana dopo gli americani, entrando nei Lager di Kaufering, trovarono i resti dei corpi dentro le baracche bruciate.
Uno dei compagni di Fino, Guido Berton, incontrò questi americani: poiché non si trovava nello stesso campo con il gruppo maggiore di italiani, non tornò a casa con loro, ma fu rimpatriato solo in agosto. Anche lui aveva un ricordo tragico, che mi raccontò nellintervista, degli ebrei morti. Gli americani, appena giunti nel lager, ordinarono di riesumare i morti ammucchiati nelle fosse comuni, e di dare loro sepoltura più degna nel cimitero del paese. Siccome Berton era biondo, lo scambiarono per un tedesco e lo mandarono a scavare con gli abitanti del posto. "Fu un affare serio, ricordava lui, convincerli che ero un prigioniero italiano!"
I nostri non potevano sapere allora di aver assistito a un episodio che appartiene alla storia dello sterminio. Era un singolo fatto che, anche se poteva essere considerato in un certo senso insignificante, per lesiguo numero delle vittime in rapporto alla dimensione totale del massacro, costituiva comunque una realtà ben tangibile. Daltra parte (come sappiamo dal racconto di Fino) quel loro incontro inconsapevole con i veri e propri deportati dei Lager non era stato neanche il primo; nelle pagine precedenti abbiamo letto che vicino al campo di Buchloe cera un grosso lager per ebrei, ed erano state donne ebree a fare le pulizie nellultimo lager di Landsberg. Altri ricordi, contenuti nelle recenti interviste ai quattro compaesani, parlano di certe lunghe file di prigionieri con labito a righe, sorvegliati e maltrattati dalle guardie tedesche, che venivano destinati a lavorare negli stessi cantieri dove andavano anche gli italiani; sembravano molto deboli e rendevano pochissimo sul lavoro: per esempio, se dovevano riempire di legna un carretto, ci mettevano il doppio del tempo degli altri. Qualcuno dei coatti, fraintendendo le loro condizioni, li giudicava addirittura dei buoni a nulla, gente senza voglia di lavorare.
Questa ingenuità non deve stupire; furono ben pochi, negli stessi campi di sterminio, i deportati in grado di percepire la natura dellenorme distruzione che il nazismo stava realizzando, e i più consapevoli furono specialmente i deportati politici, gli intellettuali, i partigiani; come avrebbero potuto capirlo quei giovani contadini, rastrellati quasi per caso tra le loro montagne?
9. Durante le interviste, la parte di storia più bella da ascoltare è naturalmente quella del ritorno: unesplosione di energia dopo tanta passività, il senso di realizzare unavventura un po speciale, quasi eroica, e quel misto di speranza e di apprensione al pensiero dei cambiamenti che il paese poteva aver subito in un anno di guerra.
La Val Chisone, fino agli ultimi giorni dellaprile 1945, aveva vissuto in stato di emergenza sotto loccupazione nazista; nellimminenza della fuga, i tedeschi si affrettarono ad organizzare la rapina sistematica di ogni sorta di materiali e macchinari dagli stabilimenti industriali della zona, finché il 25 aprile i partigiani, per ostacolare il più possibile i trasporti, fecero saltare la linea del trenino fra Perosa e la bassa valle. Il 27 aprile, dopo che Torino era già stata liberata, il diario del comandante partigiano Marcellin registrava ancora: "le colonne tedesche non smettono di passare"; un fiume di veicoli militari scendeva dalla valle verso la pianura in direzione di Milano, cercando di ricongiungersi con le armate naziste in fuga.
I primi due o tre pragelatesi scampati alla prigionia in Germania arrivarono inaspettati; gli altri che seguirono alla spicciolata si videro venire incontro un amico col carretto o la mula per aiutarli nellultima salita. Fino e i suoi compagni non erano i soli a tornare: molti altri reduci dalla Germania, specialmente I.M.I., che erano riusciti a scappare dai lager non appena la sorveglianza dei tedeschi si era allentata, stavano dirigendosi verso casa. Il flusso irregolare degli arrivi durò fino allautunno.
Già la domenica del 13 maggio 1945 il giornale partigiano della Val Chisone, "Il Pioniere", pubblicava un breve trafiletto intitolato: "SALUTIAMO", che così continuava: "con grande affetto i fratelli che tornano dalla deportazione in Germania o dalla separazione in Italia centro-meridionale e altrove. Ci dispiace di non avere maggiore spazio da dedicare a loro. Il primo dovere è ora occuparsi della epurazione e della ricostruzione del paese (che è nuova costruzione democratica e sociale o socialista). Mettiamo a disposizione le colonne del nostro giornale, se hanno qualcosa da dirci e se hanno avvisi da inserire."
Come questi scampati siano apparsi ai parenti e agli amici che li accoglievano, si può immaginarlo anche da queste poche righe sul giornale locale: "Giungono in questi giorni (riferisce "LEco del Chisone" il 19 maggio 1945) gli internati dalla Germania: ex-militari, antifascisti arrestati e deportati, lavoratori strappati alle officine ed ai campi, rastrellati nelle città e nei paesi. Essi trovansi ora in condizioni pietose e per la maggior parte sono privi di mezzi di sostentamento, di vestiario e calzature: qualcuno è ammalato".
Fino da parte sua ricorda un dettaglio abbastanza significativo: era così magro e patito, con la barba lunga e incolta, che il fratellino di otto anni non lo riconobbe.
Pian piano, col passare dei mesi, i giovani di Pragelato recuperarono la salute; poco tempo dopo il ritorno, già si cominciavano a formare le prime coppie di fidanzati.
Una lettura statistica dei matrimoni celebrati nel comune di Pragelato, che mette a confronto gli ultimi anni di guerra con quelli immediatamente successivi, dà la testimonianza forse più eloquente della ripresa della vita:
nel 1942 - 7 matrimoni
nel 1943 - 4 matrimoni
nel 1944 - 12 matrimoni
con la fine della guerra la tendenza si inverte:
nel 1945 - 19 matrimoni
nel 1946 - 28 matrimoni (è il record)
nel 1947 - 15 matrimoni
nel 1948 - 15 matrimoni
Fra i quindici matrimoni del 1947 due ci interessano più da vicino, perché riguardano due giovani del gruppo spedito in Germania: le nozze di Serafino Guiot Chiquet (agricoltore) con Zelma Berger (operaia, di ventiquattro anni) avvennero il 13 settembre 1947. Appena una settimana dopo, la famiglia Guiot festeggiò quelle di Lidia, la secondogenita, con Mario Bertin, che era stato compagno di prigionia di suo fratello.
Lanno seguente, Fino fu assunto alla fabbrica Gutermann di Villar Perosa, prima come guardia notturna e in seguito come addetto alla portineria. Ci lavorò ininterrottamente per trentatré anni.
Anche i suoi compagni di prigionia, Guigas e Bert, si sposarono in quegli stessi anni, e ripresero il mestiere di contadino, che era già stato dei loro genitori. Berton invece divenne nel 1948 guardia comunale del Comune di Pragelato, poco dopo si sposò e per trentanni continuò lo stesso mestiere, che lo rese una figura nota in tutta lalta valle.
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Lettera di Cesare Guigas alla famiglia, 22/6/44 Oberottmarshausen (13 B) - Augsburg (Deutschland) Ausrustunglager Heiden Reich |
Carissimi Genitori
Eccomi nuovamente a farvi sapere le mie notizie le quali sono sempre ottime come spero sia di voi. È da alcuni giorni che aspetto con ansia le vostre notizie e ancora non mi giungono; dal paese molti hanno già ricevuto e spero che di questi giorni, se non si è smarrita, riceva anche una vostra missiva. Qui nessuna novità, tutto è allordinario il lavoro è sempre lo stesso. Ciò che cè un po duro è che alla mattina dobbiamo alzarci alle quattro, perché dobbiamo prendere il treno per andare al lavoro dove giungiamo verso le sei e mezzo ma però alla sera terminiamo alle quattro e mezzo e così possiamo andare a letto un po prima. Altro non mi resta a dirvi che (certamente un po tardi) augurarvi buona festa di San Giovanni, con la buona speranza di passarla assieme lanno venturo.
Ricevete saluti e baci vostro aff.mo figlio
Cesare
Lettera di Cesare Guigas alla famiglia, 22/7/44
Lager Ocsau - Buchloe (13 B)
Schwaben (Deutschland)
Carissimi Genitori
È da un po di tempo che aspetto, ma inutilmente le vostre notizie, si vede che qualche vostra missiva si è smarrita, come pure se ne saranno smarrite altre di quelli del paese, perché è da alcuni giorni che nessuno riceve, speriamo che fra poco qualcuna ci giunga.
Qui sempre allordinario, la salute è ottima come spero sia di voi; il nostro lavoro di falegname prosegue regolarmente e prendiamo gusto a quel lavoro, se continua ancora un po di tempo, andremo a casa tutti col mestiere di falegname; per il resto non cè da lamentarsi, il paese dove siamo è abbastanza grande ci sono alcuni alberghi dove si trova anche da mangiare, allora tempo in tempo andiamo a trovarli... ciò che ci farebbe piacere a trovare sarebbe qualche bicchiere di vino, ma non cè niente da fare, più che birra non cè, non abbiamo più visto il vino da che siamo partiti dallItalia, ma pazienza speriamo fra poco di poter ritornare tutti alla propria casa e così poterci soddisfare di tutto quello che qui ci manca.
Penso che in questo momento avrete del gran lavoro per raccogliere il fieno, e spero pure che il tempo sia più bello di qui, perché qui è un po di tempo che non passa giorno senza piovere.
Spero che in questo momento Madrina e Irma siano fra voi e che ci stiano molto tempo così vi saranno di grande aiuto.
Ho già scritto parecchie volte a Madrina e a tutti i parenti ma son sempre privo di risposta, non so se proprio non ricevono o se pure non hanno il tempo di farmi risposta, a Madrina ci scrivo nuovamente pure oggi vuol dire che se è fra voi la lettera la faranno proseguire.
Altro non mi resta a dirvi e sperando di presto ricevere un vostro scritto ricevete tutti un forte abbraccio dal vostro aff.mo figlio
Cesare
Fate pure i saluti da parte mia a tutti i vicini e amici ai quali direte che aspettiamo pure una risposta della cartolina che ho scritto con Maggiorino il quale è sempre privo delle notizie di sua casa; ditegli che scrivano sovente.
Cesare
Lettera di Cesare Guigas da Buchloe, 24/1/45
Carissimi Genitori
Eccomi nuovamente a voi, la salute è sempre ottima come spero sia di voi. Sono ormai più di due mesi che sono privo delle vostre notizie lultima vostra lettera era datata dellundici novembre, e la ricevetti il venti dello stesso mese, sono già un po in pensiero per questo ma penso che questo sia dovuto al difficile funzionamento della posta, perché anche i miei compagni non ricevono, giunge qualche lettera solo tempo in tempo, insomma speriamo sempre in bene, e fra poco ricevere qualche cosa anche io. Qui sempre allordinario, il lavoro è sempre quello che già vi accennai, per questo non abbiamo da lamentarci, oramai siamo del mestiere, alquanto al freddo, fino ad ora non labbiamo ancora sentito troppo, la neve è pochissima un palmo appena, ma certamente siamo solo a metà inverno anche qui, e se la seconda metà sarà come la prima, potremo dire di averlo trascorso abbastanza bene, e per il prossimo speriamo che i tempi cambino, e poterlo così trascorrere al nostro caro paese, al quale attendo con ansia di ritornare.
E voi cosa fate là? La neve sarà certamente più abbondante di qua, e questo sarà forse anche un bene per voi, così sarete più tranquilli, perché penso che con tutto quello che succederà al paese la vostra tranquillità sarà sovente disturbata, prego Iddio che niente abbia da succedervi e così un giorno che speriamo non lontano potervi riabbracciare tutti in buona salute. A quanto a me come già vi dissi su altre mie lettere non avete da fastidiarvi, perché per i tempi che corrono sono molto bene. Ho ricevuto una cartolina da Mario oggi anche lui mi dice che sta bene; ci farebbe ambedue piacere di rivederci ma la distanza che ci separa non ce lo permette, pazienza speriamo di presto rivederci in tempi migliori, ho pure scritto e ricevuto una cartolina di Berto di Bourcet anche lui si trova qua in buona salute. Altro non mi resta a dirvi e nella speranza di presto avere vostre nuove
ricevete un forte abbraccio dal vostro aff.mo figlio
Cesare
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Lettera di Cesare Guigas alla famiglia, 1/2/45
O.T. Zimmerei - Einheit Schaeare
Landsberg Lech (Deutschland)
Carissimi Genitori
Con gran piacere oggi ricevetti la vostra cara lettera datata del 20 gennaio, le vostre recentissime notizie mi fanno molto piacere, come posso assicurarvi di me per il presente, alcuni giorni fa già ricevetti la vostra del sedici gennaio anche quella recentissima alla quale già feci risposta. Come già vi dissi, e come potete constatare dal mio indirizzo è da alcuni giorni che ho cambiato posto, sono poco lontano di dove ero prima, e il lavoro è sempre lo stesso, non mi dispiace di aver cambiato posto, perché qua mi trovo meglio di dove ero prima, benché non fossi male anche prima. Mi dispiace che non riceviate più sovente mie notizie, io scrivo molto sovente cartoline e lettere e tutto questo ritardo non può attribuirsi ad altro che al difficile funzionamento del servizio postale, pazienza spero che presto ve ne giunga qualcuna di quelle che vi scrissi alla fine dicembre, perché in quei giorni scrissi sovente.
È stata più emozione che sorpresa tanto a me che ai paesani la triste novità che successe a Pragelato, anche noi pensavamo che prima della fine qualche cosa del genere succedeva anche da noi certamente quello è un destino che forse poteva essere evitato, insomma speriamo che cose del genere non abbiano a succedere nuovamente nella nostra valle.
Mi fa piacere di sapere che Madrina sta bene, da lei ricevetti solo due lettere, e da molto tempo sono privo delle sue notizie, come sono del tutto privo di notizie degli altri parenti. Anche qui vediamo poco sovente il sole ma però non abbiamo da lamentarci del freddo, neve ce nè pochissima, una ventina di centimetri, poi oramai siamo al mese di febbraio, per questinverno non mi fa più pena, e per il prossimo speriamo che i tempi cambino e poterlo trascorrere in altri luoghi.
Altro non mi resta a dirvi e sperando di nuovamente ricevere recentissime vostre notizie
vi abbraccio vostro aff.mo figlio.
Cesare
tanti saluti a parenti e amici
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1918, 4 novembre: fine della prima guerra mondiale.
Il consolidamento del fascismo italiano
1921: ascesa elettorale fascista.
1922: marcia su Roma; Mussolini è nominato capo del governo.
1924, 10 giugno: uccisione di Giacomo Matteotti.
30 giugno: restrizioni alla libertà di stampa.
1926: abolito il diritto di sciopero, sciolti i sindacati operai, sottratta la funzione legislativa al Parlamento, istituito il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato: processi severissimi, ergastoli, confino agli oppositori.
Lascesa del nazismo tedesco
1932: sei milioni di disoccupati in Germania.
1933: Hitler è nominato Cancelliere del Reich.
1935: leggi razziali di Norimberga.
1938: il governo tedesco proclama lannessione dellAustria.
1939: le truppe tedesche entrano a Praga; lesercito italiano occupa lAlbania.
maggio: patto dacciaio Hitler-Mussolini.
1 settembre: invasione nazista della Polonia.
La seconda guerra mondiale
1940: invasione tedesca di Danimarca e Norvegia.
10 maggio: invasione tedesca di Belgio, Olanda e Lussemburgo.
10 giugno: Mussolini annuncia lentrata in guerra dellItalia; immediati bombardamenti alleati su città italiane.
ottobre: lesercito italiano aggredisce la Grecia e poco dopo entra anche in Jugoslavia.
1942, autunno: operazione Barbarossa: lesercito nazista (con lappoggio italiano) invade la Russia.
novembre 1942 - gennaio 1943: assedio di Stalingrado; sconfitta dei
nazisti in Africa; sconfitta giapponese alle isole Midway.
1943, 25 luglio: Mussolini è destituito da Capo del governo.
8 settembre: il governo italiano firma larmistizio con gli anglo-americani; lesercito tedesco occupa il nord Italia; comincia poco dopo la Resistenza.
25 novembre: a Salò nasce la R.S.I. con lappoggio nazista.
giugno 1944: Roma liberata dagli alleati.
giugno e agosto: sbarchi alleati in Francia (Normandia e Provenza).
1945, 17 gennaio: lesercito russo libera Varsavia ed entra ad Auschwitz.
25 aprile: liberazione dellItalia del nord.
2 maggio: resa senza condizioni della Germania.
6 e 9 agosto: bombe su Hiroshima e Nagasaki.
14 agosto: resa del Giappone.
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Questa breve lista di consigli di lettura che non può esaurire tutti i titoli oggi disponibili è dedicata a chi, non essendo uno studioso di professione, desidera comunque approfondire la sua conoscenza storica sul periodo della seconda guerra mondiale; è rivolta anche agli studenti che, con laiuto dei loro insegnanti, possono entrare in contatto con unepoca solo apparentemente lontana dalle loro esperienze: lepoca in cui i loro nonni sono vissuti.
Non si tratta di saggi impegnativi, scritti da specialisti del settore, ma di storie di vita che, come il racconto di Serafino Guiot, illuminano ciascuna a suo modo un aspetto particolare delle vicende di quei tempi: la vita quotidiana, i rastrellamenti, la deportazione, i tentativi di salvare dalla morte i ricercati dai nazisti, la guerra partigiana, e così via. Quanto al lavoro coatto di cui si parla in questo libro, non esistono in Italia, a mia conoscenza, opere divulgative ma solo pochi saggi specialistici.
Dedico appena un breve cenno alle opere più note, e ormai classiche, di Primo Levi, Anna Frank e Fred Uhlman. Le altre sono probabilmente meno conosciute; parecchie sono state pubblicate solo di recente, sullonda della ricorrenza del Cinquantenario. Tutte hanno il pregio di utilizzare un linguaggio semplice e immediato.
Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi
Primo Levi, La tregua, Einaudi
Primo Levi, Se non ora, quando?, Einaudi
Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi
Anne Frank, Diario
Miep Gies, Si chiamava Anna Frank, Mondadori
Willy Lindwer, Gli ultimi sette mesi di Anne Frank, Newton
Compton
Fred Uhlman, Trilogia del ritorno, Feltrinelli
Storie di bambini
Jona Oberski, Anni dinfanzia, La Giuntina
Aldo Zargani, Per violino solo, Il Mulino
Marco Herman, Diario di un ragazzo ebreo, LArciere
Storie di persecuzione razziale
Alberto Cavaglion, Nella notte straniera, LArciere
Lidia Beccaria Rolfi, Lesile filo della memoria, Einaudi
Enrico Deaglio, La banalità del bene, Feltrinelli
Storia di un soldato internato in Germania
Laurana Lajolo, La guerra non finisce mai, Gruppo Abele
Storie della guerra civile
Luigi Meneghello, I piccoli maestri, Mondadori
Ada Gobetti, Diario partigiano, Einaudi
Pietro Chiodi, Banditi, Einaudi
Leletta DIsola, Il diario di Leletta, Franco Angeli
Storie di combattenti "dallaltra parte"
Nuto Revelli, Il disperso di Marburg, Einaudi
Carlo Mazzantini, A cercar la bella morte, Marsilio
Carlo Mazzantini, I balilla andarono a Salò, Marsilio
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